Archive for ottobre 2010

Circa CHI predica da CITTADINO DEL MONDO, si ARRICCHISCE da GRAN PARACULO e muore da quello STRONZO che è stato!

ottobre 25, 2010

Sembra paradossale che, in una fase antitradizionale ed etnomasochista così palesemente sequenziale alla grande semina illuminista, modernista, sessantottina e globalizzatrice, le librerie già pullulino di scrittori – magari dai chiarissimi trascorsi “comunisti” come certi cantautori in andropausa – che rimpiangono l’oramai perduto identitarismo popolare ed etnico mistificando tale nostalgia con diciture poco impegnative come “i ricordi della nonna“, “i profumi della montagna d‘una volta“, “il tempo delle castagne sul fuoco“, “l’amore per le piccole cose“, e condannando quella stessa tecnologia che, sempre a lor dire, avrebbe rammollito i corpi ed intontito gli spiriti (dopo aver per una vita considerato “fascista” la cura del corpo ed il culto dello spirito).

Paradossale, perché fino all’altro giorno questi lagnosi individui che adesso si battono il petto per “ciò che è andato perduto” sono stati i cinici fautori del dis-orgoglio nazionale più abietto, della rilassatezza dei costumi più irresponsabile, dell’anticulto per la memoria più blasfemo, del mondialismo più ottuso ed esasperato, di quella “fusione delle culture” che fa molto “new age“, ma che più che fondere inquina irrimediabilmente tutto, facendo solo prevalere il peggio.
Questi tragici pagliacci sono stati gli snocciolatori del più bieco progressismo, quello per cui basta venir dopo qualcos’altro per esserne un sicuro migliorativo, quello per cui si voterebbe a sinistra fino alla morte pur di poter dire “io sono un progressista!”.

Peccato, però, poi si destino dal loro Alzheimer ideologico e rivogliano i biscotti fatti col burro le uova e la farina, reclamino i profumi di boschi smantellati per costruire “edilizia ricettiva“, si inquietino perché la loro stessa lingua sta cambiando, o perché la nostra gioventù si sta svuotando di sogni e ideali che non abbiano display, cavetti e cuffiette incorporati.

Sino a che, con la merda nelle mutande, questi stronzi faranno come Robespierre, che si ricordò di inneggiare alla “saggezza umana” solo quando la lama già luccicava anche sul SUO di collo.

Il problema è che stavolta il collo (o il culo che preferiate) è anche il nostro.

HELMUT LEFTBUSTER – Aristocrazia Dvracrvxiana –

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Epistula ad eum qui omnia communia censet (di Ille Doctor Luminis)

ottobre 20, 2010

Caro compagno,
vorrei tanto che tu fossi l’unico erede dell’imponente stupidità a cui ci ha abituati la contestazione. Ahimè quando la Storia fa testamento, difficilmente sono pochi i beneficiari. Nella normalità, infatti, il passato plasma noi tutti, nel bene o nel male.
E’ una cretinaggine la tua che ha seppellito il sociale più di quanto la tua presunta intelligenza messianica avrebbe potuto migliorare le cose. Ma non c’è da stupirsi: il farmaco venduto dal ciarlatano ha più controindicazioni reali, ma taciute, che proprietà benefiche millantate. Quest’ultimo è sempre stato calorosamente accolto nelle piccole fiere di paese, dall’ingenuo volgo voglioso solamente di protezione. Ma che parlo a fare di protezione? Voi conoscete solo la parola sfruttamento! Così il servitore di antichi palazzi, baluardi della Storia in cui furbescamente vi siete introdotti, non riceve protezione dal suo nobile signore, bensì torti e bassezze derivate.
Caro compagno, io so che non ti avvicinerai mai a queste parole, poiché ci sarà costantemente qualcuno che vorrà impedirtelo. Fingendosi anch’egli tuo compagno si ergerà in difesa della sua idea impedendoti di cogliere nuovi aspetti storici in ciò che è stato detto e che tutt’ora si sta dicendo.
E quando quest’altro compagno non ti starà più accanto ad antologizzare per te la realtà, maturerai tu stesso un abortivo giudizio critico che ti permetterà di udire il mondo limitatamente a determinate frequenze. L’ossessività dell’ortodossia ti penetrerà a tal punto da pensare di essere diverso. Ma sei ignaro delle sincroniche violenze che questo seme sta infliggendo ai troppi tuoi simili.
Ma forse la più grande sfida della tua vita, qualora ti interessasse una visione squisitamente culturale del mondo, è la prova che il passato è una processione in onore del tuo insulso credo.
Giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, leggendo e rileggendo senza capire nulla, né essere permeato dal sacro fuoco della passione, cercherai lacerti che possano ricondurre ogni scritto alla tua ideologia. Questo classicismo malato è il motivo per cui ti odio di più. Noi Cristiani, in confronto a te, abbiamo avuto un pudore inimmaginabile a reinterpretare la civiltà pagana senza forzare più di tanto i suoi nessi letterari.
Compagno, forse hai ritenuto il marxismo un cristianesimo semplice, pragmatico e popolano, poiché quello vero non l’hai mai capito in fondo. Molti cadono nel tuo errore, ma non è più nostra intenzione riportarli all’ovile. Il buon pastore lascia il gregge per occuparsi della pecorella smarrita, ma non lo abbandona per recuperarne il solo cadavere, rischiando che le altre pecore precipitino in qualche dirupo.
Il tuo marxismo ha saputo semplicemente copiare un finale noto, il classico “e vissero tutti felici e contenti”. Ma è un finale avulso dal resto, senza un chiaro incipit e un lucido sviluppo. Ti dici pratico ma giochi a fare il teorico della stessa teoria.
Oddio, scusa…tu sei solo l’ultima ruota del carro mondialista. Ai tuoi livelli non si discute di feticismo delle merci, non si leggono i testi sacri e maledetti. Al massimo, tra uno spinello e l’altro, tu leggi qualche articolo tratto da studi riguardanti articoli di qualcuno che forse un tempo, per dodici secondi, lesse una nota ad un libro su Marx.
Eppure rischi di diventare più di quanto meriti, se non lo sei già diventato. Forse in questo momento ti trovi addirittura ad essere un mio superiore, a dover decidere di me.
Sappiamo tutti e due come stanno le cose, sappiamo entrambi il terrore che ti incuto. Ecco…magari evita le solite urla di rabbia dovute alla tua inferiorità nei miei confronti. Non puoi essere più di un moccioso, ma almeno evita i pianti.
Io ti odio, ma non sono in collera con te, poiché non hai gli attributi (volgarmente, i coglioni) per definirti Causa Prima del punto d’arrivo odierno. Io provo rabbia per chi ti ha educato, incapsulato, imprigionato nell’antro delle tue paure, nel covo delle tue debolezze, dicendoti di averi donato un universo di nuove virtù, tra le quali troneggiano vittimismo ed inferiorità. Al massimo posso arrivare alla pena. Sì, compagno, mi fai pena. Mi fai pena da giovane ribelle, da maturo intellettuale metalmeccanico, da anziano bizzarro, da vecchio rincoglionito.
Sei condannato ad una vita di merda: nulla potrà mai assolverti.
Come dici…anche io? Forse hai ragione, ma mentre probabilmente sto vivendo in ciò che io stesso ho defecato, tu carino vivi di merda già cacata. E’ sopportabile il puzzo di sé stessi, a volte può essere confortante. Stare chiusi in una minuscola stanzetta con tante ascelle che mai hanno toccato sapone…questo saprai ben dirmelo tu.
Non sono in collera con te, lo ripeto! Ma forse è ora che tu inizi a stare attento a me. Ignorarti, compagno, è un regalo che non potrò farti in eterno, se le cose procedono in questo modo. Non c’è numero sufficientemente alto, nell’infinità matematica, che possa farmi scendere da un piedistallo che ho costruito col mio sangue, e che mi permette di guardare più lontano di te. Non c’è sabotaggio sufficientemente bastardo da impedirmi di riderci su e proseguire. Ma vedi, nel campo della slealtà riesco a tollerare al massimo quello che sfrutta il suo fascino anticonformista per ungere le ruote e scalare le tappe. Odio che ciò avvenga, ma me ne sono fatto una ragione. Ma quando si arriva ad ungere non per ottenere la propria vittoria ma per guadagnare l’altrui sconfitta…lì non perdono, e uso me stesso per impedirlo.
Continua, continua pure la tua missione. Il mio avversario e il tuo burattinaio, non tu. Quando vorrò sfidare qualcuno non mi aspetto che scenda in campo tu, ma chi ti sta dietro. Vedi…sei la prova vivente che, di questi tempi, il fenomeno è puro inganno, che la fenomenologia sia la scienza della massima falsità. Non solo sei un pupazzo, ma sei manovrato da chi a stento riesce a manovrare il suo stesso corpo, la sua stessa mente. Dicendo di essere in collera con quest’ultimo non voglio esaltarlo, voglio solo chiarire la direzione vera della mia rabbia. Anzi…forse il tuo burattinaio è pure più imbecille di te, visto che non gioca di persona e sceglie delle maschere così grottesche.
Compagno, siamo arrivati alla fine di questa farsa. Se vuoi ancora sopravvivere vicino a chi davvero è compartecipe della ragione cerca di fare di tutto affinché ti ignori. Se proprio ci tieni ad infastidirmi, risponderò nei modi meno ortodossi. Sai, non sono un insetto come te…io non ronzo, non infastidisco.
Cerca di evitarmi e ti prometto di fare altrettanto. Ah…un’ultima cosa. Quando mi incontri non sorridermi: riesco a vedere la tua inutilità e ciò può farmi dimenticare precedenti promesse.

VALE VADE CAVE (Hor.)

Ille Doctor Luminis

TRENTINO-ALTO ADIGE: TERRA DOVE IL PASSATO SA RIMANERE PRESENTE!

ottobre 16, 2010


Archeologia retica da cui prender le mosse, fondazione romana come inizio civile scolpito sin nel nome, Tridentum (dal “tridente montano“ costituito dai tre monti che circondano la città, o, forse, dal tridente del dio Nettuno, a cui eran consacrati i copiosi corsi fluviali della zona); vestigia ghibelline istoriate in ogni monumento, in ogni chiesa, in ogni scalpo; irredentismo asburgico e identitarismo militante fregiati nell‘anima della gente: quando il vissuto d’un popolo non cessa d’essere il suo stesso presente.

Aquile vere come istoriate, e istoriate come fossero vere, croci latine e teutoniche a costellare ogni anfratto scultoreo, aguzze badìe a presidiare ogni valle inframontana, affreschi raffiguranti santi armati fino ai denti, epigrafi che instancabilmente cantano, in rigorosi caratteri gotici, gesta e date recanti estetica e diciture che affondano il proprio intarsio in pieno Sacro Romano Impero.
Un assetto gestionale del territorio che, potendo prescindere dalle beghinaggini della politica nazionale, resta privo di vuoti sciovinismi e di superflui autoreferenzialismi ideologici, manifestandosi invece pregno di fattivo identitarismo e puro amore per ciò che si è, rispettoso della propria genesi storica ed etnografica, da Trento a Lèvico, passando per Còredo, con il suo Palazzo Nero, Cles, fulcro del potere di quei Principi Vescovi che hanno fatto grande e ricca questa terra, Termeno, la gloria enologica ereditata da Roma; sino all’Alto Adige, che a Merano conserva un’antica commenda teutonica con tanto di croci – teutoniche anch’esse – istoriate sui banchi della chiesa. O a Santa Walpurga, ove campeggia l’edicola raffigurante la santa germanica sepolta a Heidenheim, per arrivare sino in valle Aurina, innevato “Valhalla” dal guardo culminante sulla vetta più nordica d’Italia, questo anfratto d’Alpe dall’estensione piuttosto cospicua non cede il passo alla globalizzazione che sta corrodendo il resto d’Italia e d’Europa.

Gli speroni rocciosi, le coltri di ghiaccio sui laghi, il frastuono del vento fremente fra abeti i cui puntali scompaiono a conficcarsi nel ventre del cielo più terso, i volti degli uomini e delle donne che ne popolano il suolo son quelli di sempre.
Nei suoi ristoranti, i tipici “stube“, si è serviti nongià da distratti mercenari venuti da chissà dove, ma da gente che, tornata a casa propria, cucina e mangia lo stesso cibo che orgogliosamente reca sulla nostra tavola e che delizierà il nostro palato.
Baite, case, edifici sono tenuti come musei non tanto per deliziare l’occhio del turista, quanto per innati amore e cura di chi vi abita.
Eppure non si è stressati da posti di blocco in giro, non sì è asfissiati da controlli-farsa o a mero fine pecuniario, la libertà di movimento, abbigliamento, respiro è totale, poiché è la stessa gente a difendere il proprio territorio, le proprie regole e abitudini, senza alcun bisogno di eccessi, sempre nefasti ad una sana cittadinanza soprattutto se frutto di precedente lassismo che altrove ha segnato un drammatico punto di non-ritorno.
Già, il “proprio” territorio: come lo si potrebbe non amare a tal punto da farci accoltellare pur di proteggere in prima persona l’identità e la sicurezza di una comunità condivisa sul cui suolo ed all‘interno della quale si è nati?!

E la conferma di quanto descriviamo ci giunge persino da quella stessa masnada di radical-chic che nei giorni feriali predicano l’imbastardimento e la mondializzazione della cultura nostrana, mentre in quelli festivi vanno a trascorrere le ferie “lassù ove l’aria è più pura”, per poi tornare alle mefitiche ed infestate città decantando le lodi di ordine, pulizia, identità, tipicità gastronomiche goduti durante la vacanza…”..non vedi una cartaccia per terra, e se la butti ti tagliano le mani..non c’è mai fila alle poste..si mangiano prelibatezze freschissime..i prati sono incontaminati..ci sarebbe da andarci a vivere !” ..li sentiamo esclamare tutti con aria trasognata; ma tali imbecilli, poi, ben si guardano dal mettere nero su bianco quelle medesime prerogative ed istanze che, con gran fatica della popolazione locale, han determinato l’imperturbabilità di ciò ch‘essi hanno goduto in vacanza. E allora, anziché stare a tessere le lodi di una simile terra, non sarebbe meglio trarne spunto per imitarne le gesta e lo spirito di conduzione?! Almeno tale risultato potrebbe ottenersi anche altrove, dato che la bellezza del territorio è difficilmente riproducibile, essendo orograficamente addirittura unica al mondo.

Del resto già i romani rimasero estasiati da cotanta bellezza, non a caso meritevole di prerogative speciali: e così, sia l’Imperatore Claudio con la Tavola Clesiana, prima, che poi un suo erede politico di oltre quindici secoli più tardi, Massimiliano I d’Asburgo, con il Landlibell, attraverso due distinti ma entrambi fondamentali provvedimenti amministrativi, avvertirono la necessità di considerare l’identità di queste terre e di queste genti prezzabile di una tutela specifica e particolare, inaugurando quel medesimo concetto di federalismo imperiale già cantato da Dante nel De Monarchia (libro I, XIV): “Le nazioni, i regni e le città possiedono infatti delle caratteristiche particolari che è necessario regolare con leggi specifiche: la legge è infatti una regola che guida la vita. Non c’è dubbio che leggi specifiche sono necessarie agli Sciti, che vivendo al di là della settima zona e sopportando una grande differenza di temperatura fra il giorno e la notte, sono oppressi da un caldo quasi intollerabile, e altre leggi sono necessarie ai Garamanti che, abitando al di sotto della linea equinoziale e avendo sempre la luce del giorno di durata pari al buio della notte, non possono far uso di abiti per l’eccessiva temperatura…”

Ciò detto, non ci dilungheremo oltre in excursus storici rintracciabili su qualunque enciclopedia, ci concederemo piuttosto solo qualche riflessione in merito alla visita presso il museo etnografico retico di Sanzeno, ove ben si descrive come la penetrazione romana in queste zone sia stata molto più indolore di quella avvenuta nel meridione d‘Italia, a riprova della profonda compatibilità e vicinanza etnica fra la componente latina e quella germanica, sodalizio naturale che non a caso culminerà nella filiale riconoscenza dimostrata dai Tedeschi ai Romani nel perpetrarne l’eredità politica anche a titolo di gratitudine per l’opera di civilizzazione e pacifica conquista che i Romani medesimi svolsero nei confronti dei preesistenti Reti (Venostes, Vindelici, Norici, Anauni…), popolazione piuttosto arretrata a giudicare dalla pochezza dei ritrovamenti, dalla rozzezza degli utensili rispetto all’èra antropica della loro fattura, all’essenzialità dei loro armamenti, alla sostanziale assenza di resistenza militare rispetto alla penetrazione romana; ma al contempo genti abbstanza concrete da capire che l’inserimento delle loro terre nella Regio X Venetia et Histria avrebbe prodotto un’ osmosi fruttuosa e tutt’altro che inculturazionista fra indigeni e romanità. Si pensi solo alla rete di approvvigionamento idrico che i romani seppero rapidamente creare in tutta la regione; o si pensi all’attività enologica della quale i Trentini restan tuttora fra i più prestigiosi araldi italiani ed europei, arte e sapienza di chiara derivazione enotria.

Il dominio e la tradizione giuridica romana non sono mai più venuti meno in questa regione, transitata dall’Impero Romano classico a quello Sacro Romano Germanico fino alla seconda guerra mondiale senza soluzione di continuità.
Gli Schutzen, fondati di fatto da Massimiliano I, sebbene formalizzati più tardi con Leopoldo, 300 compagnie, 20.000 iscritti, nascono proprio grazie a tale prerogativa: le suonarono di brutto persino a Napoleone, a riprova che nessun gigante idealmente asettico potrà mai strappare il cuore a chi vanta un preciso senso d’appartenenza.
La stessa lingua tedesca parlata nel Sud Tirolo testimonia nongià quel divario culturale che solo vecchi barbagianni risorgimentali solgono stigmatizzare, piuttosto un attaccamento tradizionale a quell’esemplare dualismo latino-germanico che ha saputo immortalare Roma ben oltre il disfacimento del suo Impero (dovuto proprio alla globalizzazione incipiente nel mondo romano dell‘epoca di Caracalla, alla quale invece l‘area di influenza germanica rimase, anche allora, del tutto impermeabile).

Ebbene, in un momento storico in cui le identità etniche, linguistiche, culturali, gastronomiche e religiose vacillano nel nostro paese come in tutta Europa, riteniamo prezioso poter tenere d’occhio una regione in cui il tempo sembra essersi fermato, in cui vivere identitariamente non equivale a guerreggiare ogni giorno contro i cancri della modernità e della globalizzazione, ma piuttosto resistere “naturalmente” e senza scossoni, come sempre, da degni eredi d’una Storia gloriosa.

Storia di cui parlano le grandi cattedrali, come quella di Trento, ove fù incoronato lo stesso Massimiliano. I cimiteri, impeccabili nel loro germanico ordine e decoro, a riprova di come la morte ed i culti che vi son dietro siano fra i pochi elementi fondanti dell’Umano Essere incapaci di svendere la dignità esistenziale per pochi spiccioli di qualunquismo ideologico: ed ecco che nelle lapidi in memoria dei caduti, in questi luoghi non si fà differenza fra vincitori e vinti, fra “buoni e cattivi”, fra uniformi ed “ex uniformi“: chi apparteneva a questo popolo, e non c’è più, soprattutto se caduto nel ruolo di suo difensore, va celebrato come eroe, senza “se” e senza “ma”, a prescindere dall’evoluzione politica seguita ad ogni evento bellico.

E poi la tutela della natura per la quale non si guarda in faccia a buonismi e scorciatoie politicamente corrette: recenti leggi, emanate da una regione “fatidicamente” a statuto speciale, pongono vincoli edilizi impensabili in altre aree d’Italia gestite da animelle ben più irresponabili (probabilmente anche perché forestiere) e concorrono a preservare la magia di gemme lacustri come il lago del Tovel, sulle rive del quale è possibile ascoltare corali di cantori di memorie locali che tramandano tale arte senza errori di trascrizione; e contribuiscono a difendere l’incolumità di abetaie e crepacci unici al mondo da una barbarie innanzi alla quale altrove, ambientalisti partigiani e coi coglioni molli come la merda che hanno nell‘anima, si sono voltati dall’altra parte pur di perorare politiche cementificarci votate all’accoglienza indiscriminata.
Persino antichi mulini ad acqua sono ancora lì, funzionanti, a testimoniare che la tecnologia ed il “progresso” debbono comunque inchinarsi al cospetto della sacralità della “pregresso“: senza progresso, infatti, il passato sopravvive comunque, e con esso il presente; senza memoria, invece, il futuro resta senza nonna, ed anche il presente, senza una madre, è come se non fosse mai nato.

Insomma una terra generosa con i suoi figli, ospitale ma rigorosa con chi desidera visitarla civilmente, inflessibile e spietata con chi intendesse violentarne forme, genti, spazio.

Noi abbiamo eletto a Lvcvs la zona di Cles, il bosco del San Romedio, le gole di Santa Giustina a cui si giunge solo per via fluviale scivolando lungo una vena acquatica incastonata fra ripide pareti rocciose irte di spiritualità ghibellina, entrati nel nembo della quale siamo già al cospetto di una “Renovatio Imperii” scolpita nella roccia che non aspetta altro che di ricevere la visita di nuovi degni celebranti.

Dio ti preservi così in eterno, nobile Terra romano-germanica!

HELMUT LEFTBUSTER & G.dX.

GLOBALIZZAZIONE: la ferocia del numero!

ottobre 3, 2010

LA GLOBALIZZAZIONE: COCCODRILLI CONTRO STAMBECCHI, ovvero LA FEROCE DITTATURA DEL NUMERO. Quando, senza le regole e abbattendo i recinti, i TANTI mangiano i POCHI a prescindere dalle necessità, ma per il semplice, meschino fatto che sono di più.

La globalizzazione è fatta di numeri galoppanti, non di individui pensanti. Morfologie, valori, identità sono azzerati al cospetto del credo nella carne alimentanda e massificanda.

Già, un dispotismo a tal punto basato sul concetto d’ ”uguaglianza”, da martoriare ogni “differenza”, ogni valore identitario, per favorire di fatto solo quegli elementi che garantiscano a Sua Maestà Il Consumo una prolificità asettica, disumana, scriteriata e fine a se stessa.

E, paradossalmente, l’aspetto più grottesco di tale apocalittico fenomeno è costituito dal gesuitismo con cui ne è stato accolto l’esordio in considerazione dell’insensata ipotesi che tale assetto globalista penalizzasse i cosiddetti “più deboli”, salvo poi gli stessi antiglobalizzatori tirare un sospiro di sollievo nel verificare chi realmente tali deboli fossero. I finti straccioni, i “No Global”, si strappavano i loro stracci firmati in nome d’una presunta “debolezza” del Terzo Mondo che, godendo invece di numeratori oceanici, non poteva che guadagnare da una competizione mercantilizia basata non più sui concetti di “qualità“ e “identità“, ma su quelli di “quantità“ e “sottocosto“.

Basti vedere come i religiosi ne facciano una bieca questione di arruolamento e di 8×1000 che solo miriadi di “nuovi” fedeli potranno aver ancora voglia e svergogna di pagare, venendo attirati con bocconi di ecumenismo spicciolo sparato come granturco ai piccioni.

Come si può ragionevolmente pensare che da una osmosi così improba NON ci rimettano i meno numerosi, instaurandosi così una tirannia etnico-quantitativa basata sul numero?! Qualcosa di ben poco distante da un mondial-socialismo di stampo totalitario e razzista ove la parola democrazia sarà calpestata nella polvere sollevatasi dal frastuono di un‘ipocrita etica antidiscriminazionista che avrà solo spostato il fuoco della discriminazione, anziché estinguerlo con l’idrante d’un identitarismo che finalmente attribuisca pari dignità ad ogni popolo sul suo territorio d’origine.

Un tempo le leggi le dettavano i potenti, gli emancipati, i più evoluti: e tale discrimen trovava senso e giustizia in una logica di naturale meritocrazia che affondava il proprio diritto giusnaturale nella preistoria; oggi basta esser tanti per essere i migliori e i più forti, poiché la legge dei numeri, questo marxismo post-litteram da accattoni che chiamano “globalizzazione“, porta sì ad un discrimen, ma a quello del grattarsi la pancia piuttosto che doversi fare il mazzo per avere soddisfazione.
E con l’abbassamento qualitativo globale calano i prezzi, certo, ma anche le sicurezze, i valori, la bellezza. E TUTTO e SOLO a spese dell’Europa, il continente più piccolo, antico, prezioso e civile dell’intero pianeta.

Ma, allora, chi ha voluto tutto cio? Chi ne ha perorato la causa? Chi c’ha guadagnato?
Andando per esclusione e senza sciocche dietrologie, senz’altro le multinazionali che, finito di vendere ai ricchi oramai assuefatti al benessere, hanno avuto bisogno di carne fresca, di altra merce compratrice – esattamente come i drogati fanno dopo ogni dose divenuta insoddisfacente – e si sono rivolti ai potenziali fruitori vergini del gran luna park mercantile d‘Occidente; si sono rivolti a “nuove genti” che poi, ridendo e scherzando, nel luna-park c‘hanno messo le tende e, oltre a non pagare più alcun biglietto per spassarsela, hanno preso a comportarsi da autentici giostrai senza avere la più pallida idea di come si faccia funzionare una giostra.
Ma è andata bene anche ai terzomondisti, che hanno finalmente visto coronato il loro lugubre sogno di emancipazione economica di Africa, Cina, paesi arabi, senza curarsi minimamente dell’inevitabile rinculo che ciò avrebbe causato al nostro continente, terra i cui popoli si son guadagnati con una sana e sudata evoluzione il proprio progresso e i propri tesori, e non parassitando sui piagnistei di presunti sfruttamenti del passato sui quali lucrare senza la minima dignità identitarista.

Globalizzazione è inserire di colpo, senza raziocinio e senza chiedere il permesso ad alcuno, 50 coccodrilli svogliati, impreparati, disonesti e, soprattutto, non giuridicamente legittimati all‘accesso scolastico, nella stessa scuola prevista per 15 stambecchi di felice percorso, e far prevalere la media algebrica del livello di educazione ed istruzione risultante, anziché imporre a tutti indistintamente i livelli dell’ educazione migliore storicamente raggiunta, (soprattutto trattandosi della scuola di proprietà degli stambecchi e non dei coccodrilli…).

E sin qui è solo un gran problema; la vera tragedia inizia quando il proliferare del prodotto di tale osmosi nefasta inizierà a dettare le leggi del mercato: nel momento in cui esso è costituito da pura richiesta e non più da dirigismo etico e culturale, basterà che le maggioranze invochino “prodotti per soli coccodrilli”, per far sì che la produzione di quelli per stambecchi venga interrotta. In un mondo di soli coccodrilli, chi compererà più cibo per stambecchi? Pochissimi! E chi lo produrrà più per soddisfare le richieste di tali pochissimi? Nessuno! E quindi, molto presto, nessuno saprà più reperirlo, ed una volta periti gli stambecchi più resistenti, anche tutti gli altri si estingueranno per inedia.

E l’aspetto più immondo di tale abominio è il suo non esser stato prescritto da alcuna autorità in carica; nessuna legge lo prevede o lo accredita; nessun raziocinio lo disciplina o lo richiede come condizione propedeutica ad un miglioramento futuro; nessuna etica di valenza oggettiva è in grado di determinarne la necessità.
E’ pura follìa collettiva.

E’ puro sopruso, arbitrio, è una colonizzazione di tanti contro pochi, una sostanziale, immotivata, illegittima, criminale occupazione di terre altrui a cui solo un sano spirito di giusnaturalistica autodifesa potrà porre rimedio.

Eh già, cari amici, poiché la globalizzazione, essendo un fenomeno pienamente ILLEGALE, ha un unico ma immane punto debole: può esser sconfitta in modo LEGALE da qualsiasi cittadino onesto e titolato. Forse uno dei pochi casi di politica d’ampia accezione in cui il cittadino si ritrovi titolare di pieni poteri, proprio come nei referendum: il potere di sottrarle linfa vitale, di sottrarle ossigeno, di sottrarle danaro e farla morire d’inedia è tutto nostro. Lei, la stramaledetta globalizzazione, i suoi autori (i potentati economici) ed i suoi beneficati e supporters, coloro che ci si sono arricchiti, sono sostanzialmente alla mercè di chi decidesse o meno di opporvisi semplicemente attraverso uno stile di vita antiglobalizzatorio.

La controffensiva degli apparati globalizzatori (ahinoi politicamente molto trasversali, sebbene la sinistra vi sia sempre più ideologicamente invischiata rispetto alle destre) è tutta incentrata su messaggi ad effetto del tipo: NON SI PUO’ RESISTERE AL CORSO DEI TEMPI E ALLA INELUTTABILITA’ DEL FENOMENO, LA GLOBALIZZAZIONE E’ UN FENOMENO INARRESTABILE e NECESSARIO.. e altre castronerie del genere.
Ma dove sta scritto tutto ciò?! Su quale codice di Diritto positivo? Assolutamente NESSUNO!
Va quindi da sé che DISSENTIRE è un’arma tanto legittima e semplice, quanto necessitante però di coraggio ideale, impegno pratico e amore per il proprio. Ma ce la si può fare.

Torniamo a far convergere il nostro impegno, i nostri soldi, la nostra attenzione, il nostro Amore su NOI, sul NOSTRANO, su ciò la cui destinazione non può esser dribblata altrove a tradimento; così facendo, neppure le melliflue leggi poste a tutela dell’”ecumenismo” e della “solidarietà transnazionale” (quelle con cui si scarcerano gli assassini, quando immigrati, si assegnano case popolari agli zingari, si prediligono le tonalità esotiche a quelle autoctone in nome d‘uno spirito d‘uguaglianza così doppiamente tradito) potranno far nulla. Chi infatti può obbligarci a mangiare cibo per coccodrilli, se ci fà schifo?! Nessuno, almeno fino a che l’Italia rimarrà un paese democratico a maggioranza italiana, Iddio la preservi.

Ce la si può fare: basta sapersi cucinare da soli e tornare all’orgoglio di esser stambecchi!

HELMUT LEFTBSTER – Aristocrazia Dvracrvxiana –