CIRCA L’ETERNA SIMBOLOGIA FORNAIA, PIZZA TRADIZIONALE ED ALTRO ANCORA…

BREVEMENTE

In tempi di dissoluzione universale come questi, noi ci troviamo in un paese qual è il Nostro, con la più ricca varietà di alimentazione su questo pianeta (senza pensare anche al più ricco ed immenso patrimonio artistico..). “L’uomo è ciò che mangia” si sa, e siamo convinti che una tradizione specifica culinaria sia determinante di un sentire identitario radicato e popolare. E non è certo un caso che in questi infausti tempi caotici odierni si stia disperdendo anche e soprattutto la millenaria tradizione fornaia, quella del pane certo, ma anche quella della (più recente) pizza, la vera pizza. Nonostante essa sia nata a Napoli e la si faccia, nella maggioranza dei casi, nel modo migliore e originario solo in quel luogo, la pizza è diventata ormai spudoratamente (anche per connesse e delicate ragioni politico/storiche che portarono all’emigrazionismo migliaia e migliaia di uomini campani, ed in generale, di tutto il Sud) un piatto mondialista e universale, e in molti e sempre più crescenti casi, data la scarsa consistenza alimentazionista di molti paesi esteri, un alimento ormai lontano anche anni luce da ciò che si intende, o si dovrebbe intendere per vera pizza originale napoletana.
Siamo seri, non facendoci prendere da sterili, facili nonché prevedibili accuse di un eventuale campanilismo fine a se stesso, ben lontano dalla nostra ottica di analisi.
Qui, brevemente, si vuol parlare della sostanza di una importante tradizione che può, o potrebbe esser persa nel corso dei prossimi anni. Una tradizione altamente simbolica in questo caso, giacché ha il compito di resistere ad una triste ondata di omologazione livellatrice globale in atto ormai a marce più che forzate. Né tantomeno si può tacere del fatto che l’asettica, tecnocratica, ed anti-identitaria “Unione Europea” sia andata deliberatamente all’attacco negli ultimi anni sul piatto più famoso italiano, negandone senza vergogna l’originalità e la superiorità qualitativa rispetto all’imitazione commerciale planetaria. Tuttavia, dopo molto lottare, alla fine dell’anno scorso il risultato e la vittoria italiana c’è stata, con l’atteso riconoscimento europeo certificato dalla stessa al famosissimo prodotto tramite la denominazione S.T.G. (Specialità Tradizionale Garantita), per porre un giusto discrimine (anche legale) tra ciò che viene spacciato per pizza e quella vera.

Ma al di là di tutto questo, chi davvero ha una giusta coscienza di ciò che accade? Oggi è un fiorire insulso di forni elettrici in, così definite, pizzerie (per non parlare della cricca di “pizzaioli” egiziani in quel di Milano che detta legge ora). E questo snaturamento di un’arte secolare è stata attuata anche tramite regole coercitive recenti del tutto ideologiche e mercantiliste/industriali, da parte, come sempre, della presente U.E. Come, ad esempio, imporre il cambio delle cassette tradizionali di legno per la crescita dei panetti in cassette di plastica. Ed ovviamente sarebbe quasi inutile dire che il prodotto risulta inferiore dato che il legno assorbiva, nel periodo di lievitazione/maturazione, l’umidità della pasta e la rendeva migliore poi sotto tutti gli aspetti e le fasi di lavoro successive. Ora la pasta assorbe invece plasticume (come la cara nostra acqua in bottiglie, d’altronde), un bel passo avanti non c’è che dire, e ciò in nome addirittura.. dell'”Igiene”! Senza contare che i bellissimi e pregevoli banconi di marmo e le pale in legno sono stati sacrificati in nome di un presunto ignienismo tutto di facciata, e che è servito solo a contribuire a mantenere un certo circuito metallurgico/plastico industriale. Difatti sono notissime a tutti, si sa, le terribile e atroci pestilenze sterminatrici di interi popoli nel corso dell’intera e completa storia umana perché, diamine, si preparava scandalosamente il pane con l’aiuto di semplice e naturale legna e non dell’acciaio liscio, moderno e lucente (!). Alcune pizzerie (in ogni caso pochissime ormai) a Napoli continuano a lavorare amorevolmente ancora nell’antica maniera comunque, e menomale. E non ci si dimentichi del forno… una pizza buona, morbida, fragante può essere ottenuta solo col forno a legna che, tenuto alla giusta temperatura (circa 400°, se non anche di più), farà uscire una pizza perfetta anche in meno di un minuto.
E ancora a proposito del forno: avete mai sentito dire della legna che, bruciando, dona alla pizza un aroma particolare a seconda del tipo di legno usato? Ma neanche qui, non passerà un gran tempo, ne siamo certi, che i *cosidetti* “ecologisti”, fedelissime spalle movimentiste dei globalisti transanazionali, la loro faccia *buona*, inizieranno a gridare, pieni di lacrime, alla vergogna e alla morte di tanti alberi innocenti di madre natura, che ferocemente ed insensatamente vengono dati, da troppo tempo oramai, in pasto a dei forni ormai vetusti e senza più senso moderno alcuno. Ah, il Progresso…. Regressione di organicità..!

In tempi di sterminio ontologico, dove il “Tempio”, inteso come struttura fisica e immateriale dove risiede lo Spirito di coesione di un Popolo o di un’intera Civiltà, è stato (con foga irrazionalmente fanatica) quasi definitivamente annichilito, cosa ci rimane, a cui aggrapparci fermamente, se non il forno? Molti rideranno o abbozzeranno sorrisi inopportuni. Eppure è necessario sapere che proprio il forno è l’altra parte di una civiltà. Mi spiego meglio. Al tempo (ma è solo a mò di esempio..) del glorioso Regno Borbonico accadde un terremoto in terra di Calabria (precisamente nella seconda metà del XVIII° sec.), ed il Re come prima cosa, primo atto, non pensò di costruire città nuove o altro, ma diede avvio alla celerissima costruzione di forni, e questo non certo e solo per un urgente soddisfacimento alimentazionista minimo ed immediato, ma perché attorno al forno, e tutti lo sapevano intimamente, vi si ritrovava, quasi istantaneamente, il senso antico di una comunità organica, detta Popolo. Il Tempio e il forno. Eccoli i due estremi di una civiltà.
Certo, si potrebbe facilmente obiettare che una Civiltà propriamente detta si fondi, oltre che sul “Tempio”, su uno spazio aperto pubblico, Agorà o Foro che sia. Ma uno spazio aperto di ritrovo comunitario (di quale natura specifica sia..) ce l’hanno avuto anche i primitivi nelle foreste, nei loro villaggi, nelle loro ampie radure. Una civiltà invece, con tutte le sue numerosissime strutture intermedie, ha come riferimenti complementari, sostanziali, ed imprescindibili, il tempio, sede dell’identità e dello spirito, e il forno, muratura aggregante popolaresca per eccellenza. Se c’è forno c’è civiltà, e viceversa.

E per noi, immersi nella melma sudicia progressista, è quasi ovvio affermare che è il popolo ora a giocare un ruolo, al fine di farsi valere, e far valere quei residui di civiltà e di memoria che ancora ci restano, per fortuna. Oggi, il popolo detiene l’eternità. E la nostra battaglia sta nel difenderlo, perché esso custodisce le nostre stesse tradizioni, memoria di un grande e ricco passato, che i tecno-mondialisti (sinistri in particolar modo) vorrebbero irrimediabilmente cancellare, per un futuro dagli orizzonti lucidamente e desolatamente spettrali ed amorfi. Il Nemico si è rivelato da tanto tempo, ed è sempre più senza veli, ancorché ancora molto forte.

Rinchiudiamoci fra le fortezze dell’assoluto dunque, che siano mentali o reali non importa, contempliamo gli abissi spirituali che nascono in noi dal vedere ancora scene di vita tradizionali che sentiamo, in fondo, -nostre-.

Noi non sovvertiamo l’Uomo per degradarlo ad animale, precisamente ad insetto. Noi vediamo la realtà umana per come è sempre stata, specchio del macrocosmo.

L’uomo che si batte solo se sa che la vittoria è certa è un vile. Noi non agiamo per un fine sicuro, sicuri di raggiungerlo. In tal modo non saremmo così diversi dai mondialisti, che sono degli utilitaristi, i quali vogliono il loro fine, raggiunto e realizzabile qui, ora e subito. Noi saremmo così solo la loro versione speculare, a quel punto. Ma non lo siamo. La nostra battaglia è spirituale, di resistenza. E continueremo, irriducibilmente speranzosi, la nostra opera di verità su noi stessi e sull’uomo.

Sappiamo che agiamo per una legge imperitura ed eterna, superiore a noi stessi e che ci sovrasta, la legge della tradizione. Sappiamo che solo la tradizione garantirà continuità, preserverà l’unità, e creerà Bellezza.

ATHANATOS G. viandante dvracrvxiano

-ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA-

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Una Risposta to “CIRCA L’ETERNA SIMBOLOGIA FORNAIA, PIZZA TRADIZIONALE ED ALTRO ANCORA…”

  1. Eleonora Stella Says:

    Ho apprezzato moltissimo il tuo articolo!

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