SEGNALAZIONI TURISTICHE IDENTITARIE (DVRACRVXIANAMENTE QUOTATE)

Quante volte capitiamo in zone, borghi, siti o comunque luoghi strabiliantemente belli, compresi nei confini della patria Penisola, e pronunciamo o udiamo pronunciare la fatidica frase “peccato che un posto del genere non sia valorizzato” oppure “gli Americani ne avrebbero fatto un tempio” o ancora “andiamo a buttare soldi nel culo del mondo e poi non conosciamo i tesori di casa nostra”.

Ebbene, questa pagina dvracrvxiana offre alla spicciolata (attraverso foto e riferimenti) indicazioni e dritte per gite o viaggi presso mete italiane trascurate o misconosciute, affinché tornino ad essere valorizzate e a valorizzare a loro volta le preziosità storiche e mitologiche che racchiudono.

 

Rientrano a pieno titolo in tale lista anche i luoghi menzionati nella pagina “Loci et Lvci”, che offre trattazioni approfondite concernenti località ammantate di spiritualità dvracrvxiana.

https://aristocraziaduracruxiana.wordpress.com/2011/07/30/loci-et-lvci-dvracrvxiani/

 

https://aristocraziaduracruxiana.wordpress.com/category/uncategorized/ameni-sentieri-et-specula-dvracrvxiani/page/3/

SEGNALAZIONI TURISTICHE IDENTITARIE

 

L’Identità parte da cibo, bellezza, arte e natura: valorizzare tutto ciò, anche segnalandone i luoghi che ne son pregni e forieri, è fra le forme di militanza politica più fungevoli della democrazia diretta.

HELMUT LEFTBUSTER


 

Città morta di Palazzolo, zona archeologica poco fuori Vasanello (Vt)

 

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LA VIA SILENZIOSA AD

CON UNA GASTRONOMIA NAZIONALE ALLA FAME, SI SPONSORIZZA IL COUS COUS

E con milioni di discriminati dalla vita civile sulla base di una pandemia farlocca, si sponsorizzano post sull’altrettanto farlocco concetto di discriminazione razziale sfruttato dalle consorterie globaliste per scudare il loro losco mercato di schiavi da critiche e sospetti di affarismo politico.

Ma al di là della petalosa presa per le terga, l’aspetto più grave di post come questi è l’utilizzo di risorse per propagandare un messaggio mistificatorio volto a distrarre ideologicamente attenzioni e danari dalla gastronomia nostrana verso il solito bazar “multikultu” fatto di esoticherie del tutto aliene alla nostra tradizione gastronomica e produttiva.

Cosa rimarrebbe senza ciò che ci avrebbero regalato le altre culture?” , recita la solita brodaglia mondialista del post governativo (chi lo sponsorizza?).

Ebbene rimarrebbe l’Italia, cari mondialisti. Rimarrebbero Dante e Michelangelo; la Carbonara, gli Ossibuchi, le Olive Ascolane e gli spaghetti col nero di seppia di Acitrezza; e con Acitrezza, rimarrebbero Verga i Malavoglia, e con essi il Verismo letterario. Insomma, rimarrebbe quell’intero patrimonio culturale d’Occidente che gli sguatteri del globalismo vorrebbero affossare e cancellare sotto tonnellate di letame “woke”.

Parlano di diversità? Ne parlava anche il professor Sartori, il compianto sociologo ospite fisso di Fabio Fazio, ma poi defenestrato dai media mainstream dopo le sue prese di posizione sullo scivoloso argomento denominato “multiculturalismo”: Non si deve confondere tra il multiculturalismo che esiste in alcuni Paesi, che c’è di fatto, e il multiculturalismo come ideologia, come predicazione di frammentazione e di separazione di etnie in ghetti culturali”.

E ancora: Il multiculturalismo ideologico di moda è invece una predicazione che distrugge il pluralismo e che va perciò combattuta”. (Corriere della Sera, 7 gennaio 2009)

E allora, egregi signori dell’ufficio antidiscriminazioni, visto che operate coi soldi pubblici e a nome di tutti gli Italiani, occupatevi anche delle discriminazioni a danno di quei connazionali sprovvisti dello straccio verde per lavorare e quindi per mangiare.

Magari ve la fate anche voi una cultura.

HELMUT LEFTBUSTER (collaboratore di Qelsi Quotidiano, Il Populista e Visione Tv blog)

GENOS POLITICO E GENETLIACO ROMANO

Alla futile diatriba “band politiche/band disimpegnate” rispondiamo guardandoci allo specchio, ascoltando la nostra musica, leggendo i nostri testi e godendo del suono d’ogni singola sillaba che dà ad essi senso.

Da dove viene tutto questo? Chi lo ha preservato così com’è nei millenni con daga, scudo e corpo a corpo da un destino di sopraffazione etnico-culturale che ci avrebbe privati dell’Eneide, della Commedia e dell’Infinito di Leopardi così come li conosciamo e amiamo?

Noi veniamo da lì: da 2775 anni di percorso storico-mitologico virgiliano, che è ed è stato anzitutto un percorso inevitabilmente “politico”.

Gloria, dunque, all’imperitura leggenda politica che c’ha generato!

DEVIATE DAMAEN, Roma, 21 apr 2775 a.u.c.

Testo tratto dal libro VI dell’”Eneide”, vv 12-17, 1035-1042, 1132-1148, 1149-1193 (Virgilio, traduzione di Hannibal Caro su libero adattamento di G/Ab), registrato all’interno della “Grotta di Enea”, presso il litorale calabro di San Nicola Arcella.

PENNONI AL PESTO DI MENTA E PINOLI

Rompete tanto il cazzo col vegetarianesimo etico, col diminuire il consumo di vitelli e maiali a favore di quello di bagarozzi e locuste per far contenta quella specie di mentecatta scandinava, col fatto che il cibo non basterà più per tutti (e chissenefrega non ce lo mettiamo?), e così vi proponiamo una ricetta gustosa e creata con una pianta addirittura infestante. Perlomeno non ci taccerete di essere i soliti menefreghisti spreconi e carnivori.

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La menta è un’erba aromatica che siamo abituati a conoscere per le caramelle, o al massimo per dare il gusto al gelato o alle tisane. Ma anche in cucina è fantastica. Come tutto ciò che fa parte dell’empireo culturale e filologico d’Occidente, le sue origini sono radicate nel mito classico: Mintha (o Menta) era una ninfa amata dal dio degli inferi, Ade. Per gelosia, la moglie di Ade, Persefone, la trasformò in un’erba ma le diede l’aroma che le è tipico per ricompensarla di quella trasformazione.

In questa ricetta useremo i pennoni, ma vanno benissimo anche orecchiette o addirittura spaghetti. Diciamo che la ricetta è per 2 persone, quindi va spalmata su 250g di pasta circa.

Tritate un intero mazzetto di menta (se preferite essere più “cauti” tagliate i gambetti della pianticina e usate solo le foglie e i rametti, ma viene meno gustoso) con 2 cucchiai d’olio extra vergine abbondanti, un cucchiaino di miele, mezzo peperoncino, mezzo etto di pinoli, un cucchiaio di panna (o mezza tazzina di latte), e 3 cucchiai pieni di pecorino.

Un cucchiaino di cognac o di grappa non guasta affatto.

Come sapete, io vado a occhio nelle dosi, a seconda della tonalità organolettica e/o della densità che voglio dare al piatto (il che è estremamente soggettivo); quindi, il consiglio è di fare altrettanto.

L’acqua della pasta va comunque salata regolarmente. Con un po’ di acqua di cottura allungate il pesto che spargerete sul fondo del piatto di condimento. Versateci sopra la pasta calda, aggiungete un’ulteriore bella stillata di olio d’oliva e spolverate con altro buon pecorino girando il tutto a dovere. Svenirete di piacere già per il solo profumo.

TESS LA PESCH (Gastronomia Dvracrvxiana) con la prefazione di Helmut Leftbuster

I DEVIATE DAMAEN approdano su SFERO

La band più censurata d’Italia (censura e cancellazione da Bandcamp, Discogs, Wikipedia e svariata stampa di settore) approda su Sfero.

Dai primi anni ’90 sputiamo su tutto ciò che è correttezza politica, conformismo “woke” e propaganda “multikultu”.

Il nostro motto è “We Love You All, Adore Us All”.

ETICHETTE/LABELS: Masked Dead Records, Hellbones Records e Vomit Arkanus Productions.

https://maskedeadrecords.bandcamp.com/

https://www.metalarchives.com/labels/Vomit_Arcanus_Productions/28541

RECENSIONI & INTERVISTE

DEVIATE DAMAEN – Gli iconoclastici nipoti di D’Annunzio

RECENSIONI ed interviste album “In Sanctitate, Benignitatis Non Miseretur!” dei DEVIATE DAMAEN

Link recensioni (e interviste) riguardanti discografia dei DEVIATE DAMAEN

VIDEO:

All DEVIATE DAMAEN’s videos (from various channels, various dates, various albums)

https://www.youtube.com/channel/UCviFWgz_xM33SczF7p5J74w

COLLABORAZIONI MUSICALI ESTERNE:

G/Ab SVENYM VOLGAR DEI XACRESTANI (DEVIATE DAMAEN’s leader) appearances with other bands & projects

DISCOGRAFIA:

“Immorality’s Ovra Colostrum” (raccolta ’91-’94)

“Religious As Our Methods” (album 1997)

“Propedeutika Ad Contritionem (Vestram!)” (album 1999) + singoli

“Inferno Deviatiko – prologo” (opera 2007)

“Retro-Marsch Kiss” (album 2015)

“Nel Limbo D’Un Codice A Barre” (singolo 2016)

“In Sanctitate, Benignitatis Non Miseretur!” (album 2019)

“Skizzi Di Riskio” (raccolta inediti 2020)

“Fratelli Tutti.. ‘Sto Cazzo!” (singolo 2021 inserito nella compilation “O Sarai Ribelle O Non Sarai curata dal musicologo Antonello Cresti e censurata da Bandcamp)

IGli operatori in gonnella e mascherina arcobaleno ci inviano avvertimenti pruriginosi? Noi Dame Deviate siamo già altrove. E altrove, altrove e ancora altrove.

Su Sfero, ad esempio, la prima piattaforma tutta italiana e scevra da censure woke.

https://sfero.me/podcast/fratelli-tutti-sto-cazzo

Ci vuole altro che un alert fru-fru per stoppare la maschia vitalità di una band-Alfa come la nostra, che sulle censure ci campa da trent’anni e la cui discografia è incisa (e celata) nella roccia.

DEVIATE DAMAEN

SE IL PREMIATO WILL SMITH FOSSE STATO “CAUCASIAN”, AVREBBE POTUTO DARLO QUELLO SCHIAFFO?

A pensar male si fa peccato, e noi siamo arcinoti peccatori. Ma, certo, non stupidi.

Ebbene, al netto del fatto che il saper dar di mani senza farsi male è robetta da primo anno d’accademia per qualsiasi attorucolo di campagna, ma davvero possiamo pensare che nell’olimpo della propaganda mondialista, qual’è Hollywood, una sceneggiata come quella fra Will Smith e il conduttore della Notte degli Oscar possa passare come uno sgradevole “fuori programma”, anziché essere una “lezioncina” di portata oceanica (e transoceanica)?

Quale? Che chi veste l’uniforme dell’impero “woke-global” gode comunque di una “licenza di uccidere” che tutti hanno l’obbligo di avallare, giustificare e persino temere. Iniziando dalle rune e dalle svastiche, nel momento in cui sono cucite su uniformi ucraine al servizio dei “buoni”; passando per il green pass, se serve a far morire di fame i miscredenti della psico-pandemia, mentre il finto profugo li sostituisce a metà prezzo al lavoro; finendo con un gretto episodio di machismo cavernicolo che, mediaticamente, tappa la bocca a ceffoni a qualsiasi forma di libera satira esistente in Occidente da 3000 anni.

Spartani compresi, che erano un po’ sbrigativi coi difetti fisici, ma almeno sapevano riderne.

HELMUT LEFTBUSTER

DIFFERENZE FRA LA PIAGNUCOLOSA RETORICA IMMIGRAZIONISTA E LA VERA FAME NEOREALISTA

In un momento storico in cui la menzogna rischia di essere quotidianamente sdoganata come verità dalla propaganda di regime, è fondamentale portare avanti a voce alta ragionamenti lucidi basati su evidenze tangibili e contingenti.

Il tempo passa inesorabilmente e il rischio che l’oblio arrivi a incombere sugli illustri trascorsi del Cinema italiano è sempre più alto nell’era della Tv “on demand”, ove il filmetto puoi vedertelo in metro con le cuffie e stopparlo a piacimento per rispondere alle petulanti notifiche di wazzup.

Nel dopoguerra, l’uscita di un film era un evento importante, socialmente coesivo, per il quale gli Italiani dovevano mettere da parte i soldi per settimane. E la cinematografia di quel periodo non a caso parlava di fame. Fame vera, fame di famiglie che non mangiavano per giorni; non fame da barzelletta come quella di certi annoiati e corpulenti giovanotti che affollano le sale giochi coi cuffioni in testa dopo essere sbarcati clandestinamente e con cagnolino al seguito.

Una fame raccontata, quella del neorealismo, senza mai un velo di pietismo, ma sempre con gioiosa dignità: da Totò a De Filippo a De Sica, prendete un qualsiasi lavoro cinematografico del dopoguerra e ci scoprirete un sano spasimare per un uovo al tegamino, per due fili di pasta al sugo, per un tozzo di pane con una crosta di formaggio e un buon bicchiere di vino.

Questo perché la fame può essere considerata un dato fattuale solo se entra a tal punto nella coscienza sociale di un determinato periodo storico da diventarne elemento narrativo tragicomico. E quegli Italiani avevano esattamente la fame descritta in quei film.

Un altro aspetto che rende improponibile il raffronto fra il poveraccio italiano degli anni ’50 e il migrante fighetto millennial, è la totale assenza di risentimento politico del primo. Non c’era mai alcuna rivalsa sociale verso ipotetici colpevoli di quella fame, poiché essa riguardava un’intera comunità nazionale; e pur con differenti ricette politiche, era proprio quest’ultima a farsene carico, con popolani che lasciavano i figli ai vicini di casa per intere giornate, pur di farli mangiare, in attesa di poter ricambiare il favore. Perché quella era fame tangibile, di gente reale, non un concetto astratto e “mondializzato” con cui far piagnucolare qualche damina in abito da sera in occasione di qualche festival danaroso.

Ed al contempo non venivano ideologicamente dissimulati i difetti di alcuna categoria sociale: c’era l’Italiano buono, ma c’era anche il profittatore; c’era il proletario vessato, ma c’era anche quello che ci marciava. E questo perché la narrazione filmica non aveva la militante finalità di santificare politicamente una determinata categoria sociale a spese di un’altra, così come invece avviene oggi, ma quella di raccontare pregi e difetti di un’intera società.

Oggi, invece, il pietismo narrativo è tutto incentrato sull’opera di convincimento che quel fenomeno politico-economico definito “accoglienza” deve attivare nel cittadino-beone che, altrimenti, non avrebbe alcun movente logico per accettare di veder drenate le proprie tasse a favore di soggetti alieni, sconosciuti e privi di qualsiasi afflato di prossimità che possa giustificare una caritatevolezza di stato, mentre tanti nostri connazionali sono alla canna del gas e, alle brutte, ci si danno pure fuoco.

Continueremo a sognare un bel dialogo fra Anna Magnani e qualcuna delle attuali santarelline immigrazioniste.

HELMUT LEFTBUSTER

GLORIA AI PADRI CHE ABBIAMO E CHE SIAMO !

Paternità è trionfo del “genos” tradizionale e di ogni ancestralità spirituale.

Un concetto che va dritto in culo al più sordido conformismo woke.

Paternità è soqquadro vitale nella sterilità programmata dal nichilismo globalista ai danni degli eredi di Sparta e di Roma.

Paternità è godurioso teppismo scatarrato sul grugno dei perbenisti del “gender fluid” e dello schwa.

Paternità è trionfo del sentimento con la S maiuscola, un sentimento di protezione e calore proprio e concentrico a quello greco-romano per eccellenza, dell’Amicizia.

Paternità, oggi, è condotta eretica, perché insegnare, consegnare e tramandare ciò che si è e da cui si deriva, è lesa maestà contro i grigi gendarmi della cancel culture (demmerda).

Se non fossero esistititi titoli come “Religious As Hell” (March Violets) e “Method To Our Madness” (Lords Of The New Church”), non sarebbero venuti fuori capolavori come il nostrano “Religious As Our Methods”. Perché ognuno di noi potrà essere padre a qualcuno solo inquanto figlio di qualcun altro.

Onoriamo, dunque, per la festa del Padre, i Padri che siamo, quelli che abbiamo avuto e quelli a cui insegneremo ad essere tali.

Inneggiamo leggiadri al Patriarcato Supremo!

https://www.youtube.com/watch?v=nklnM891RI0

G/Ab & DEVIATE DAMAEN

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IL BUON METALLARO NON MUORE MAI

Festeggiamo il XXXI genetliaco della band (6-3-’91 / 6-3-2022) non ricordando Noi stessi, ma ricordando un amico.

E rivendicandone esempio e stile immortali del metallaro che fu.

Quando il Metal non era “corretto” con generi oranghici come un caffè scadente per il terrore che twinkini museruolati coi malleoli al vento non se lo inculino di pezza.

Quando il Metal era supportato da organizzatori di live (come Lui) che non ti chiedevano cazzi e mazzi, ma ti spadellavano pure la aglio&olio all’una di notte.

Quando il Metal non era costretto ad occuparsi di politica perché, semplicemente, non consentiva alla politica di occuparsi di Metal.

Quando il Metal se ne fotteva di cosa sembrassero o non sembrassero rune, croci di ferro e bandiere sudiste. Ci si agghindava e basta.

Quando il Metal non si vergognava del proprio passato così da evirarsi i vinili da liriche scomode ai diktat di conventicole woke e fighette antifa (di merda).

Insomma, quando il Metal era Il Metal.

E ora diteci che siamo dei boomer: poi prendete il ditino, umettatelo bene con la boccuccia, e ficcatevelo al culo.

In decennale memoria del più grande metallaro de Roma de sempre.

(Baffo, 5 mar 2012)

DEVIATE DAMAEN

Il lassismo sessantottino alla base della strafottenza di chi deturpa la cultura

Sul degrado delle nostre città, le analisi di una certa parte politica, suonano stanche e ripetitive come la voce d’una cassa automatica: “se c’imbrattano muri e monumenti è colpa nostra che non sappiamo salvaguardarli”.
Ebbene, chi per decenni ha sbraitato lassismo e perdonismo? Chi ha abbaiato contro le bacchettate sulle mani, contro la parola “ordine”, contro gli apparati pubblici deputati a garantire sicurezza alla collettività in nome del benessere e della libertà di tutti? Domanda retorica.

Però, per cascare sempre in piedi, la ricetta è quella di dare la colpa a noi italiani sempre e comunque: quindi, se a firmare i muri sono tifoserie calcistiche, il problema non si pone e i compagni tirano un sospiro di sollievo; mentre se i caratteri che vengono generosamente istoriati dai “writers” appaiono inequivocabilmente alieni al nostro alfabeto, facendo mancare l’espediente calcistico o politico, basterà dire che è colpa nostra che “non vigiliamo abbastanza sulla cultura perché, dopo vent’anni di berlusconismo, siam diventati un popolo d’ignoranti”, così da non rischiare di puntare il dito contro i colpevoli veri, a cui manca solo di lasciare il recapito per poter essere identificati.

E talvolta lo lasciano pure, consapevoli che tanto non riusciremmo a leggerlo, come nel caso di questo delittuoso sfregio autografato su un affresco duecentesco del monastero benedettino di Subiaco, sotto al quale campeggia beffarda l’ossidata iscrizione che ammoniva (in doppia lingua) a retti comportamenti in epoche nelle quali davvero non ce ne sarebbe stato bisogno.

HELMUT LEFTBUSTER

(articolo già pubblicato nel 2014 sul fu “Qelsi”.. http://www.qelsi.it/2014/il-lassismo-sessantottino-alla-base-della-strafottenza-di-chi-deturpa-la-cultura/ .. quando quell’ignominia chiamata “cancel culture” non aveva ancora nome)

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