L’inutilità di altre parole, di Ille Doctor Luminis

Hanno materializzato tutto, hanno mercificato tutto ed ora si scandalizzano che sia tutto in vendita. Mi permetto di ricordare che prima dell’irruzione della materia – quasi contraltare maligno dell’irruzione dello stesso Dio nella storia, per noi cristiani – c’era qualcosa che sfuggiva all’economia: il sacro. Spesso il clero ha subito il fascino dell’umana carnalità, dell’umana corruttiblità. Servi sunt, immo homines. Ma di fronte all’imponente maestà della tradizione, all’infinita semplicità protocristiana fino alle grandiosità barocche chiunque si ricordi – basta un attimo – di essere un uomo non può che tacere ed ammirare. Ammirare l’inesorabile, magnifico scorrere del tempo e il suo giudizio. Qualcosa sopravvive, qualcosa muore. Sopravvivono gli esempi, positivi o negativi che siano, muore ciò che è superfluo. La storia, per ogni argomento, ascolta una sola voce: ne bis in idem. Abbiamo la possibilità di imparare osservando, contemplando, noi anche pregando.
Quanto detto non va detto. Mi spiego: questo è l’approccio di un pellegrino verso la sua meta. Non va sbandierato ai quattro venti, ma resta uno schema mentale all’occorrenza evocato tacitamente per rafforzare il ricordo mentre è intento a visitare ed ammirare.
Lasciamolo lì, è l’unica persona che, se lasciata a sé stessa, non può che migliorare. Non andiamolo a disturbare, non cerchiamo di spiegargli altro. Ha già capito tutto. Ignora una data? Non tutti siamo storici. Ignora un nome? La tradizione trascende la semplice memoria. La meccanicità della stessa, al massimo, può essere tradizione per pappagalli. E molti di noi sono ancora sprovvisti di becco.
Camminare per Roma è già tradizione: lo hanno fatto in tanti – magnifici – prima di me, contribuendo a rafforzare quella vecchia istituzione che ancora qualcuno ha il coraggio di chiamare oggi pensiero. Ammirare Roma (scusate se ripeto i verbi, ma qui io voglio essere chiaro, non retorico) è ancor più tradizionale: gli uomini più grandi l’hanno fatta, uomini immensi l’han vista cadere, uomini geniali l’hanno ricostruita, uomini divini l’hanno sempre mantenuta come cara idea.
C’è un problema: il filtro. Oggi si vede la romanità mediante il filtro della pubblicità, dell’industria del turismo, anche religioso. Se il pellegrino ha sempre contribuito all’economia della città, è oggi la compulsività del viaggio che ha trasformato il pellegrino in turista, la città ospite in una Sodoma dei servizi.
Volevamo (plurale dvracrvxiano) andare a visitare il carcere Mamertino, luogo storico di Roma, prigione di molti vinti… e di un paio di futuri vincitori. Siamo stati costretti ad indossare delle buffe audioguide, a vedere ricostruzioni digitali ad occhi sbarrati (neanche fossimo in Arancia Meccanica), filmati, animazioni. Abbiamo speso più tempo in ciò che nell’ammirazione delle rovine.
Ma sapete cosa vi dico? Le vere rovine sono proprio certi orribili abbellimenti. Le pietre sgretolate che, nonostante il tempo passi, se ne fregano? Quelle sono Roma, quella è la mia città. Ma oggi l’unica idea di città che vive è quella borghese, romantica, mondialista, zeppa di intrattenimenti, di genti, di relazioni fugaci. Quando ammiro una città ammiro il suo carattere tradizionale, la sua egida morale e politica, le sue offerte mentali, le occasioni per vivere ancora in armonia.
Ho iniziato con la parola “materializzare” ho concluso con “armonia”. Anche se la seconda è stata rotta dalla prima, ne inverto l’ordine, in questo breve scritto, come augurio a tutti Noi.
Ma ora mi fermo qui, affinchè non diventi inutile come tutto il resto.

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