Archive for novembre 2010

ADDOBBI NATALIZI: la robaccia “tutto ad 1 EURO” lasciamola a chi ci affama !

novembre 28, 2010

Il Natale è alle porte: ottima occasione per dimostrarci svegli e identitari, invece di crogiolarci nelle notizie di crisi nera e alzar le spalle nell’orrendo gesto di rassegnazione che contraddistingue da tempo l’atteggiamento civile e civico verso la globalizzazione che sta affamando il nostro popolo e l’Europa in generale. Eh già, amici, perché affama solo noi, sapete?! Non certo gli altri, a giudicare da quel che si vede in giro e che si sente ogni giorno circa i paesi che sono in crisi e quelli che invece debordano di ciccia e che per anni ci hanno fatto passare come paesi “affamati”…

Ebbene, andando per vetrine, vi imbatterete ogni giorno di più nella difficoltà di rimediare decorazioni natalizie e lucine varie per l’albero che non siano di fabbricazione cinese o, ancor peggio, vendute PROPRIO dai cinesi che assediano le nostre disperate città. Ebbene, sappiate che i rimedi ci sono eccome: basta aguzzar chiappe, creatività e spirito combattivo: io provo con alcuni consigli, ma senz’altro si puo’ far di meglio in meglio…

1: usare – motivo in più per conservare affettivamente ed identitariamente tutto cio’ che appartiene al passato, al retaggio familiare, anche in chiave anticonsumista..- le vecchie decorazioni, magari riarrangiate o arricchite da elementi rimediati dalla vostra creatività: rendiamolo vivo davvero sto benedetto natale, e non una festa da subire come tante!

2: inventarsi una nuova formula di albero: ad esempio attraverso spuntature di varie piante diverse messe a colorare e decorare l’albero di base; albero che si puo’ fare di rami secchi, di “stracci”, a fantasia, con caramelle e frutta, con sassolini o minerali appesi; oppure con golosità alimentari che poi si consumano. Poi si va in normali negozi di elettricità – ITALIANISSIMI – e si trovano soluzioni luminose che prescindano dalla classica coroncina colorata di lucine che i cinesi han saputo rendere TRISTISSIMA nella sua banalità e serialità, sicuramente FALLATA e senz’altro PERICOLOSA!!!

3: manufatti natalizi d’ogni sorta fatti dai tedeschi o da italiani si trovano ancora, contateci: anzitutto perché ci sono zone d’Italia (ad esempio il Trentino) ove vengono prodotti per sacra tradizione, e certo NON dai musi gialli; e poi perché tra riserve di magazzino e negozi un po’ atipici si trova ancora DI TUTTO, basta cercarlo. Magari potete farvi consigliare dai vostri negozianti di fiducia, che non stanno lì solo a vendervi la roba da una vita, ma sono anche un punto di riferimento culturale per capire tutti insieme come uscire da questo immondezzaio globalizzato, professionisti esercenti e fruitori: siam tutti nella stessa barca, e dovremmo essere uniti da un senso d’appartenenza territoriale che non si acquista come un’artificiosa cittadinanza scritta sulla carta delle olive, ma dovrebb’essere inciso nell’esser nati e cresciuti insieme, quel che un tempo si diceva “compatrioti”, termine oramai ridotto ad una parolaccia proprio da quei mondialisti e globalisti che all’albero di natale non pensano proprio perché sono troppo impegnati a salire sui tetti delle università poggiando i piedi sulle morbide spalle dei ragazzini per poi scenderne dopo dieci minuti e salire sulle autoblu di Stato e correr via scorreggiando alla faccia nostra e del nostro “parco natale”.

Ma bisogna affrettarsi, poiché più cediamo alla tentazione di comprar facile e a poco dai cinesi, meno riusciremo ad invertire la rotta ed a salvare chi propone ed offre soluzioni alternative che son poi quelle che ci appartengono per tradizione: compreso un albero fatto di candeline, magari poche e ben messe, ma utilizzabilissime: vi manderanno senz’altro a fuoco casa meno facilmente delle lampadine fraciche vendutevi ad 1 euro dai “madre in china” !

Un ultimo cenno anche per i doni: ci bombardano di notiziacce per cui non ci sarebbero soldi…bene, aguzziamo l’ingegno e fortifichiamo economia e tradizione: invece di cianfrusaglie globaliste e rimbambenti, regaliamo VINO, OLIO, DOLCI FATTI IN CASA..RIPRENDIAMO IN MANO IL SENSO E LA BONTA’ DELL’ESISTERE E DEL SAPER GODERE DEI VERI FRUTTI DELLA TERRA, visto che quelli offerti dagli uomini non sempre profumano di nostrano.

PYTTRIX SANDRA – Patronessa e Giostraia di DVRA CRVX CENACVLI dX / Aristocrazia Dvracrvxiana

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DARDI DI LOGICA CONTRO SLOGAN DI PARROCCHIA di Helmut Leftbuster

novembre 27, 2010

La questione “immigrazione e frontiere aperte” tiene banco ormai da anni ad ogni competizione elettorale, sebbene tale evidenza venga spesso opportunamente offuscata sia a destra che a sinistra, poiché, come disse la Gabbanelli a Report qualche tempo fà, non si può sperare di affrontare l’argomento a viso aperto e contemporaneamente pensare di vincere le elezioni senza correre dei rischi, in un senso o nell‘altro.

Tuttavia, è nostro interesse che almeno sia chiaro e privo di mistificazioni il posizionamento ideologico degli schieramenti politici sull’argomento. E questo, sia dal punto di vista storico-politologico che da quello di una onesta real-politik che sappia lucidamente indicarci cosa votare in relazione a cosa vorremmo ottenere come elettori.

Storicamente la sinistra (sia quella comunista che quella più “liberal”) è globalista per definizione, e di conseguenza reciditrice dei legami di sangue, oppositrice del concetto di “stirpe” e detrattrice di quello di “tradizione”: tutte impostazioni ideologiche per eccellenza fautrici del fenomeno immigratorio.
All‘opposto, la destra è identitarista e antiinculturazionista – almeno sulla carta – e quindi sfavorevole a tutto ciò che possa compromettere gli equilibri demografici e culturali tradizionali d‘un popolo.

Questa è l’accademia; ma nei fatti, come stanno realmente le cose?

Ebbene, dal momento che i sinistri sono piuttosto sleali e sperano sempre di vincere per diritto di casta e a prescindere dal reale apprezzamento di quelle maggioranze popolari che essi invocano o detestano a seconda della convenienza politica, usano altresì imbrogliare le carte andando a sostenere, per esempio, che “Berlusconi avrebbe fatto venire comunque un sacco di immigrati per sfruttarli”, sperando così di neutralizzare l’effetto emozionale dei continui appelli anti-multiculturalismo della compagine di centro-destra (appelli e slogan che nessuno, comunque, esclude esser troppo spesso disattesi nei fatti…).
In realtà, l’ipocrisia è doppia a questo punto, poiché i sinistri sostengono ciò detestandone al contempo la premessa medesima: se infatti fosse vero che il Berlusca vuole gli extracomunitari, sia pur per qualche recondito motivo d‘interesse strategico, i sinistri stessi ne sosterrebbero le politiche immigratorie e non ne osteggerebbero ogni provvedimento in tema d‘immigrazione; quindi, in realtà, essi mentono sapendo di mentire, ed usano un argomento ad essi stessi odioso solo per confondere le idee agli elettori.
Pertanto, così andrebbe loro risposto: “e chi ci dice che con la sinistra al governo gli immigrati non sarebbero quadruplicati rispetto a quelli – comunque troppi – che il Berlusca ha effettivamente fatto arrivare?!” E soprattutto: “se anche fosse vero che il Berlusca, per i suoi interessi e per quelli degli imprenditori, avesse fatto entrare molti più immigrati di quelli che i suoi elettori avrebbero voluto, voi sinistri, adesso, sareste disposti a rimandarli indietro, avendone l’ipotetica possibilità?!” Noi crediamo proprio di no…convinti quindi della totale strumentalità dell’impianto demagogico di gente che userebbe qualsiasi mezzo pur di portare a compimento i propri intenti mondialisti (per poi, già che son qua, sfruttare gli allogeni peggio del Berlusca stesso, sia ben chiaro, facendo loro pulire con la lingua i propri attici, piscine e giardini per qualche misero spicciolo!).

A questo punto, dunque, procediamo per logica, e, attraverso di essa, unica vera arma letale contro le ideologie parrocchiali, facciamoci due conti: ecco la lista dei motivi plausibili per cui la DESTRA, che sostiene di esser contraria all’immigrazione, ragionevolmente, potrebbe in realtà volere gli immigrati:
1: gli imprenditori, soprattutto edili, li vogliono per specularci col sottocosto e col nero, e premono in tal senso sulla classe politica governativa (fenomeno assolutamente acclarato, peraltro).
2: far stare scomodi gli italiani a tal punto da costringerli a votare a destra nella reiterata speranza che tale forza politica assicuri il pugno di ferro contro l‘immigrazione; ma poi, non garantendolo punto, essa manterrebbe nei fatti viva tale emergenza in un circolo vizioso ganimediano quanto malsano.
3 il masochismo; ma non possiamo considerarlo una strategia politica, semmai una pulsione individuale riferibile più alla sfera sessuale che non a quella socio-culturale, quindi suggeriremmo di lasciar perdere tale opzione.

Ecco invece i motivi plausibili che avrebbero – ed hanno – a SINISTRA per volere più immigrati:
1) da sempre la sinistra predica, in perfetta linea col proprio credo ideologico, un’accoglienza sostanzialmente incondizionata basata su un vago spirito di fratellanza universale e sul ritornello sempreverde delle colpe coloniali europee.
2) il voto politico: gli immigrati non hanno alcun motivo ragionevole per votare a destra, a meno di non voler essere masochisti, ma nel caso varrebbe il discorso di poco fà: perché mai infatti dovrebbero votare chi predica B quando essi vogliono A e la sinistra promette loro proprio A ?!
3) il mondialismo: la sinistra, corrente di pensiero antitradizionale per eccellenza, conta sulla disgregazione culturale interna per minare ogni coesione identitaria e intranazionale, e gli immigrati sono preziosi elementi di discoesione demografica e pedine antiidentitarie per eccellenza.
4) per quel che riguarda i cattolici “di sinistra” (più perniciosi dei sinistri stessi) crisi delle vocazioni, destinazione dell’8X1000, evangelizzazione a buon mercato, ed un “cristianesimo” frainteso da hippismo alla “Jesus Christ Superstar” sono moventi più che sufficienti a supportare le politiche filoimmigrazioniste. E non dimentichiamo le sovvenzioni alle varie caritatevoli “Caritas”…

Ebbene, alla luce di tali ragionamenti dalla profondità degna del più modesto pallottoliere giocattolo, secondo voi, quale dei due schieramenti ideologici consta effettivamente di maggior potenziale immigrazionista ???
Ed una volta risposto a tale quesito, data l’importanza “numerica” del fenomeno, come non tenerne conto nel fatidico momento dell’urna?!

HELMUT LEFTBUSTER – Aristocrazia Dvracrvxiana –

DESTINO MANIFESTO di Eugenio Benetazzo

novembre 27, 2010

DESTINO MANIFESTO (pubblicato in data 25/11/2010)

Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna ormai stanno diventando il leitmotiv delle riflessioni delle comunità finanziarie internazionali, come se l’unica preoccupazione su cui ci dovremmo soffermare fosse la tenuta nel breve dei conti pubblici di questi paesi. Il cosa scegliere ed il dove posizionarsi a livello di investimento è stato da me ampiamente trattato in svariate occasioni e contesti mediatici, tuttavia l’interrogativo principe cui ci dovremmo porre in questo momento non è se il tal titolo di stato è a rischio default, ma piuttosto quale non lo sarà. Cercherò di trasmettervi questo mio pensiero nel modo più comprensibile possibile.

La crisi del debito sovrano in Europa è una crisi di natura strutturale (e non congiunturale) dovuta a fenomeni macroeconomici che hanno espresso tutto il loro potenziale detonante attraverso un modello di sviluppo economico turboalimentato da bassi tassi di interesse e costi irrisori di manodopera che porta il nome di globalizzazione. Quest’ultima non nasce dalla naturale evoluzione del capitalismo classico, quanto piuttosto è una soluzione studiata a tavolino da potenti lobby di interesse sovranazionale per risolvere l’angosciante diminuzione dei profitti e degli utili aziendali in USA ed in Europa, causa un progressivo ed inarrestabile processo di invecchiamento della popolazione unito ad una decadente natalità dei nuclei familiari.

Le grandi multinazionali vedranno infatti costantemente contrarsi sia i fatturati che i livelli di profitto in quanto ormai quasi tutti i mercati occidentali sono maturi, saturi o addirittura in declino (pensate al mercato automobilistico, non sono casuali le recenti esternazioni di Sergio Marchionne). Tra quindici anni le persone anziane, gli over sessanta, rappresenteranno una quota sempre più consistente delle popolazioni occidentali (in Italia saranno stimati quasi al 40%). Una persona anziana purtroppo non rappresenta il clichè del consumatore ideale, infatti contribuisce marginalmente poco al livello dei consumi rispetto ad un trentenne (quest’ultimo infatti si trova appena all’inizio del suo progetto di vita: si deve sposare, deve comprare un’abitazione, fare figli, acquistare un’autovettura, divertisi nel tempo libero, andare in vacanza, vestirsi alla moda e così via).

Se da una parte infatti diminuirà il livello dei consumi, dall’altra aumenterà invece il peso angosciante del welfare sociale (ricoveri, degenze, assistenza medica e pensioni di anzianità) andando a pesare sempre di più in percentuale ogni anno sul totale della ricchezza prodotta. In buona sostanza stiamo parlando di paesi (USA, Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Spagna & Company) il cui destino è piuttosto ben delineato: inesorabile invecchiamento della popolazione, costante aumento dell’indebitamento pubblico, lenta deindustrializzazione e brutale impoverimento. Non so quanto potranno effettivamente servire i cosidetti programmi di austerity sociale, a meno di drastici e drammatici tagli alla spesa sociale ed alla pubblica amministrazione. Chi ha concepito la globalizzazione ha pensato proprio a questo ovvero come salvaguardare i livelli di profitto aziendali (e magari anche come farli aumentare) a fronte di un mutamento epocale della geografia dei consumi mondiali.

In Asia, con in testa Cina ed India, il 75% della popolazione ha un’età inferiore ai trentanni ed un reddito procapite in costante ascesa: si trattava pertanto di creare le premesse e le modalità per far aumentare il numero di persone che in queste regioni potessero iniziare a consumare a livelli similari a quelli occidentali. Grazie ad il WTO si è riusciti ad implementare un fenomenale trasferimento di posti di lavoro attraverso le “opportunità” delle delocalizzazioni produttive, spostando letteralmente fabbriche e stabilimenti, che avrebbero consentito di far nascere con il tempo una nuova classe media borghese disposta a spendere per le mode e le tendenze di consumo del nuovo millennio. Non bisogna essere economisti per rendersi conto di quanto esposto sopra: nel 2000 l’Asia contribuiva ad appena il 10% dei consumi mondiali, nel 2030 salirà a quasi il 40%. Come potenziale di crescita, ai mercati orientali si stanno affiancando anche i mercati dell’America Latina con la locomotiva Brasile in testa.

Stiamo pertanto assistendo ad un mutamento epocale: il baricentro economico e geopolitico del mondo si sta spostando verso Oriente ed anche verso il Sud del Pianeta. La crisi del debito sovrano in Europa è tutto sommato di portata inconsistente rispetto ai problemi che emergeranno nei prossimi cinque anni a fronte di oggettive difficoltà di approvvigionamento alimentare, soprattutto in Oriente che detiene superfici arabili decisamente incapaci a far fronte alla crescente domanda sia di cereali che (purtroppo) di carni da allevamento. Tra ventanni l’attuale modello economico dovrà essere in grado di fornire abitazioni, automobili, carburanti, acqua e cibo ad almeno 600 milioni di nuove persone: pertanto cominciate a chiedervi chi potrà ancora permettersi di avere il frigorifero pieno o i banchi del supermercati colmi e riforniti per accontentare lo scellerato e sfrenato consumismo del nuovo millennio. Destino manifesto per dirla alla Stewie Griffin.

di Eugenio Benetazzo

(link di riferimento alla pubblicazione originale http://www.eugeniobenetazzo.com/destino_manifesto.htm )

Il consultorio (di Ille Doctor Luminis)

novembre 26, 2010

– E voglio poi provare cose nuove!

Non posso esser schiava, serva loro!

Chè dopo tante, troppe intense prove

potrò ben dir che proprio niente ignoro!

– Mia cara consorella benvenuta

qui dentro puoi trovare amiche care.

Dal maschio non sarai più trattenuta,

e il corpo tuo saprai ben ascoltare.

– Sapete che ho sognato di recente?

– Pendiamo delle labbra tue sensuali!

– Vorrei con quel cavallo fare sesso!

– Ma dicon che l’equino nell’amplesso

trasmetta fastidiosi germi anali!

– Menzogna clericale e impertinente!

L’inutilità di altre parole, di Ille Doctor Luminis

novembre 23, 2010

Hanno materializzato tutto, hanno mercificato tutto ed ora si scandalizzano che sia tutto in vendita. Mi permetto di ricordare che prima dell’irruzione della materia – quasi contraltare maligno dell’irruzione dello stesso Dio nella storia, per noi cristiani – c’era qualcosa che sfuggiva all’economia: il sacro. Spesso il clero ha subito il fascino dell’umana carnalità, dell’umana corruttiblità. Servi sunt, immo homines. Ma di fronte all’imponente maestà della tradizione, all’infinita semplicità protocristiana fino alle grandiosità barocche chiunque si ricordi – basta un attimo – di essere un uomo non può che tacere ed ammirare. Ammirare l’inesorabile, magnifico scorrere del tempo e il suo giudizio. Qualcosa sopravvive, qualcosa muore. Sopravvivono gli esempi, positivi o negativi che siano, muore ciò che è superfluo. La storia, per ogni argomento, ascolta una sola voce: ne bis in idem. Abbiamo la possibilità di imparare osservando, contemplando, noi anche pregando.
Quanto detto non va detto. Mi spiego: questo è l’approccio di un pellegrino verso la sua meta. Non va sbandierato ai quattro venti, ma resta uno schema mentale all’occorrenza evocato tacitamente per rafforzare il ricordo mentre è intento a visitare ed ammirare.
Lasciamolo lì, è l’unica persona che, se lasciata a sé stessa, non può che migliorare. Non andiamolo a disturbare, non cerchiamo di spiegargli altro. Ha già capito tutto. Ignora una data? Non tutti siamo storici. Ignora un nome? La tradizione trascende la semplice memoria. La meccanicità della stessa, al massimo, può essere tradizione per pappagalli. E molti di noi sono ancora sprovvisti di becco.
Camminare per Roma è già tradizione: lo hanno fatto in tanti – magnifici – prima di me, contribuendo a rafforzare quella vecchia istituzione che ancora qualcuno ha il coraggio di chiamare oggi pensiero. Ammirare Roma (scusate se ripeto i verbi, ma qui io voglio essere chiaro, non retorico) è ancor più tradizionale: gli uomini più grandi l’hanno fatta, uomini immensi l’han vista cadere, uomini geniali l’hanno ricostruita, uomini divini l’hanno sempre mantenuta come cara idea.
C’è un problema: il filtro. Oggi si vede la romanità mediante il filtro della pubblicità, dell’industria del turismo, anche religioso. Se il pellegrino ha sempre contribuito all’economia della città, è oggi la compulsività del viaggio che ha trasformato il pellegrino in turista, la città ospite in una Sodoma dei servizi.
Volevamo (plurale dvracrvxiano) andare a visitare il carcere Mamertino, luogo storico di Roma, prigione di molti vinti… e di un paio di futuri vincitori. Siamo stati costretti ad indossare delle buffe audioguide, a vedere ricostruzioni digitali ad occhi sbarrati (neanche fossimo in Arancia Meccanica), filmati, animazioni. Abbiamo speso più tempo in ciò che nell’ammirazione delle rovine.
Ma sapete cosa vi dico? Le vere rovine sono proprio certi orribili abbellimenti. Le pietre sgretolate che, nonostante il tempo passi, se ne fregano? Quelle sono Roma, quella è la mia città. Ma oggi l’unica idea di città che vive è quella borghese, romantica, mondialista, zeppa di intrattenimenti, di genti, di relazioni fugaci. Quando ammiro una città ammiro il suo carattere tradizionale, la sua egida morale e politica, le sue offerte mentali, le occasioni per vivere ancora in armonia.
Ho iniziato con la parola “materializzare” ho concluso con “armonia”. Anche se la seconda è stata rotta dalla prima, ne inverto l’ordine, in questo breve scritto, come augurio a tutti Noi.
Ma ora mi fermo qui, affinchè non diventi inutile come tutto il resto.

CIRCA L’ETERNA SIMBOLOGIA FORNAIA, PIZZA TRADIZIONALE ED ALTRO ANCORA…

novembre 7, 2010

BREVEMENTE

In tempi di dissoluzione universale come questi, noi ci troviamo in un paese qual è il Nostro, con la più ricca varietà di alimentazione su questo pianeta (senza pensare anche al più ricco ed immenso patrimonio artistico..). “L’uomo è ciò che mangia” si sa, e siamo convinti che una tradizione specifica culinaria sia determinante di un sentire identitario radicato e popolare. E non è certo un caso che in questi infausti tempi caotici odierni si stia disperdendo anche e soprattutto la millenaria tradizione fornaia, quella del pane certo, ma anche quella della (più recente) pizza, la vera pizza. Nonostante essa sia nata a Napoli e la si faccia, nella maggioranza dei casi, nel modo migliore e originario solo in quel luogo, la pizza è diventata ormai spudoratamente (anche per connesse e delicate ragioni politico/storiche che portarono all’emigrazionismo migliaia e migliaia di uomini campani, ed in generale, di tutto il Sud) un piatto mondialista e universale, e in molti e sempre più crescenti casi, data la scarsa consistenza alimentazionista di molti paesi esteri, un alimento ormai lontano anche anni luce da ciò che si intende, o si dovrebbe intendere per vera pizza originale napoletana.
Siamo seri, non facendoci prendere da sterili, facili nonché prevedibili accuse di un eventuale campanilismo fine a se stesso, ben lontano dalla nostra ottica di analisi.
Qui, brevemente, si vuol parlare della sostanza di una importante tradizione che può, o potrebbe esser persa nel corso dei prossimi anni. Una tradizione altamente simbolica in questo caso, giacché ha il compito di resistere ad una triste ondata di omologazione livellatrice globale in atto ormai a marce più che forzate. Né tantomeno si può tacere del fatto che l’asettica, tecnocratica, ed anti-identitaria “Unione Europea” sia andata deliberatamente all’attacco negli ultimi anni sul piatto più famoso italiano, negandone senza vergogna l’originalità e la superiorità qualitativa rispetto all’imitazione commerciale planetaria. Tuttavia, dopo molto lottare, alla fine dell’anno scorso il risultato e la vittoria italiana c’è stata, con l’atteso riconoscimento europeo certificato dalla stessa al famosissimo prodotto tramite la denominazione S.T.G. (Specialità Tradizionale Garantita), per porre un giusto discrimine (anche legale) tra ciò che viene spacciato per pizza e quella vera.

Ma al di là di tutto questo, chi davvero ha una giusta coscienza di ciò che accade? Oggi è un fiorire insulso di forni elettrici in, così definite, pizzerie (per non parlare della cricca di “pizzaioli” egiziani in quel di Milano che detta legge ora). E questo snaturamento di un’arte secolare è stata attuata anche tramite regole coercitive recenti del tutto ideologiche e mercantiliste/industriali, da parte, come sempre, della presente U.E. Come, ad esempio, imporre il cambio delle cassette tradizionali di legno per la crescita dei panetti in cassette di plastica. Ed ovviamente sarebbe quasi inutile dire che il prodotto risulta inferiore dato che il legno assorbiva, nel periodo di lievitazione/maturazione, l’umidità della pasta e la rendeva migliore poi sotto tutti gli aspetti e le fasi di lavoro successive. Ora la pasta assorbe invece plasticume (come la cara nostra acqua in bottiglie, d’altronde), un bel passo avanti non c’è che dire, e ciò in nome addirittura.. dell'”Igiene”! Senza contare che i bellissimi e pregevoli banconi di marmo e le pale in legno sono stati sacrificati in nome di un presunto ignienismo tutto di facciata, e che è servito solo a contribuire a mantenere un certo circuito metallurgico/plastico industriale. Difatti sono notissime a tutti, si sa, le terribile e atroci pestilenze sterminatrici di interi popoli nel corso dell’intera e completa storia umana perché, diamine, si preparava scandalosamente il pane con l’aiuto di semplice e naturale legna e non dell’acciaio liscio, moderno e lucente (!). Alcune pizzerie (in ogni caso pochissime ormai) a Napoli continuano a lavorare amorevolmente ancora nell’antica maniera comunque, e menomale. E non ci si dimentichi del forno… una pizza buona, morbida, fragante può essere ottenuta solo col forno a legna che, tenuto alla giusta temperatura (circa 400°, se non anche di più), farà uscire una pizza perfetta anche in meno di un minuto.
E ancora a proposito del forno: avete mai sentito dire della legna che, bruciando, dona alla pizza un aroma particolare a seconda del tipo di legno usato? Ma neanche qui, non passerà un gran tempo, ne siamo certi, che i *cosidetti* “ecologisti”, fedelissime spalle movimentiste dei globalisti transanazionali, la loro faccia *buona*, inizieranno a gridare, pieni di lacrime, alla vergogna e alla morte di tanti alberi innocenti di madre natura, che ferocemente ed insensatamente vengono dati, da troppo tempo oramai, in pasto a dei forni ormai vetusti e senza più senso moderno alcuno. Ah, il Progresso…. Regressione di organicità..!

In tempi di sterminio ontologico, dove il “Tempio”, inteso come struttura fisica e immateriale dove risiede lo Spirito di coesione di un Popolo o di un’intera Civiltà, è stato (con foga irrazionalmente fanatica) quasi definitivamente annichilito, cosa ci rimane, a cui aggrapparci fermamente, se non il forno? Molti rideranno o abbozzeranno sorrisi inopportuni. Eppure è necessario sapere che proprio il forno è l’altra parte di una civiltà. Mi spiego meglio. Al tempo (ma è solo a mò di esempio..) del glorioso Regno Borbonico accadde un terremoto in terra di Calabria (precisamente nella seconda metà del XVIII° sec.), ed il Re come prima cosa, primo atto, non pensò di costruire città nuove o altro, ma diede avvio alla celerissima costruzione di forni, e questo non certo e solo per un urgente soddisfacimento alimentazionista minimo ed immediato, ma perché attorno al forno, e tutti lo sapevano intimamente, vi si ritrovava, quasi istantaneamente, il senso antico di una comunità organica, detta Popolo. Il Tempio e il forno. Eccoli i due estremi di una civiltà.
Certo, si potrebbe facilmente obiettare che una Civiltà propriamente detta si fondi, oltre che sul “Tempio”, su uno spazio aperto pubblico, Agorà o Foro che sia. Ma uno spazio aperto di ritrovo comunitario (di quale natura specifica sia..) ce l’hanno avuto anche i primitivi nelle foreste, nei loro villaggi, nelle loro ampie radure. Una civiltà invece, con tutte le sue numerosissime strutture intermedie, ha come riferimenti complementari, sostanziali, ed imprescindibili, il tempio, sede dell’identità e dello spirito, e il forno, muratura aggregante popolaresca per eccellenza. Se c’è forno c’è civiltà, e viceversa.

E per noi, immersi nella melma sudicia progressista, è quasi ovvio affermare che è il popolo ora a giocare un ruolo, al fine di farsi valere, e far valere quei residui di civiltà e di memoria che ancora ci restano, per fortuna. Oggi, il popolo detiene l’eternità. E la nostra battaglia sta nel difenderlo, perché esso custodisce le nostre stesse tradizioni, memoria di un grande e ricco passato, che i tecno-mondialisti (sinistri in particolar modo) vorrebbero irrimediabilmente cancellare, per un futuro dagli orizzonti lucidamente e desolatamente spettrali ed amorfi. Il Nemico si è rivelato da tanto tempo, ed è sempre più senza veli, ancorché ancora molto forte.

Rinchiudiamoci fra le fortezze dell’assoluto dunque, che siano mentali o reali non importa, contempliamo gli abissi spirituali che nascono in noi dal vedere ancora scene di vita tradizionali che sentiamo, in fondo, -nostre-.

Noi non sovvertiamo l’Uomo per degradarlo ad animale, precisamente ad insetto. Noi vediamo la realtà umana per come è sempre stata, specchio del macrocosmo.

L’uomo che si batte solo se sa che la vittoria è certa è un vile. Noi non agiamo per un fine sicuro, sicuri di raggiungerlo. In tal modo non saremmo così diversi dai mondialisti, che sono degli utilitaristi, i quali vogliono il loro fine, raggiunto e realizzabile qui, ora e subito. Noi saremmo così solo la loro versione speculare, a quel punto. Ma non lo siamo. La nostra battaglia è spirituale, di resistenza. E continueremo, irriducibilmente speranzosi, la nostra opera di verità su noi stessi e sull’uomo.

Sappiamo che agiamo per una legge imperitura ed eterna, superiore a noi stessi e che ci sovrasta, la legge della tradizione. Sappiamo che solo la tradizione garantirà continuità, preserverà l’unità, e creerà Bellezza.

ATHANATOS G. viandante dvracrvxiano

-ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA-

FRITTATONA DVRACRVXIANA

novembre 6, 2010

Le uova le fanno le galline, non ci piove, e sono alimento troppo rapidamente deperibile perché qualcuno possa allambiccarsi il cervello su come farle arrivare dalla Cina.
Il resto sono tutti ingredienti “di casa”: cipolle, patate, verdure di qualsiasi genere che magari giacciono da un po’ nel frigo senza riuscire a rendersi interessanti, pezzi di formaggio avanzato e a rischio di spreco, ma insufficienti a “far piatto”. Insomma, quando c’è nostranità si può anche mischiare un po’ di roba buona, affogarla nelle uova sbattute, per poi gettare il tutto nell’olio bollente in una bella pentolaccia campagnola. Dopo un po’, a vista, la consistenza della frittata sarà tale da consentirvi con facilità quell’operazione che tanto spaventa, il rigirarla. Uva passa, parmigiano e pan grattato possono contribuire ad insucculentire sapore e consistenza, ma non sono indispensabili.
Bella come il sole, profumata come la campagna, identitaria come cio’ che ci mettete.

– ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA –