TRENTINO-ALTO ADIGE: TERRA DOVE IL PASSATO SA RIMANERE PRESENTE!


Archeologia retica da cui prender le mosse, fondazione romana come inizio civile scolpito sin nel nome, Tridentum (dal “tridente montano“ costituito dai tre monti che circondano la città, o, forse, dal tridente del dio Nettuno, a cui eran consacrati i copiosi corsi fluviali della zona); vestigia ghibelline istoriate in ogni monumento, in ogni chiesa, in ogni scalpo; irredentismo asburgico e identitarismo militante fregiati nell‘anima della gente: quando il vissuto d’un popolo non cessa d’essere il suo stesso presente.

Aquile vere come istoriate, e istoriate come fossero vere, croci latine e teutoniche a costellare ogni anfratto scultoreo, aguzze badìe a presidiare ogni valle inframontana, affreschi raffiguranti santi armati fino ai denti, epigrafi che instancabilmente cantano, in rigorosi caratteri gotici, gesta e date recanti estetica e diciture che affondano il proprio intarsio in pieno Sacro Romano Impero.
Un assetto gestionale del territorio che, potendo prescindere dalle beghinaggini della politica nazionale, resta privo di vuoti sciovinismi e di superflui autoreferenzialismi ideologici, manifestandosi invece pregno di fattivo identitarismo e puro amore per ciò che si è, rispettoso della propria genesi storica ed etnografica, da Trento a Lèvico, passando per Còredo, con il suo Palazzo Nero, Cles, fulcro del potere di quei Principi Vescovi che hanno fatto grande e ricca questa terra, Termeno, la gloria enologica ereditata da Roma; sino all’Alto Adige, che a Merano conserva un’antica commenda teutonica con tanto di croci – teutoniche anch’esse – istoriate sui banchi della chiesa. O a Santa Walpurga, ove campeggia l’edicola raffigurante la santa germanica sepolta a Heidenheim, per arrivare sino in valle Aurina, innevato “Valhalla” dal guardo culminante sulla vetta più nordica d’Italia, questo anfratto d’Alpe dall’estensione piuttosto cospicua non cede il passo alla globalizzazione che sta corrodendo il resto d’Italia e d’Europa.

Gli speroni rocciosi, le coltri di ghiaccio sui laghi, il frastuono del vento fremente fra abeti i cui puntali scompaiono a conficcarsi nel ventre del cielo più terso, i volti degli uomini e delle donne che ne popolano il suolo son quelli di sempre.
Nei suoi ristoranti, i tipici “stube“, si è serviti nongià da distratti mercenari venuti da chissà dove, ma da gente che, tornata a casa propria, cucina e mangia lo stesso cibo che orgogliosamente reca sulla nostra tavola e che delizierà il nostro palato.
Baite, case, edifici sono tenuti come musei non tanto per deliziare l’occhio del turista, quanto per innati amore e cura di chi vi abita.
Eppure non si è stressati da posti di blocco in giro, non sì è asfissiati da controlli-farsa o a mero fine pecuniario, la libertà di movimento, abbigliamento, respiro è totale, poiché è la stessa gente a difendere il proprio territorio, le proprie regole e abitudini, senza alcun bisogno di eccessi, sempre nefasti ad una sana cittadinanza soprattutto se frutto di precedente lassismo che altrove ha segnato un drammatico punto di non-ritorno.
Già, il “proprio” territorio: come lo si potrebbe non amare a tal punto da farci accoltellare pur di proteggere in prima persona l’identità e la sicurezza di una comunità condivisa sul cui suolo ed all‘interno della quale si è nati?!

E la conferma di quanto descriviamo ci giunge persino da quella stessa masnada di radical-chic che nei giorni feriali predicano l’imbastardimento e la mondializzazione della cultura nostrana, mentre in quelli festivi vanno a trascorrere le ferie “lassù ove l’aria è più pura”, per poi tornare alle mefitiche ed infestate città decantando le lodi di ordine, pulizia, identità, tipicità gastronomiche goduti durante la vacanza…”..non vedi una cartaccia per terra, e se la butti ti tagliano le mani..non c’è mai fila alle poste..si mangiano prelibatezze freschissime..i prati sono incontaminati..ci sarebbe da andarci a vivere !” ..li sentiamo esclamare tutti con aria trasognata; ma tali imbecilli, poi, ben si guardano dal mettere nero su bianco quelle medesime prerogative ed istanze che, con gran fatica della popolazione locale, han determinato l’imperturbabilità di ciò ch‘essi hanno goduto in vacanza. E allora, anziché stare a tessere le lodi di una simile terra, non sarebbe meglio trarne spunto per imitarne le gesta e lo spirito di conduzione?! Almeno tale risultato potrebbe ottenersi anche altrove, dato che la bellezza del territorio è difficilmente riproducibile, essendo orograficamente addirittura unica al mondo.

Del resto già i romani rimasero estasiati da cotanta bellezza, non a caso meritevole di prerogative speciali: e così, sia l’Imperatore Claudio con la Tavola Clesiana, prima, che poi un suo erede politico di oltre quindici secoli più tardi, Massimiliano I d’Asburgo, con il Landlibell, attraverso due distinti ma entrambi fondamentali provvedimenti amministrativi, avvertirono la necessità di considerare l’identità di queste terre e di queste genti prezzabile di una tutela specifica e particolare, inaugurando quel medesimo concetto di federalismo imperiale già cantato da Dante nel De Monarchia (libro I, XIV): “Le nazioni, i regni e le città possiedono infatti delle caratteristiche particolari che è necessario regolare con leggi specifiche: la legge è infatti una regola che guida la vita. Non c’è dubbio che leggi specifiche sono necessarie agli Sciti, che vivendo al di là della settima zona e sopportando una grande differenza di temperatura fra il giorno e la notte, sono oppressi da un caldo quasi intollerabile, e altre leggi sono necessarie ai Garamanti che, abitando al di sotto della linea equinoziale e avendo sempre la luce del giorno di durata pari al buio della notte, non possono far uso di abiti per l’eccessiva temperatura…”

Ciò detto, non ci dilungheremo oltre in excursus storici rintracciabili su qualunque enciclopedia, ci concederemo piuttosto solo qualche riflessione in merito alla visita presso il museo etnografico retico di Sanzeno, ove ben si descrive come la penetrazione romana in queste zone sia stata molto più indolore di quella avvenuta nel meridione d‘Italia, a riprova della profonda compatibilità e vicinanza etnica fra la componente latina e quella germanica, sodalizio naturale che non a caso culminerà nella filiale riconoscenza dimostrata dai Tedeschi ai Romani nel perpetrarne l’eredità politica anche a titolo di gratitudine per l’opera di civilizzazione e pacifica conquista che i Romani medesimi svolsero nei confronti dei preesistenti Reti (Venostes, Vindelici, Norici, Anauni…), popolazione piuttosto arretrata a giudicare dalla pochezza dei ritrovamenti, dalla rozzezza degli utensili rispetto all’èra antropica della loro fattura, all’essenzialità dei loro armamenti, alla sostanziale assenza di resistenza militare rispetto alla penetrazione romana; ma al contempo genti abbstanza concrete da capire che l’inserimento delle loro terre nella Regio X Venetia et Histria avrebbe prodotto un’ osmosi fruttuosa e tutt’altro che inculturazionista fra indigeni e romanità. Si pensi solo alla rete di approvvigionamento idrico che i romani seppero rapidamente creare in tutta la regione; o si pensi all’attività enologica della quale i Trentini restan tuttora fra i più prestigiosi araldi italiani ed europei, arte e sapienza di chiara derivazione enotria.

Il dominio e la tradizione giuridica romana non sono mai più venuti meno in questa regione, transitata dall’Impero Romano classico a quello Sacro Romano Germanico fino alla seconda guerra mondiale senza soluzione di continuità.
Gli Schutzen, fondati di fatto da Massimiliano I, sebbene formalizzati più tardi con Leopoldo, 300 compagnie, 20.000 iscritti, nascono proprio grazie a tale prerogativa: le suonarono di brutto persino a Napoleone, a riprova che nessun gigante idealmente asettico potrà mai strappare il cuore a chi vanta un preciso senso d’appartenenza.
La stessa lingua tedesca parlata nel Sud Tirolo testimonia nongià quel divario culturale che solo vecchi barbagianni risorgimentali solgono stigmatizzare, piuttosto un attaccamento tradizionale a quell’esemplare dualismo latino-germanico che ha saputo immortalare Roma ben oltre il disfacimento del suo Impero (dovuto proprio alla globalizzazione incipiente nel mondo romano dell‘epoca di Caracalla, alla quale invece l‘area di influenza germanica rimase, anche allora, del tutto impermeabile).

Ebbene, in un momento storico in cui le identità etniche, linguistiche, culturali, gastronomiche e religiose vacillano nel nostro paese come in tutta Europa, riteniamo prezioso poter tenere d’occhio una regione in cui il tempo sembra essersi fermato, in cui vivere identitariamente non equivale a guerreggiare ogni giorno contro i cancri della modernità e della globalizzazione, ma piuttosto resistere “naturalmente” e senza scossoni, come sempre, da degni eredi d’una Storia gloriosa.

Storia di cui parlano le grandi cattedrali, come quella di Trento, ove fù incoronato lo stesso Massimiliano. I cimiteri, impeccabili nel loro germanico ordine e decoro, a riprova di come la morte ed i culti che vi son dietro siano fra i pochi elementi fondanti dell’Umano Essere incapaci di svendere la dignità esistenziale per pochi spiccioli di qualunquismo ideologico: ed ecco che nelle lapidi in memoria dei caduti, in questi luoghi non si fà differenza fra vincitori e vinti, fra “buoni e cattivi”, fra uniformi ed “ex uniformi“: chi apparteneva a questo popolo, e non c’è più, soprattutto se caduto nel ruolo di suo difensore, va celebrato come eroe, senza “se” e senza “ma”, a prescindere dall’evoluzione politica seguita ad ogni evento bellico.

E poi la tutela della natura per la quale non si guarda in faccia a buonismi e scorciatoie politicamente corrette: recenti leggi, emanate da una regione “fatidicamente” a statuto speciale, pongono vincoli edilizi impensabili in altre aree d’Italia gestite da animelle ben più irresponabili (probabilmente anche perché forestiere) e concorrono a preservare la magia di gemme lacustri come il lago del Tovel, sulle rive del quale è possibile ascoltare corali di cantori di memorie locali che tramandano tale arte senza errori di trascrizione; e contribuiscono a difendere l’incolumità di abetaie e crepacci unici al mondo da una barbarie innanzi alla quale altrove, ambientalisti partigiani e coi coglioni molli come la merda che hanno nell‘anima, si sono voltati dall’altra parte pur di perorare politiche cementificarci votate all’accoglienza indiscriminata.
Persino antichi mulini ad acqua sono ancora lì, funzionanti, a testimoniare che la tecnologia ed il “progresso” debbono comunque inchinarsi al cospetto della sacralità della “pregresso“: senza progresso, infatti, il passato sopravvive comunque, e con esso il presente; senza memoria, invece, il futuro resta senza nonna, ed anche il presente, senza una madre, è come se non fosse mai nato.

Insomma una terra generosa con i suoi figli, ospitale ma rigorosa con chi desidera visitarla civilmente, inflessibile e spietata con chi intendesse violentarne forme, genti, spazio.

Noi abbiamo eletto a Lvcvs la zona di Cles, il bosco del San Romedio, le gole di Santa Giustina a cui si giunge solo per via fluviale scivolando lungo una vena acquatica incastonata fra ripide pareti rocciose irte di spiritualità ghibellina, entrati nel nembo della quale siamo già al cospetto di una “Renovatio Imperii” scolpita nella roccia che non aspetta altro che di ricevere la visita di nuovi degni celebranti.

Dio ti preservi così in eterno, nobile Terra romano-germanica!

HELMUT LEFTBUSTER & G.dX.

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