Archive for gennaio 2010

circa la carriera di certi radical chic che inzuppano il pane a mediaset e medusa…

gennaio 30, 2010

Stavo pensando alla carriera tipo di certi idoli radical chic del mondo dello spettacolo. In particolare certi volti della tv, soprattutto comici. Primi passi sulle tv berlusconiane, nei programmi di cabaret, successivamente pubblicazione di libretti col “meglio di” su case editrici un po meno berlusconiane ma comunque “glamour”; filmetto che … Mostra tuttoricicla se solite gag, prodotto da Medusa, ma che mostra una certa “evoluzione” verso una “comicità che fa anche pensare” molto politicamente corretta. E poi il passaggio in rai, consacrazione finale con ospitate da Dandini e Fazio, tour nei palazzetti e teatri a 40€ a biglietto ed immancabile presa di posizione finale anti-premier con firme ad appelli “per la libertà di espressione” e partecipazione a iniziative pro diritti umani con altri spettacoli stavolta di beneficenza in cui comunque paga il pubblico.
Contenuti di discorsi, interviste, spettacoli e scritti vari sono sempre delle banalità allucinanti, ma poichè detti da gente “simpatica e intelligente” diventano incontestabilmente delle Verità Assolute.

LUCA HERRDOKTOR (Aristocrazia Dvracrvxiana)

CIRCA IL VINO (INCAUTAMENTE) ANNACQUATO…

gennaio 19, 2010

circa il vino incautamente annacquato…

Purezza-osmosi-alterazione-nuova purezza: questi i passaggi fisico-chimici che subisce un fluido in seguito a rapporto osmotico con altro fluido. Ciò dato, quali variabili fanno la differenza durante tale percorso sino al risultato finale? Indiscutibilmente, le quantità.

Col vino vien più facile seguire il ragionamento: allo stato puro un bicchiere di vino è spremitura d’uva 10 parti su 10.
Se si desidera annacquarlo, ad esempio, per mitigarne l’asprezza, lo si può stemperare aggiungendovi dell’acqua, ma sempre entro i limiti di capienza del bicchiere e, naturalmente, senza snaturare l’identità di ciò che si intendeva bere sin dall’inizio, e cioè, comunque, solo un bicchiere di buon vino.
Poniamo quindi di voler sostituire, diciamo..2 parti di vino con 2 parti di acqua; ebbene, non basterà semplicemente aggiungerla, poiché il bicchiere non reggerebbe mai un contenuto di 12 parti di fluido complessive; per far posto all’acqua bisogna dunque sottrarre almeno altrettanto vino, pena lo sbrodolare dappertutto!
Ma cosa accadrebbe se, per ipotesi distraendoci, finissimo per sostituire troppe parti di vino rispetto all’aggiunta di acqua? Glu glu glu.. 3 a 7.. 4 a 6 ..glu glu.. 5 a 5..sino ad arrivare incautamente a 9 ad 1: a questo punto, sarebbe definibile ancora “un bicchiere di vino un po’ alleggerito”, o piuttosto “un bicchier d’acqua leggermente acetata”? E quindi come fermarsi al momento giusto? Chi decide sino a quando è ancora un bicchiere di vino prima di diventare troppo distante da tale naturale punto di partenza, e di conseguenza quando fermare il flusso di acqua?

L’identità culturale di un popolo, consacrata nella sua Carta costituzionale e territorialmente delimitata da confini
giuridicamente descritti, è come quel bicchiere di vino; e la qualità dei fluidi che ne animano la capienza non può tradire oltre una ragionevole misura le descrizioni della sua etichetta di provenienza; diversamente, tanto vale cambiargli nome!

Helmut Leftbuster – SKEGGIA DVRACRVXIANA

Introduzione alla categoria “AMENI SENTIERI ET SPECULA DVRACRVXIANI”

gennaio 17, 2010

Aristocrazia Dvracrvxiana, come già Dvra Crvx oltre 15 anni fà (sulla cui “fanzine” la medesima rubrica si intitolava “Sacertas Locorum Lvcorumque”), studia, esplora, annovera e compila quelle meraviglie naturali o architettoniche che, troppo spesso oscurate e trascurate dai melliflui curatori di rotte “culturalmente corrette“, costellano le nostre amate latitudini e sono raggiungibili attraverso impervi sentieri il seguire i quali è impresa altrettanto affascinante che godersi l’agognata mèta, sebbene non sempre agevole, comoda o a favore di corrente del “traffico”. Che siano grotte, anfratti, corsi fluviali, pozzi, borghi o città d’arte, essi incarnano, nelle pietre e nell’acqua che racconteremo, secoli di ancestrale leggenda identitaria, estetica e spirituale, la cui forma e godibilità è dovere di chi li ama preservare in materia, forma e spirito.
Pertanto, a fianco delle rubriche politiche, delle monografie storiche, delle immagini impietose e vergognose, e finanche delle ricette culinarie, ecco una guida a “quei” luoghi da noi prescelti ed eletti a “boschi sacri” (luci), luoghi di visita, celebrazione, o semplice contemplazione. L’esistenza dei quali è vibrante prova del respiro di Dio.

LUCANIA, LA TERRA DEI TRE IMPERI D’OCCIDENTE

gennaio 17, 2010

LA TERRA DEI TRE IMPERI

Conosciuta anche col meno amato nome bizantinofono di “Basilicata”, la Lucania è senz’altro una delle regioni d’Italia meno conosciute, visitate, turisticizzate; e non è un caso, né tantomeno la sfiga, ma una meravigliosa evidenza della sua natura di terra fiera, impervia e senza compromessi.
Gli stessi Romani dovettero faticare non poco per penetrarvi e sottometterla, senza fra l’altro riuscirvi completamente per via dell’ardore dimostrato dagli antichi “Lucoi” (foto 1), i “boscosi” abitanti autoctoni, che in ogni caso non permisero la costruzione di alcuna via di collegamento diretto fra Roma e l’approdo metapontino al mar Jonio, che sarebbe invece dovuta essere quella via Appia, di fatto deviata verso le puglie.
Questa sua natura geografica severa e impietosa è riuscita a proteggerla nei secoli da invasioni, stanzialità allogena, ipertrofia demografica, immigrazione e persino da quel turismo di massa in ogni caso nefasto; e tuttociò nonostante in poco spazio, delimitato da ben due mari, vi sia un concentrato di preistoria, fenomenologia carsica e geologica fra cui laghi vulcanici unici nel loro genere come quello di Monticchio, una orografia spettacolare e molto simile a quella alpina, spiagge incontaminate, siti archeologici, templi greci, città romane, grotte paleocristiane, chiese rupestri, cattedrali gotiche e castelli medievali. Il tutto ammantato da un clima secco e ideale in ogni stagione, una pulizia dell’ambiente degna d’un paese del nord Europa, ed una cordialità dei locali senz’altro specchio di quelle certezze etnografiche e identitarie che accennavamo all’inizio.

Anzitutto, girando per la regione, si fatica a credere di trovarci nell’ipertrofica e cementosa Italia attuale, quando in piena stagione estiva, pur procedendo su strade e superstrade di grande raccordo intraregionale, possono trascorrere interi minuti di orologio senza che s’incroci neppure un’altra automobile. Fantastico.

Eppure di ricchezze che la rendessero appetibile questa terra ha sempre abbondato: i Greci, nel VII secolo a.C. già intrattenevano benevoli scambi commerciali con le popolazioni locali, i cui cenni reciproci furono da presto ben riscontrabili nell’artigianato (foto), nei costumi, nella cultura enologica della regione che non a caso chiamarono Enotria e che, sbarcativi a Metaponto, fascinarono e assorbirono a loro volta, amplificandone poi il gusto e le forme grazie al successivo imperialismo magnogreco che fece da cassa di risonanza della cultura lucana sino a Roma: si guardi la somiglianza delle armi (foto), la presenza nell’Olimpo sia greco che romano di divinità italiche antichissime come la Dea Mefite, venerata in questi luoghi come nume tutelare della fertilità e della terra.

E poi i Romani con Venosa, che diede i natali al poeta latino Orazio; i Normanni con Melfi, quando tra il 1000 ed il 1100, incrociando il loro animo guerriero con l’antica spiritualità italo-greca (che si alimentava dell’esperienza monastica basiliana), andarono a forgiare su quei territori una nuova cultura di stampo fortemente europeistico ante litteram, inaugurata politicamente da Carlo Magno e proseguita poi con gli Ottoni sino a Federico II che farà del maestoso castello di Melfi la propria residenza ed una delle roccaforti strategiche del Sacro Romano Impero contro l’invasore infedele, inquadrando tale zona all’interno d’un sistema difensivo innovativo e avveniristico costituito nel Giustizierato di Basilicata attraverso un atto giurdico di rilievo storico denominato “Statutum de reparacione castrorum”.

Basti pensare che la prima Crociata, promossa da papa Urbano II, fu indetta ufficialmente a Banzi, (annoverato non a caso fra i nostri Lvci Dvracrvxiani), un incantato borgo lucano ove ogni anno si celebra la ricorrenza dell’evento attraverso una pomposa rievocazione storica (foto).

Forse nessun altro punto geografico dell’Europa costituisce quel perfetto fuoco di intersezione delle tre grandi culture occidentali, l’ellenica, la latina e la gotica, i tre grandi imperi d’Occidente che seguendo una linea longitudinale, non poi così solo immaginaria, sembrano volersi passare cronologicamente il testimone d’una egemonìa fatidica e ideale che ieraticamente rappresenti l’ascensione dell’uomo verso l’Alto.

Ed il tempio di Hera, eretto presso Metaponto nel VI secolo a.C. sui resti di un preesistente villaggio neolitico, e chiamato a partire dal Medioevo anche “Tavole Palatine” (forse per averne Carlo Magno ripreso le fattezze esteriori nel far disegnare la propria mensa palatina, o forse in onore di Ottone II che ivi stanziò le proprie truppe in occasione della grande e gloriosa offensiva sferrata contro i saraceni nel 982), è una degna rappresentazione topografica di tale fusione ideale e politica. Quel che è certo è che all’ombra di quelle colonne ancora vibrano i dotti sussurri dei discepoli pitagorici che vi si raccoglievano per studiare gli insegnamenti del grande matematico nativo di questi luoghi e che, val ricordarlo, ben poco ha da invidiare in termini di riconoscimenti storico-scientifici ai suoi colleghi arabi, cinesi, atzechi o egizi…troppo spesso mendacemente considerati dai soliti patetici xenofili d’accatto le sole grandi menti scientifiche dell‘antichità..

E lo stesso monachesimo occidentale ha lasciato qui le proprie veementi testimonianze ancora una volta in controtendenza rispetto al flusso di eventi storico-politici propri della latitudine del luogo: l’influenza bizantina sul meridione d’Italia dopo la caduta dell’Impero d’Occidente è stata indubitabilmente forte, sebbene osteggiata con onore ed orgoglioso irredentismo ereditario da parte di chi, a ragione, si sentiva ben più romano di Bisanzio per maggiore prossimità etnica, culturale ma soprattutto per diretta discendenza giuridico-politica: Longobardi, Franchi ed infine gli ultimi e più sincretici depositari dell‘”imperialità romana“, i Germani.
Ed a conferma di tali consecutiones storiche soccorre in primis l’archeologia: monumenti ipogei come le chiese rupestri del materano, ed in particolare la Cripta del Peccato Originale, forse la più importante scoperta di archeologia cristiana dal dopoguerra, interamente affrescata con scene della creazione ad opera di monaci benedettini dell’VIII secolo, confermano, con una sorta di “innesto della tradizione pittorica beneventana”, una presenza monastica non di matrice bizantina, come sarebbe stato geograficamente più logico, bensì monastico-occidentale, e quindi filo-imperiale, che testimonia come la Lucania sia passata dai Greci ai Germani senza esser transitata per dominazioni levantine, al pari di altre regioni meridionali meno fortunate come la Sicilia, la Puglia e la stessa Campania.

Del resto, l’ossessiva presenza di maschere apotropaiche in pietra di ogni dimensione, incastonate negli angoli più reconditi dei vicoli paesani di questi scrigni d’arte svettanti di torri e campanili, devono aver avuto il loro effetto per aver protetto così amorevolmente un territorio che appare immacolato nella sua preservazione architettonica, artistica e ambientale: Craco, il paese fantasma (dove son state girate le sequenze più drammatiche della “Passione” di Mel Gibson, ma anche, insieme ai “Sassi” di Matera, scene dell’ultimo “Guerre Stellari” – non che ciò debba esserne vanto, ma una constatazione di pregio estetico sì -); Ripabianca, appollaiata su un colle da cui risplende in quel suo lucore che fa comprenderne il nome; Vaglio, che ospita un altopiano interamente occupato da siti archeologici risalenti al neolotico all’interno dei quali compaiono misteriose croci greche istoriate nella pietra a riprova dell’immanente valenza antropologica occidentale del sacro simbolo; Atella, caratterizzata da una spettacolare piazza monumentale. Che dire?! Parliamo di borghi d’inestimabile fascino che sembrano strappati alle tele di qualche pittore romantico (e quanti ne son venuti qui a trarre ispirazione, soprattutto tedeschi..).

Acerenza, altro borgo che toglie il respiro, preserva forse la più bella cattedrale in stile romanico-normanno che si trovi su suolo italico, e la cripta, datata 1524 raccoglie testimonianze templari ed una serie di affreschi del Todisco che richiamano al senso più profondamente cristiano della vita e della morte (foto).
La presenza templare e dei Cavalieri Teutonici, testimoniata non solo da numerose commende fra cui, celeberrima, quella di Venosa, ma soprattutto da incontrovertibili prove simbologiche repertabili ovunque sul territorio della regione, ha sempre assicurato una salvaguardia degli accessi a e dal mare efficiente e capillare, garantendo alla Lucania una salubrità invidiabile rispetto ad eventi invasori ed inculturazionisti: citiamo per tutti l’evento storico che vede gli Ospedalieri nel 1480 respingere l’assalto dell’esercito di Maometto II durante il tentativo di occupazione rodiese, alla cui difesa contribuìrono decisivamente le forze cristiano-occidentali coalizzatesi contro gli infedeli e dipartitesi proprio dai porti lucani.
A questo riguardo non possiamo descrivere che come “indescrivibile” (ma testabile da chiunque volesse tentare l’impresa) l’emozione dell’approdo dal mar Jonio alla costa metapontina da Noi effettuato, pagaja alla mano, partendo dalla spiaggia di Nova Siri in direzione della foce del fiume Sinni, lungo lo specchio di golfo antistante Metaponto-Policoro: in questo punto la costa è rimasta talmente incontaminata – persino dal cemento alberghiero – che riteniamo la scena che ci ha accolti possa esser stata davvero simile a quella vissuta dai primi visitatori greci che sbarcarono qui oltre 700 anni prima di Cristo (foto): uno sconfinato arenile incorniciato da una folta vegetazione boschivo-marittima che, inoltrandoci lungo il corso del fiume una volta superata la foce, offre una varietà di specie animali e vegetali a tutt’oggi insperabile da potersi scorgere con tanta facilità (foto). Ed il pensiero vola ad oltre quella foce, punto d’intersezione ed incontro fra due magnifiche civiltà consanguinee: la greca e la latina; il salato della commozione prende il posto di quello degli schizzi della risacca nel preciso istante in cui la nostra piccola prora di tecnologico poliuretano espanso scivola oltre tale limes compiendo un passaggio geofisico così semplice, ma dal tenore simbolico così elevato e solenne. (foto)

E poi Matera (foto), che con la sua sconfinata gravina (foto) offre allo spettatore quel qualcosa di spiazzante che troppo spesso gli esterofili da erba del vicino sempre più verde – grazie al cagar sulla propria – sono andati a cercarsi all’estero, senza mai farsi un giretto in auto dalle proprie parti.
Quanto a Matera di notte è un altro spettacolo decisamente da vivere più che da leggere: nostro impegno è fornire lo spunto, la garanzia e qualche immagine, nulla di più, il resto è lì che v’aspetta!

Il piccolo lago vulcanico di Monticchio è bellissimo, immacolato nella sua perfezione geometrica, ed ha nell’estrema profondità delle sue verdi acque una caratteristica geologica che gliene garantisce primato nazionale. Chissà che là sotto non si celi in qualche modo anche parte di noi…una foto subacquea l’abbiamo comunque strappata al pelo d’acqua e alle ninfee che ne velano l’alveo.

Concludiamo con il cibo gustato in occasione del viaggio: divino come il vino, e come gli dei che, greci, romani o lucani, se ne saranno deliziati a sfinimento sin dall’inizio dei tempi, e così è rimasto: mare o montagna, con pochi euro gusterete alla grande e ovunque una cucina semplice, ricca e identitaria; da segnalare le burrate fresche di giornata servite nelle masserie: almeno in quel latte vero come la vita il tempo s’è fermato da un pezzo, sprezzante certezza di qualsiasi indegna sofisticazione organolettica: sa di latte lucano perché è prodotto in Lucania.

“URTARONO GLI SCUDI DI CUOIO, LE LANCE E IL FURORE DEGLI UOMINI CORAZZATI DI BRONZO; E GLI SCUDI DI BRONZO COZZARONO INSIEME; GRAN FRAGORE SALIVA”
Omero, Iliade, VIII.

HELMUT LEFTBUSTER e G.dX.

SEADAS BARBARICINE: CASEARIA LATINITAS ISOLANA!

gennaio 11, 2010

La Sardegna, come tutte le isole, gode di una salvaguardia naturale, e di conseguenza culturale, tale da rendere inevitabilmente meno contaminate e contaminabili le proprie usanze, costumi, e cibo. Lo stesso idioma locale trasmesso di generazione in generazione è andato a costituire una lingua neolatina a se stante non transitata per il volgare come l’italiano e come le altre lingue romanze.
La dominazione romana è stata l’unica autenticamente influente sull’isola e sostanzialmente seguita a quella nuragica preesistente le cui vestigia sono a tutt’oggi evidentissime e molto ben conservate. Arabi e Fenici, fortunatamente, non devono aver lasciato sull’isola grande impronta a giudicare dall’irrilevanza delle eredità artistiche ed architettoniche superstiti.
Ed anche la ricetta proposta è un archetipo pastorizio di pura georgica latinitas: una sorta di pasta sfoglia costituita da 20g di strutto per ogni etto di farina ed un uovo ogni mezzo chilo di partita. Con tale sfoglia si foderano dei tortiglioni ripieni di formaggio locale che, essendo difficilmente reperibile, può essere sostituito con dell’ottima scamorza ciociara o comunque italica a pasta filata e non eccessivamente saporita grattuggiata finemente, e mischiata con un goccio di olio d’oliva, una stilla di liquore dolce ed una bella grattata di buccia di limone.
Chiusi i tortiglioni riempiti con tale impasto caseario, si friggono in olio di semi e si servono belli caldi cosparsi di miele dolce (altra tipica latina suavitas..) e/o una bella spolverata di zucchero.

SPAGHETTI alla CARBONARA..DVRACRVXIANAMENTE ARRANGIATI

gennaio 11, 2010

La variante della nostra ricetta sul tema originale “Carbonara” – che senz’altro troverete su siti ben più specializzati del nostro – consiste essenzialmente nell’accettare che, se anche non si dovessero avere in frigo tutti gli ingredienti giusti per la versione ortodossa, potete comunque arrangiarvi e farla con quello che avete, piuttosto che uscire sotto casa per trovare l’alimentari nostrano chiuso ad orario di legge, e l’etnico o il kebab aperti ad oltranza – e a sbafo – a tentare l’ impaziente (e ignorante) ingordigia degli italiani più infingardi.
Sbattete due uova, che in frigorifero si trovano sempre, con poca chiara, (ma un po’, a gusto, potete lasciarla, se volete), un bel cucchiaione d’olio d’oliva e montatele a crema; soffriggete del gambuccio, del prosciutto avanzato, o comunque del salume in un goccio d’olio con un po’ di zucchero ed una innaffiata di vino che ne spengano la salatura (soprattutto se stava lì da un po’), e una volta cotti gli spaghetti li scolate su una cuccuma già spolverata a neve di parmigiano o pecorino e tanto pepe, così che il contatto con la pasta bollente che vi si appoggia sopra fonda per primi tali ingredienti sprigionandone gli aromi; successivamente vi gettate le uova sbattute e il soffritto, per poi amalgamare il tutto ad arte. Un’ulteriore – anche salutista – licenza sul tema può ottenersi sostituendo il salume, se non doveste averne affatto, con della verdura, tipo zucchine o carote, da tagliare a dadini e soffriggere; la giusta dose degli altri ingredienti ne farà comunque un piatto interessante e di gustosa italianità.
In ogni caso, meglio una Carbonara inculturata dagli avanzi del vostro frigorifero, che farvi inculturare lo stomaco da “involtini primavera” avanzati ai topi…
– ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA –

GUELFI COMUNISTI PASTICCIATI NO-GLOBAL

gennaio 7, 2010

Durante un nostro ritiro di studio presso il Lvcvs di Buonconvento, nobile borgo della Toscana ove il salvifico imperatore atteso da Dante, Arrigo VII di Lussemburgo, avrebbe trovato la morte, probabilmente assassinato con un’ostia avvelenata proprio da uno di questi pretini “rossi” che anche all’epoca infestavano la rettitudine evangelica parassitandovi subdolamente per demolirne dal di dentro quella vis politica, cantata magistralmente dal Sommo Poeta nel suo De Monarchia, che non ammette obiezioni all’imperativo cristiano del “reddite quae sunt Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo” scolpito a fuoco nei Vangeli (citiamo, anche per gli altri, il secondo Matteo 22,21), visitando la splendida chiesa di Monticchiello, altro prezioso scrigno di occidentale pregio e bellezza, incappiamo in un opuscoletto parrocchiale dal titolo “Comunità”, ambiguo termine che vuol dire tutto e niente.
Certo, la parola “comunità” esprime “aggregazione”; ma un aggregato è tale in contrapposizione a qualcosa che ne resta al di fuori, diversamente perde la propria ontologia concettuale; pertanto, a chi si riferirà il senso di esclusione implicito in tale titolo?
In copertina (rossastra) una bella immagine di tipico arco a sesto acuto, inconfutabilmente emblema di medioevo italico, ed un rosone di chiesa sovraimpresso; quindi per ora nessuna moschea o minareto, almeno…

Tuttavia, andando a leggere il redazionale del parroco alla pagina 3, ci accoglie subito un’aperta invettiva contro il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, degna de “il Manifesto” o di “la Repubblica”, la cui sfrontata partigianeria potete saggiare direttamente, trovandola sottolineata in verde nello stampato originale fotografato e allegato come n.1 al presente articolo.

Andiamo oltre: a pagina 6 ci attende un secondo mellifluosissimo scritto dal titolo “Il sapore di un luogo”, che di per sé farebbe pensare ad un qualcosa di “identitario”, ma dato l’antipasto appena consumato non ci aspettiamo che trabocchetti: infatti si procede come sulle sabbie mobili (questo brano, abbiate pazienza, va letto tutto per assaporarne appieno le continue incongruenze logiche, e lo trovate come allegato fotografico n.2): si comincia col piagnucolare sulla decadenza degli antichi mestieri e sapori d’un tempo, tipica soprattutto delle grandi cttà; ma poi l’autore, rendendosi conto della sdrucciolosità ideologica di tale discorso, anzichè cestinare con un po’ d’umiltà l’argomento e riscriverne un altro, tenta imperterrito di riprendersi, sprofondando sempre più nella contraddizione fra gli eventi oggettivi che descrive e l’assurda soluzione ideologica che vorrebbe darne: costui scrive: “..discorso scivoloso, questo, come tutti quelli che incrociano i processi di cambiamento. Non ci si può metter di traverso alle trasformazioni. Oltre che ingiusto è anche stupido..” riferendosi evidentemente all’immigrazione allogena. Varrebbe ribattergli: ma come mai al colonialismo occidentale si son messi tutti di traverso, eccome, e alla fine gli occidentali son stati cacciati ovunque??? Mai alcun colonizzato s’è sentito parlare arrendevolmente di “ineluttabilità colonialista”: hanno dato filo da torcere sempre, e alla fine hanno cacciato gli invasori senza complimenti (spesso tenendosene infrastrutture, insegnamenti e progresso..), Sudafrica docet!
E poi continua: “ci sono fenomeni inarrestabili. E si rischia inoltre di cadere nell’odioso rifiuto di ogni novità e cambiamento, in nome di una presunta identità tradizionale..fino a quell’assurdo spirito di crociata che ha portato alcuni comuni del nord a vietare i negozi di kebab”. Ma come: prima parla di piccoli artigiani d’un tempo che vanno in rovina in seguito al cambiamento delle abitudini e dei gusti degli italiani dovuto alla globalizzazione, e poi difende il kebab?! Ma come si può essere tanto illogici???

Ma il meglio deve ancora venire..per cui leggetevelo da soli questo 2 allegato, credete, ne vale la pena per capire il livello della incapacità sinaptica di questa gente nel coordinare insensatezza logica e partigianeria ideologica.
Poco sotto campeggia minimalista una foto con la fiera di solidarietà di turno ed un pretino smunto, barbuto e vestito alla post-conciliare della quale lasciamo a voi il commento circa la stucchevole stereotipizzazione di certi fenomeni che sconfinano nella peggior modaioleria post-sessantottina.

Andiamo avanti: viene riportato il “Pianto della Madonna” di Jacopone da Todi (troppa grazia!), al quale, subitanea, si fa seguire una chiosa in cui si dice testualmente che “..significative in proposito sono le parole di Natalia Ginzburg, nata Levi, scrittrice ebrea e parlamentare della sinistra indipendente, scomparsa nel ’91. Ha scritto che Cristo crocifisso è l’immagine della rivoluzione cristiana che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini finora assente…” Ebbene, che in un opuscolo parrocchiale cattolico si citi la Ginzburg, sottolineandone quasi a sfregio la bontà del posizionamento politico, per dare un senso ad un canto di Jacopone da Todi significa che certi preti hanno metodiche di catechesi di stampo davvero sovietico.
Ed a pagina 13 (allegato fotografico 3), ecco l’apoteosi della propaganda militante bolscevica e mondialista, indegna dell’equilibrio e del rispetto che i tenutari di un luogo di culto dovrebbero riservare al pensiero politico dei fedeli che vi si recano non per essere catechizzati, ma per pregare: l’articolo “Cristo nel mondo”. Anche questo va letto per intero per goderne appieno dello spregiudicato olezzo ideologico, tuttavia ne sottolineiamo alcuni stralci da commentare in diretta: “…affinché la Chiesa sia all’altezza di giocare il suo ruolo nell’evoluzione del mondo, essa deve fare, al proprio interno, un duplice lavoro di apertura sul futuro e di valutazione critica del passato”. E prosegue: “insomma questa parte della cultura fatta essenzialmente di filosofia greca e di diritto romano sta per concludere il suo lungo cammino sotto i colpi inesorabili della globalizzazione culturale ed economica che sta portando ad un notevole ridimensionamento del mondo occidentale a favore di mondi fino adesso solo sfruttati, anche se, purtroppo, ancora tutto avviene secondo i sistemi economici e finanziari del capitalismo che, seppur nuovo, rimane senza anima, con l’unico obiettivo del profitto e senza più le prescrizioni etiche della filosofia greca ed i limiti delle leggi romane”.
Tutto chiaro no?! Non solo una cinica felicitazione per una decadenza occidentale dovuta alla globalizzazione mondialista della quale si sono inevitabilmente avvantaggiati tutti gli extraoccidentali in forza di un banale principio osmotico, ma anche l’auspicio che le agonizzanti coscienza e tradizione umanistiche figlie di Roma spirino non prima di aver redento l’occidente dalle sue irrimediabili colpe pregresse ed imprescrivibili: insomma tolleranza civile solo verso chi va accolto, ma mai a nostra tutela, anzi: secondo tale auspicio dovrà esser proprio il nostro livello di civilizzazione il pugnale del nostro stesso suicidio culturale, politico ed antropologico!

E tutto questo “ben di dio” cartaceo quanto ideologista è in distribuzione gratuita presso i banchi ammantati di sacertà cattolica di un gioello di chiesa medievale sperduta nella campagna senese; figurarsi cosa possano combinare certe “eminenze rosse” (o nere tipo Milingo)..e ce ne sono tanti di cardinaloni tronfi di vuoto ecumenismo elargito non certo a spese dei propri anelloni e delle proprie cattedrali.

Conclude questo capolavoro di ortodossia evangelica una citazione di Giovanni XXIII, il cosiddetto “papa buono”, il papa del Concilio Ecumenico..colui che avrebbe detto, in merito all’evoluzione modernista auspicata dal Concilio, sul letto di morte: “non è il Vangelo che cambia, ma siamo noi a comprenderlo meglio”. Certo: gli innovatori e i rivoluzionari trovano sempre una formula filosofica azzeccata per giustificare i loro artificiosi tentativi di inculturazione di ciò che appartiene naturalmente alla Storia e alla Tradizione, ma questo non li rende necessariamente uomini giusti.
Noi, a tal riguardo ci limitiamo ad una breve analisi storico-simbolica, forse più suggestiva che politica, ma senz’altro basata sui fatti; considerando che i papi godono del millenario privilegio di scegliere il proprio nome ispirandosi a quello d’un predecessore evidentemente gradito, va detto che il tanto osannato “buon” Giovanni XXIII ha preso il nome con l’ordinale successivo a quel Giovanni XXII, coevo di Dante, che più d’ogni altro ha condotto una politica avida di potere, antiimperiale e dedita al guelfismo più bieco e alle conseguenti pratiche inquisitorie: tanto per capirci, parliamo del papa del romanzo di Umberto Eco “Il Nome della Rosa”, un pontefice ostile all’ordine francescano e all’Imperatore (Ludovico il Bavaro, successore di Arrigo), un uomo sanguinario e spietato. E non a caso siamo partiti citando il De Monarchia dell’Alighieri, sul quale presto torneremo con una monografia ad hoc: l’opera politica di Dante è tutta incentrata sul concetto di supremazia terrena del potere politico e secolare dell’Imperatore rispetto a quello del papa. E lo è a tal punto da esser stata da subito messa all’Indice dei libri proibiti dal Sant’Uffizio. Ebbene, sapete quale papa ha redento tale opera, restituendola con apposita enciclica alla luce? Papa Benedetto XV, il “Benedetto” predecessore di quello attuale, (il “cattivissimo” e teutonico Benedetto XVI), soltanto nel 1921 con l’enciclica “In Praeclara Summorum”, attraverso la quale il coraggioso pontefice sdogana definitivamente un pensiero politico che era, ed è a tutt’oggi, il più alto esempio di ode alla laicità dello Stato. Purtroppo ha potuto farlo solo qualche anno dopo che l’ultimo imperatore del Sacro Romano Impero, Francesco Giuseppe d’Asburgo, era venuto meno, alla fine della prima guerra mondiale. Comunque meglio tardi che mai; e comunque..Giovanni XXII e XXIII e Benedetto XV e XVI: due nomi, due destini incrociati. Ci torneremo su in futuro.

E concludiamo questa lunga carrellata degli orrori (e quindi di dovute riflessioni su quanto si debbano sempre ed in ogni caso tenere gli occhi e i cervelli belli spalancati..anche in chiesa!) con tutta una serie di link posti sull’ultima pagina di questo bollettino di propaganda politica mascherato da soave libricino per pacate riflessioni di illuminata cristianità; link e annunci inneggianti a robe tipo la “Rainbow Warrior”, l’imbarcazione ipertecnologica al soldo di quei rompicoglioni pseudoambientalisti di Greenpeace che vanno a gettare corde fra le eliche delle baleniere giapponesi, invece di farsi inculare da qualche pirata somalo che volesse prendersi una distrazione fra un sequestro di mercantili occidentali e l’altro. E poi l’immancabile Amnesty International (che certo non si occupa delle lapidazioni islamiche o delle carceri turche quanto del numero di cessi fuori uso nelle nostre), e l’Unicef per chiudere con una stilettata moralistica infallibile alla coscienza d’ognuno, agitando il vessillo dell’infanzia per raccattar soldi anche dalle braccine più corte.

Fortunatamente, usciti da quella chiesa col nostro trofeo, di cui vi stiamo resocontando, con rammarico per la pericolosità della partigianeria umana travisata da buonismo, ma soddisfazione per il meritorio lavoro di analisi svolto, le trecentesche pietre, i merli delle torri semicoperte di ombrosa edera, il pozzo secolare di questo splendido borgo medievale continuano a sorriderci imperturbabili, parlandoci ancora la stessa lingua di sempre..e continuano a dirci che TRADIZIONE E’ PRESERVAZIONE; E CHE SE FOSSE PER CERTE “RIVOLUZIONI ECUMENICHE”, A MONTICCHIELLO NON ESISTEREBBE PIU’ NULLA DEI SECOLARI TESORI CHE VI POSSIAMO GODERE (e che ben si godono anche tanti “danarosi ecumenisti” al caviale che ci vengono in albergo con sauna..); E CHE SE FOSSE PER DETTE RIVOLUZIONI, IL SENESE SAREBBE RIDOTTO AD UNA PIANA DI MINARETI, GRATTACIELI E FAVELAS!
Helmut Leftbuster

RE VEGA IN BARCONE, GOLDRAKE IN PENSIONE !

gennaio 5, 2010

Risalgono alla TV in bianco e nero i primi cartoni animati giapponesi, atterrati in Italia verso la metà degli anni ‘70. Al di là delle iconografie robotiche e, per l’epoca, fantascientifiche, il messaggio etico e la semantica delle trame di “Goldrake“, “Mazinga“, “Jeeg Robot” e i tanti altri titoli che si sono succeduti a valanga per tutti gli anni ‘80, (e tuttora trasmessi dal satellite e massivamente distribuiti in dvd), era piuttosto lineare: la Terra veniva invasa dai cattivi di turno, in genere extraterrestri, comunque “allogeni” cattivi, ipermilitarizzati ed impeccabilmente monarchici. A difendere il nostro pianeta, invece, quasi mai erano gli eserciti regolari di una qualche improbabile (soprattutto per quegli anni) coalizione internazionale; in compenso giungeva immancabile il fatidico eroe o supereroe che per pura indole salvifica si occupava di far fronte alla situazione combattendo contro i mostri invasori che gli ottusi gerarchi nemici si ostinavano ad inviare rigorosamente uno alla volta, quasi a potersi garantire quelle puntuali sconfitte indispensabili ad una sceneggiatura seriale e stantìa, ma soprattutto impensabile nella realtà, inquanto il sintomo più efficace di una “invasione” che si rispetti deve essere la sua spropositata numerosità nel breve lasso di tempo in cui essa si verifica.
“Goldrake” (prenderemo a paradigma per l’articolo quel cartone in particolare per amore di storicità televisiva), non appena i “cattivi” al servizio dell’invasore Re Vega sferravano un attacco, scattava come una molla e puntualmente sbaragliava l’avversario costringendolo ad una ritirata propedeutica al riorganizzare le forze per dar vita alla puntata successiva.
Inutile dire che l’immedesimazione dei giovani spettatori nel “Drago Dorato” buono, senza macchia e senza paura era totale, e spesso decantata senza mezzi termini sin dalle parole della sigla iniziale, sempre oltre il limite d’una “sana intolleranza”: “va..distruggi il male, va..”.. ma quale “male”? I Veghiani non erano cattivi, avevano solo fame..
Goldrake salvava i suoi simili contro un nemico invasore e alieno (o allogeno che dir si voglia), ma bisognoso: d’altra parte, in assenza degli ideologici diktat attualmente in auge sulla tolleranza masochista e sull’allofilìa esasperata, in epoche di maggiore saggezza e buon senso per chi mai un terrestre avrebbe dovuto fare il tifo, se non per i terrestri? Per gli invasori veghiani, forse?! Ed anche quei 4 “bastian contrario” fisiologici alla statistica che avessero fatto il tifo per Vega, sarebbero stati da lui risparmiati una volta occupata la terra?! Eppure, al di là dell’aspetto truce e fascistoide degli occupanti, la loro motivazione era palesemente ragionevole e mediamente spezzacuore: le risorse del loro pianeta d‘origine (nella fattispecie le risorse di “vegatron”) si stavano esaurendo, e per la sopravvivenza della popolazione di quel pianeta era indispensabile occuparne impunemente un altro, ovviamente, sottomentendone o eliminandone la popolazione indigena. Eppure questa storia non faceva pena ad alcuno: quale bambino o suo genitore, vedendo il cartone, avrebbe mai detto “beh..infondo a questi poveracci gli si potrebbe pure fare un po’ di spazio, altrimenti se li lasciamo sul pianeta Vega moriranno d’inedia..”; macché! Del resto, la sapiente iconografia nipponica disegnava gli invasori come tutt’altro che bisognosi, anzi, tecnologizzati, poderosi, sprezzanti e avvolti in eleganti uniformi, al massimo solo un po’ imbranati: quindi non avrebbero potuto far pena neppure allo spettatore più francescano, mondialista e no-global.
Insomma, a questo punto dell’articolo avrete ben capito dove vogliamo arrivare: se al posto del pomposo Re Vega e dei suoi stivalati gerarchi e combattenti, avessero disegnato dei disperati nei barconi con gli stessi identici moventi, intenzioni, progetti e naturale avversione nei confronti degli occupandi, il cartone non sarebbe stato altrettanto efficace. Eppure il processo descritto è il medesimo: intenzioni invasorie da parte di gente il cui ineluttabile bisogno di spazio vitale annulla un’indole personale ed individuale che potrebbe, in altre circostanze e se valutata ad hoc caso per caso, rendere sindacabile il giudizio e l’approccio dell’osservatore nei riguardi di ciascuno di essi preso singolarmente come individuo e non come membro del branco invasore. Ed è proprio l’animalesca irruenza del movente a rendere tale progettualità invasoria spietata e senza scrupoli: l’ipotizzare una qualche improbabile etica dietro ad essa risulta essere solo un orpello estetico, appunto: se l’invasore possiede elmo, mantello e stivali va combattuto e con onore, se veste di stracci, fa gli occhi dolci e viene in barcone va fatto entrare e riverire: ma cosa c’entra il “come si presenta” con “il cosa è venuto a fare”?

Insomma, caro Re Vega, avresti dovuto essere più furbo: invece di fare tanto casino ogni volta con mostri, robot e minidischi volanti, la prossima vita vèstiti, se non di stracci, almeno con giubbotti e scarpe da ginnastica, e vieni da questuante, magari facendo la faccia un po’ infreddolita: farai la giusta pena che occorre fare per intenerire i cuori degli ipocriti, creerai maggiore senso di colpa in chi ti deve aprire la porta, e otterrai tutto quello che vuoi senza sparare un colpo e senza far fare ai tuoi generali l‘ennesima figura di merda. E vedrai che all’eroico Goldrake daranno un bel prepensionamento, sempre che nel frattempo non si sia già beccato qualche incriminazione per xenofobia o razzismo.
Un’ultima osservazione: mentre su Vega il vegatron stava indubbiamente terminando, condannando i locali, in mancanza d’una rapida evacuazione, ad estinzione certa, altrettanto può dirsi con matematica certezza stia avvenendo in Cina, o nei paesi islamici, o in paesi di occidentale benessere come la Romania, l’Ucraina..o la Turchia, il prossimo nefasto pretendente europeo?! O non sarà che qualcuno ci marcia meglio di quanto abbia saputo fare il povero Vega (pace all’anima sua!) ?!
HELMUT LEFTBUSTER