Il meticciato come anaffettività estetica e culturale

di Helmut Leftbuster

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Il gusto. La bellezza. L’arte. La poesia. Oltre che esser sacrosante forme di autodeterminazione del Pensiero individuale d’ogni essere libero e pulsante, vivon tutti di quei precisi connotati antropologici che, incrociati a coordinate socio-cultural-geografiche altrettanto nette, ne performano e permeano pienamente forme e significati; e loro differenze.
Osserviamo il Colosseo: basta porcisi innanzi per bearci della sua bellezza e grandiosità. Ed è lecito farlo gratuitamente, a patto che non si detragga da tale gratuità anche il prezzo dovuto in termini di pieno riconoscimento di ciò che storicamente e socio-antropologicamente ne ha forgiato tali forme e non altre diverse che avrebbero fatto dei medesimi atomi di materia un menhir celtico, o una moschea araba, o un tempio scintoista con i suoi splendidi artigli dorati. Ebbene, tale riconoscimento non può restare un dettaglio, essendone piena determinazione eziologica, etica ed estetica. Amate il Colosseo? Vi beate della sua vista?..Non potrete astenervi dal renderne conto e merito a Romani e Imperatori dell’epoca per avervelo donato e tramandato; e se vorrete continuare a bearvi nel tempo dei medesimi impulsi emotivi che vi trasmette la sua promanazione effettuale (sì, proprio quella che voi tanto apprezzate!), dato che non esistono più i sesterzi per poter ricompensare gli originari artefici di tale meraviglia, abbiate almeno la cura di preservarne la piena identità estetico-culturale, della quale il contesto è parte integrante. Diversamente, l’intero incantesimo tramandatario andrà in frantumi.
Il problema, ordunque, è che il fondamento di tale riconoscimento non può che essere imperniato sul concetto di affettività culturale e spirituale, per poi poter essere anche tutelato giuridicamente.
“Affetto” è intervallo ontologico fra astensione affettiva e viceversa, diversamente l’intero binomio contrappositivo perderebbe i suoi connotati ontologici fondamentali, come il battistrada di uno pneumatico, se consumato, non separerà più il momento dell’attrito da quello del rilascio, vanificandone totalmente la preziosa funzione tecnica.
Se amo la Grecia, per fare un altro esempio, mi astengo da una neutralità affettiva verso la stessa; né diventa sensato amare tutte le terre, giacché significherebbe non amarne alcuna e restare impantanati in una omogeneizzazione affettiva pari a somma algebrica zero.
Il “parteggiare“, finanche nella sua accezione più prettamente campanilistica, è un’ esigenza umana d’appartenenza territoriale antropologicamente immanente (il calcio docet): e significa amare.
Un amore generalista e generalizzato, del resto, darebbe luogo ad un’ insana bulimia affettiva monocorde ed asettica, nonché sprezzante di qualsiasi contingenza logica e spirituale.
Ora, le ragioni geofisiche della archetipa localizzazione antropologica ed antropogenetica planetaria che hanno originato le costanti estetiche e culturali dei vari popoli non possono pertanto essere artificiosamente tradite da questioni ideologiche, né tampoco svendute a meschine ragioni commerciali e mercimoniose. La lingua, ad esempio: ogni parola prende i passi dagli originari suoni – onomatopee – che l’oggetto descritto dal significato produceva al momento dello sviluppo del relativo conio verbale: e allora, come mai in luoghi tanto diversi del globo tali parole sono completamente differenti pur esprimendo un medesimo concetto? Ci sarà una ragione! Se così non fosse, parleremmo tutti alla stessa maniera, dato che gli esseri umani mangiano e cagano tutti più o meno nel medesimo modo.
Insomma, arriviamo al dunque, ritenendo tale introduzione sin troppo prolissa ai fini della forza espositiva dell‘argomento base: il meticciato, orribile neologismo figlio dei recenti (ma) epocali sconvolgimenti migratori, diciamo pure invasioni fuori da ogni previsione normativa socio-sanitaria e urbanistica, è sostanzialmente pura anaffettività culturale: chi non ama qualcosa di suo, “amicchia” un po’ tutto, e quindi non si affeziona a niente! Chi non è qualcosa non ne è alcuna, e “non essere” è una totale insensatezza logica e quindi affettiva, essendo il sentimento la variazione emotiva positiva verso la scelta di una categoria naturale (figli, fidanzata, compatrioti, coscritti, città natale, amici del cuore, persone scelte).
Ma lasciamo che sia anche la geometria, dottrina esatta e de-ideologizzata per eccellenza, a soccorrerci nel ragionamento attraverso le sue constatazioni empiriche: per un punto passano infinite rette slegate e senza mèta, e ciò esprime geometricamente fenomenologia anaffettiva; per due punti ne passa una sola, e questo è l’esempio più fenomenico – e fenomenale – di legame.
Ergo: i sostenitori della massa informe, delle tinte intermedie, dei musi smussati e dimentichi delle tempeste di sabbia o di neve che ne han forgiato in modo X la forma delle palpebre piuttosto che tinto il colore della pelle in modo Y a cagione di esposizioni solari proprie di latitudini ben più marchiate dal sole di altre, gli apostoli di architetture ibride e senza storia, frutto insapore di false esigenze di sintesi culturale imbruttenti ed esteticamente sacrileghe, i “soloni” di un egalitarismo asettico, ipocrita ed innaturale e dell’attuale criminale invasione pasticciata da migrazione, stanno contribuendo ignominiosamente ad annullare ogni valore estetico e sentimentale verso l’essente. In sostanza non amano: disamano, inculturano e distruggono.
Ed a proposito di invasioni travestite da migrazioni: che dire e cosa aspettarsi da genti che abbandonano senza punto sospirare la propria terra d’origine, madre suprema che solca i ricordi e le emozioni ancestrali di ogni individuo di sempre e per sempre, da dette genti piuttosto considerata indegna matrigna in nome d’una spasmodica ricerca di quell’ipotetico benessere la cui nefasta eco è giunta loro a suon di loschi rintocchi d’un viver più facile di quello che la nascita gl’ha assegnato d’ufficio; ufficio a cui non si può sputare in faccia sol perché l’ingordigia supera la gratitudine verso la Natura, o verso Dio, che dir si voglia.
Integrazione – unilateralmente forzosa e selvaggia – è rinunzia a ciò che si era, e delitto contro ciò che si vuol diventare senza che tale status c’appartenga di proprio, togliendone quindi inevitabilmente un pezzo al suo legittimo proprietario; è gettare in terra la propria pagnotta e calpestarla nel goffo tentativo di strappare la brioche dalle mani di chi già, legittimamente, per jus sòli, la possedeva da prima: ammesso e non concesso che la prima sia meno buona della seconda, si finisce per non amare né l‘una, né l‘altra: tantomeno l’ultima, che strappata di mano a chi per primo la possedeva, si sfrantumerà nell’insensata violenza dell’atto, per finire marcita a terra, una terra di nessuno!
E chi si proclama “cittadino del mondo” è solo un hippie figlio di papà che non sa un cazzo né sul valore del termine cittadino, né su quanto sian preziose le naturali differenze che han disegnato, sinora, i confini d’un collinoso e colorato mondo donatoci ben più affascinante di quel deserto meticcio che sta diventando.

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5 Risposte to “Il meticciato come anaffettività estetica e culturale”

  1. Michel Says:

    Ciao! io non sono per niente d’accordo sul discorso.
    Tutto il testo è ben delineato su un punto principale, ossìa “mantenere la divisione”. Sappiamo benissimo che ciò, non è e non sarà mai un concetto permanente nel corso del tempo, che lo si voglia o meno.
    La questione è che, le nazioni, gli imperi ecc…nel corso del tempo mutano, modificano, si evolvono…e questo meccanismo è solo rallentato dal “sentimento patriottico” che viene descritto in questo discorso, ma non è assolutamente arrestabile, è solo questione di tempo. Se alzi un muro, prima o poi verrà abbattuto, che tu lo voglia o no. Ad esempio, la penisola italica fino a due secoli fa era un agglomerato di imperi che si sono fatti la guerra, si sono divisi, uniti, di nuovo divisi e nuovamente uniti nel corso di millenni. E quello che è oggi è un derivato di quello che c’era ieri. Quindi a rigor di logica il domani sarà sempre diverso da quello che è oggi. Si parla del colosseo?bene: sappiamo tutti che nell’epoca in cui è stato costruito, Roma antica era una metropoli di popoli da ogni parte d’europa, medio oriente e africa mediterranea. Ed è proprio per questo che soprattutto in Italia non si ha uno stereotipo etnico genereale che vada bene per tutti. Il tempo crea legame, fusione e crea cambiamento, che è e sarà sempre positivo nel lungo termine. Cambiamenti per alcuni sono maggiori e per altri minori ma per tutte le parti che vi giocano. La società muta, si evolve, come si evolvono la lingua gli usi e i costumi. O si pensa veramente che i figli dei figli siano uguali ai padri? Siamo uguali ai nostri nonni?
    Ogni uomo vive una vita relativamente breve: una persona riesce a vedere e vivere al massimo 2 epoche storiche, quindi più o meno ogni persona vive in un periodo storico in cui avviene un cambiamento più o meno rilevante. Quella che viviamo io e te per esempio è l’era delle telecomunicazioni(internet,cellulari ecc…)
    Prima dei valori della patria, ai figli viene giustamente insegnato il valore ben più importante dell’uguaglianza e della solidarietà. Prima di essere italiano, 6 un essere umano, oppure mi si deve dimostrare il contrario. Gli stati sono un “invenzione”, o meglio, un “unione artificiale” ma che è anche divisione vista da più in grande(Europa). E questa divisione è destinata cmq ad affievolirsi sempre di più nel corso dei secoli, come è sempre successo e sempre succederà. Quindi la multietnicità è un percorso a cui collettivamente si è destinati tutti, e se tu non lo vorrai, lo vorrà tuo figlio o il figlio di tuo figlio.
    Se non te ne 6 accorto, l’italia fa parte dell’unione europea, della Nato e soprattutto dell’ONU. Che lo si voglia o meno, il pianeta è destinato ad unirsi, anche perchè incombono “nemici comuni”, come l’inquinamento, il surriscaldamento globale, il processo di desertificazione e la fame nel mondo: tutte cose che necessitano di operazioni comunitarie a livello planetario. Quindi, quando dici che “chi si dichiara figlio del mondo è un hippie figlio di papà”, fai attenzione perchè forse è solo una persona che ha capito prima di te come si evolveranno nei prossimi decenni i rapporti socioculturali e politici tra le varie nazioni del mondo. Se stai chiuso in casa non vai da nessuna parte, non cresci.
    Poi, le persone che abbandonano la propria terra d’origine non l’abbandonano perchè gli scatta la scimmia, ogni essere umano se lo fa, ha i suoi motivi, soprattutto se si gioca la vita in un’attraversata disperata in gommone. Mettiamo caso che, in futuro, un cataclisma o climatico o politico(guerra) si abbatta sulla nostra penisola riportandoci alla fame. O si muore oppure si scappa. E scappare, è una cosa che gli italiani hanno sempre fatto, anche internamente. E allora che dire e cosa aspettarsi da genti che abbandonano senza punto sospirare la propria terra d’origine, madre suprema che solca i ricordi e le emozioni ancestrali di ogni individuo di sempre e per sempre, da dette genti piuttosto considerata indegna matrigna in nome d’una spasmodica ricerca di quell’ipotetico benessere la cui nefasta eco è giunta loro a suon di loschi rintocchi d’un viver più facile di quello che la nascita gli’ha assegnato d’ufficio. Scusa se ho usato le tue parole ma volevo mettere in risalto l’ipocrisia evidente di questo passo.
    Amare tutte le terre non significa non amarne nessuna. A me per esempio possono piacere i caraibi, li adoro, sono impareggiabili. Ma la mia terra rimane questa. Almeno per me. Magari per qualche italiano la nuova terra è meglio di quella madre, come molti cervelli in fuga affermano. Ma rimane comunque libertà di ognuno decidere dove costruirsi il nido.
    Il deserto non è meticcio, il deserto è stabile, immutato, fermo, non cambia mai. Il meticcio è novità(inteso soprattutto come mescolanza di culture), evoluzione, progresso, unione ecc…
    PS: se non avessimo fatto la guerra con gli arabi, e quindi non avessimo assimilato un po della loro cultura, non avremmo mai inventato il calcestruzzo con cui è stato possibile edificare il Colosseo, nè il sistema decimale e la simbologia numerica che usiamo ancora oggi.
    Sveglia!
    Ciao!

    • aristocraziadvracrvxiana Says:

      Allora, Michel, anzitutto grazie per il commento, ma debbo premetterti che non devo svegliarmi proprio da nulla.

      La divisione è forma, la forma è sostanza, la sostanza identità e l’identità è il tà onta greco, l’essere, quindi l’amare cio’ che si è. Qualunque deviazione in chiave etnomasochistica da questo tracciato è illogica. Le differenze sono bellezza, peculiarità, non prevaricazione.
      Qui nessuno predica COSA E’ PIU’ BELLO, ma quanto criminoso sia schiacciare le differenze per ridurre tutto ad un pasticcio unico: prendi i colori di una tavolozza, meravigliosi alla pari fra di essi..mischiali senza raziocinio, e soprattutto senza una proporzionalità corretta..poi mi dici che cosa te ne esce.
      Quale proporzionalità di “miscuglio” ci puo’ essere in un mondo intero che si riversa tutto in Europa?! Prendi un planisfero, guarda le proporzioni e dimmi.

      E poi perché questa povera vecchia, preziosa, amatissima Europa dovrebb’esser di tutti quando il resto del mondo è severissimo ed impietoso con chi voglia appropinquarvisi..(vai in Yemen, Kenya, Somalia, Cina..poi dimmi…).

      Vengono per fame, mi dici; tutti? I cinesi che in dobloni sonanti si stanno comprando città intere con tanto di esercizi operanti (Roma, Firenze, Milano…) ..è gente alla fame, secondo te?! I tanti arabi con e donne velate al seguito e carrozzine gremite di figli in giro per il paese..ti sembra abbiano costole di fuori e pance gonfie di aria?! O i tanti africani, vestiti firmati, anche gli stessi ambulanti, e grondanti di cellulari e i-pod a cui stanno aggrappati da mane a dì, ti sembrano indigenti?! Il credito telefonico non si mangia mica…I kebbabbari che, col loro sottocosto, stanno mandando in rovina la cultura gastronomica di un paese come l’Italia…son venuti in gommone? Queste badanti, grasse come zampogne e truccate come balorde, pronte ad accaparrarsi qualche malridotto pensionato lì e lì per andarsene ti sembrano donne che non mangiano da mesi?

      Il calcestruzzo? L’algebra?! Sai a quando risale la Porta Rosa di Parmenide?! Son certo di sì; ed immagini anche la difficoltà dei calcoli matematici necessari per progettare un arco a tutto sesto nel IV secolo a.C. …

      So che non siamo d’accordo, e resteremo ognuno della propria opinione, ma questo è il pregio di una democrazia occidentale.

      H.L.

  2. G.M. Says:

    Bell’articolo… e smettiamola di dire quella enorme, mostruosa cazzata che certi processi sono inarrestabili.
    Diventano inarrestabili se non si fa nulla per arrestarli. Ci sono le leggi, la tecnologia, la cooperazione e se serve LE ARMI.
    Nessuno, proprio nessuno ci ha obbligato a levare i controlli per le persone alle frontiere. Nessun essere supremo ci impedisce di non concedere asilo politico; nessuna strana forza mistica ci impedisce di infliggere una pena esemplare per il reato di clandestinità. Nessuno, solo la nostra stupida empatica coscienza, ci impedisce di respingere con la forza i barconi carichi di fecondatori islamici, mandando una imperiosa flotta di navi e aerei europei a presidiare le coste africane. Nessuno ci impedisce di difenderci dalla tubercolosi che portano questi NEMICI nelle nostre città. Nessuno ci impedisce di iniziare oggi stesso una guerra casa per casa per riprenderci la nostra storia.
    Nessuno. Solo la nostra stupidità.

    • aristocraziadvracrvxiana Says:

      Grazie per il commento, G.M. , pienamente condiviso. Hai ragione, la disperazione è doppia: verso il fenomeno invasorio (Tremonti lo ha detto chiaramente) e verso la stupidità di chi lo avalla. Ma si puo’ resistere, con la cultura, l’identità, l’amore per il proprio, la forza.

  3. Nicola Says:

    Vorremmo rimanere ciò che siamo, e se lo vogliamo con tutte le nostre forze queste saranno in sintonia con le corde del Cosmo …

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