CIVILE SPIETATEZZA, O BALORDA PIETAS ?!

– Aristocrazia Dvracrvxiana –
civile spietatezza o, piuttosto, balorda pietas ?
Prendiamo i tanto vituperati militari messi per strada e visti come il demonio dai benpensanti paladini della “libertà d’azione criminale” (non certo di pensiero..) e dell’ecumenismo comunista: se la loro presenza servisse a salvare sia pure una sola vita, – una sola vita – non ne varrebbe la pena?
Perché a sinistra si ragiona sempre in termini così unidirezionalmente “sociali” ed immancabilmente cinici rispetto ai diritti del singolo, rispetto alla sofferenza ed ai bisogni che l’individualità può patire a causa delle straripanti esigenze di una massa anonima, informe e troppo spesso insignificante?!
Quanto vale una vita umana ? Inestimabilmente: è questo l’unanime e trasversale verdetto dei più grandi umanisti e filosofi di tutti i tempi. Ebbene, quanto tale vita viene realmente tutelata dalla legge? Non parliamo di etica solidaristica – e molto ideologica – che costringa gli esseri umani ad aiutarsi onde evitare che altri muoian di stenti; parliamo, piuttosto, del rendere esecutivo il sacrosanto divieto di uccidere: questione che invece riguarda tutti, come la morte stessa, del resto!
I Romani, maestri di diritto, vietavano di uccidere un uomo libero, non obbligavano alcuno a dar sussistenza gratuita a qualcun altro a spese del primo: astenersi dall’uccidere è un dovere giuridico di tutti, la solidarietà è solo un’opzione etica di parte. Ebbene, la società è un consorzio giuridico nato per salvaguardare e rendere più agevole la tutela dei singoli che la compongono, e l’incolumità fisica è il cardine di tale tutela; certo, salute compresa, ma incolumità prima di tutto: la salute ne è solo una fattispecie.
Tempo fà uscì un’indagine sulla popolarità della pena di morte negli U.S.A, secondo la quale la maggioranza degli americani vi era favorevole non perchè la considerasse un deterrente al commettere omicidi, né perchè la ritenesse funzionale a punire, ma semplicemente perché la considerava “giusta”. Ciò detto, ci rendiam conto esser questo argomento scabroso e non gestibile in uno scritto di poche riflessioni: ma una domanda deve poter essere legittimamente posta: se la pena capitale, anche come semplice deterrente, facesse diminuire le statistiche omicide pur soltanto di una sola unità l’anno, non sarebbe auspicabile proprio in nome di quella sacralità della vita per la quale si deve poter investire un capitale umano quantomeno equivalente a quello da salvaguardare? (ammesso che esista equivalenza di valore umano fra un assassino e la sua vittima, in una civiltà giuridica evoluta). Ovvio che le fredde statistiche abbraccerebbero tale sacrificio come auspicabile (in uno stato che ha la pena di morte il clima di deterrenza verso la commissione dei crimini porta ben oltre l’unità la soglia di disincremento dei reati gravi), ma i fautori del “buonismo d’accatto” si appellerebbero subito alla sacralità della vita del condannato, creando quel virale corto circuito ad essi caro in base al quale al morto ammazzato si dice “Amen”, e al condannato si propone di “non farlo più” in nome della solita pietas cattocomunista, puntualmente dimentica delle volgari formule di esecuzione capitale proprie di Paesi Arabi,Cina e paesi comunisti in genere.
Mentre, infliggere in modo tecnologico e civile la cessazione di attività biologica ad un essere che di umano ha solo l’appartenenza umanoide dovrebb’essere un male minore sopportabile per una società che davvero volesse tutelare l’incolumità e la sicurezza dei propri consociati civili e puri: il pietismo verso l’arto cancrenico serve solo a far morire prima ed in modo più straziante l’intero paziente, che ben volentieri scongiurerebbe il medico di amputarglielo: ma la voce gli vien portata via da quei santarelli che dicono di battersi per i deboli quando in realtà lo fanno per balordi e assassini. Helmut Leftbuster – myspace.com/dvracrvxcenacvli

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