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ALVO TRADIZIONALE, protrettico all’amore e alla merda di Ille Doctor Luminis

dicembre 29, 2010

Scritto sul finire di un’indigestione.

E quando verrà il momento – perchè verrà il momento – di antologizzare questi anni, dove diavolo andremo a trovare una scusa sufficientemente potente e discreta? La Storia sarà anche divina, ma spesso ha gli atteggiamenti isterici di una meretrice (professionista tradizionale, ovviamente). Potremo forse dire “sonnecchiavamo” oppure “ci stavamo solo riscaldando”? O ci nasconderemo dietro la banalissima “età di transizione”? Sì, ma verso cosa? E soprattutto a partire da cosa?
Più in alto il pensiero sale, più divertente e spericolata sarà la caduta libera. Parliamo di merda. Suvvia, è inutile negarlo…a cagare ci andiamo tutti, invitati o non. Ma tralasciamole quelle teorie di derivazione neofashion “dimmi come caghi e ti dirò chi sei”. Qui non è l’atto che mi interessa, ma il luogo, l’atmosfera che lo circonda e lo sostiene.
Parto da un punto fermo ma logico: il cesso nasce per contenere merda, per fagocitarla in un sistema labirintico di tubature, per accoglierla nuovamente a braccia aperte. Che dolce…noi gli diamo il peggio e lui ci restituisce il meglio, l’aqua pura! Signori miei non vorrei arrivare a tanto, ma il cesso è il più grande investimento di questo mondo, oltre ad essere il paradigma dell’amore puro, sincero, tradizionale, ontologico. Piccola parentesi: che figata accostare ontologia e merda in un unico discorso. Come dite? Lo fanno tutti i finti alternativi del cazzo? E’ vero…ma le mie parole hanno anche un senso, onor dell’ironia.
Bene…come non prostarsi davanti alla tazza del cesso, a questo punto? Come non “adornare” con doni e offerte questo meraviglioso tempio dell’amore puro? Qui le strade si dividono, le opinioni si scontrano…il perbenismo si impone. Non posso fare a meno di descrivervi il mio cesso dell’iperuranio…l’oltrecesso, se vogliamo.
Forte della massima “abissum abissus invocat” vorrei, come commento musicale, infiniti sciacquoni che scaricano contemporaneamente in 6/8, perchè la mente si adagi sull’idea ritmica della cosa, sull’ordine insito, naturale e quasi divino che Iddio in persona chi ha concesso. Illuminazione leggera…quasi penombra, tavoletta riscaldata d’inverno. Insomma…dovrei sentirmi coccolato. Una volta finito, avvierò il miracolo: acqua in cambio di merda.
Ma lo scarto umano può trascendere le capacità del “bene velle” igienico-sanitario! Il cesso avrà bisogno di manutenzione. Perchè dia sempre acqua fresca bisogna che periodicamente si lucidi!
Non mi guardate con quella faccia…come se già sapeste che ignoro questo passaggio! La verità è che pulisco solo quando vedo reale e visibile necessità. Non si cancellano insistentemente quelle leggerissime tracce d’uso, indizi inequivocabili del solo fatto che il cerchio si chiude regolarmente.
Sorrido pensando a chi igienizza il cesso usque ad mortem, come se non avesse fiducia nello stesso!Sorrido pensando a quello che tenta di cagare profumato per non “offendere” la preziosa ceramica.
Nessuno di questi conosce, né potrà mai conoscere il vero significato della parola “amore”: purezza in cambio di squallore.
Ma ve la immaginate una lettera d’amore del genere. Già…fateci caso: ho parlato d’amore per tutto il tempo! Amore per me, amore per la tradizione, Amore di ritorno…Amore!

DVRACRVXIANO PROCLAMA “MONASTERICVS” (AD GHIBELLINAM SALVATIONEM !)

dicembre 26, 2010

“Le pietre godono di una fortezza identitaria tale da renderle garanti di quella imperitura memoria di cui i ben più transeunti umani sono sprovvisti; e che se anche possedessero, comunque, non saprebbero mai tutelare altrettanto duramente e durevolmente. Tributiamo dunque alle pietre l’onore che meritano, e lasciamo ad esse l’imperitura pronunzia d’ogni verbo testimoniale”. G.dX.

Il sentimento imperiale che vive in ogni figlio dell’Aquila, rebus sic stantibus, non può attualmente fruire d’una vestizione politica classicamente intesa; pertanto la sua condizione ontologica ed esistenziale deve sopravvivere in chiave sostanzialmente ideale e, inquanto tale, giuridicamente tutelabile dall’ordinamento liberal-democratico cui versiamo le tasse ed a cui tributiamo impegno individuale votato al mantenimento d’una rotta politica sensata, e alla cui maturazione spirituale contribuiamo come liberi cittadini pensanti e “credenti” nel senso più idealistico, lato e puro del termine.

I luoghi, le opere e le architetture tramandateci dal coraggio e dalla combattività di chi in passato ha saputo proteggerne la composizione atomica dagli attacchi disgregatori di nemici ideologici e fisici, restan pertanto gli unici templi consacrati al culto d’una memoria diretta che testimonii la gloria del passato da un lato, e dall’altro costituisca indefesso baluardo spirituale e testimoniale di cosa fù quel maestoso passato che ci partorì. Le pietre, come già detto, sono ben più forti degli uomini: non invecchiano, non si lasciano corrompere, non dimenticano.

Certo Roma, da cui tutto parte e tutto prosegue ben oltre l’austerità di statue, la maestosità di anfiteatri e templi diroccati sparsi per il mondo e oramai rottamati dalla prevalente (in)coscienza umana come “reperti archeologici” a perdere.
A seguire, il II Impero ci lascia fortilizi e castelli ghibellini, le cui vestigia son troppo spesso ridotte dall’attuale civiltà decadente a meri musei senz’alcun amore per le gloriose gesta che un tempo vi si perpetrarono fra le salnitriche mura, ora troppo spesso infangate da becere mostre figurative negatrici di bellezza e verità, restan certamente anch’essi “loci” e “lvci” che per imperial genesi c’appartengono e c’apparterranno sempre.

Tuttavia la precaria incolumità fisica dei tesori metafisici che son contenuti nei templi della memoria sin qui descritti, troppo dipendente dalle evoluzioni demografiche illogiche ed arbitrariamente relativistiche tipiche di tempi mercimoniosi come questi, potrebbe un giorno comprometterne definitivamente senso, forma ed habitat nel lungo periodo: basti soffermarsi sulla gestione di un Colosseo o di una Ara Pacis rispetto al più miserevole reperto archeologico d’età romana presente in Germania o in Svizzera, per renderci conto della caducità delle Opere rispetto alle Idee, soprattutto quando gli umani guardiani delle strutture concrete deficitano del più elementare senso di responsabilità ed amore per “il proprio“.
Pertanto, un giorno, in assenza di opere granitiche valide a rammentarcene l’Idea originatrice, i nostri pronipoti potrebbero perder contezza persino dell’Idea stessa, a dispetto della sua immortalità spirituale.
Dunque resta indispensabile mantenere indissolubile la “materia” che ne conserva l’Animus, la Sacra Teca pugnatrice dei sensi umani che sola può tener vitale ogni memoria; di qui il Dvracrvxiano Progetto “Clessidra Stagnata” – peraltro già avviato, imbastito ed operativo – di cui tratteremo in altra sede.

Tornando invece al “come resistere” al tempo e alla mediocrità che talvolta lo serve a tavola, è indispensabile analizzare la realtà e farvi fronte con la concretezza di metternichiana memoria, con una “real politik” che non perda tempo a cincischiare su fiaschi e fallimenti propri dell‘Umana Natura, ma ci faccia andare oltre restando coerenti al percorso di sacralità che è stato chiaramente segnato, e a riprova dell’efficienza del quale siam tuttora qui a scriverne e divulgarne: eccolo un vero “dato effettuale“!

A questo punto della trattazione chiameremo ad aiutarCi il più grande cantore dell’Impero, il più grande mediatore ideologico e spirituale fra Impero Romano e sue evoluzioni successive, evoluzioni i cui riverberi sono giunti sino a Noi attraverso un sentiero luminosissimo, seppur disseminato di depistanti mine falso-storiografiche. Un sentiero che non intendiamo certo abbandonare, ma che, anzi, contribuiremo a preservare in secula seculorum sino a passarne il testimone, indenne e splendente, ai nostri posteri.

Dante Alighieri, che, dato il suo periodo di esistenza terrena, può considerarsi a metà strada fra Noi e la Roma antica, nel suo “De Monarchia” ci introduce così la propria preziosa ricetta preservatrice di memoria: “come gli uomini si arricchiscono del patrimonio degli antichi, così devono lavorare essi stessi per i posteri”.
Prova dell’indole terroristica – già nel ‘300 – delle parole di Dante (il “ghibellin fuggiasco” lo definì Foscolo, intendendo acutamente la vera natura del suo guelfismo bianco), espresse soprattutto nella sua opera più politica, il De Monarchia appunto, siano le parole di Antonio Gramsci – sinistro individuo che non ci sperticheremo a presentare – circa tale opera: “bisogna liberare la dottrina politica di Dante da tutte le superstrutture posteriori, riducendola alla sua precisa significazione storica”. Ecco una prova inconfutabile di quanto, soltanto il secolo scorso, la Memoria facesse già paura ai detrattori dello Spirito, ai saponificatori dell’Idea, agli smerdatori del Mito, ai detestabili materialisti mondialisti e comunisti cogl’ occhialetti tondi perennemente inforcati a confonderne la totale vacanza dell’anima.

“La memoria non è altro che ciò che l’Uomo decide di rammentare“ sostiene certa corrente di pensiero di stampo liberale: sì, ma quale uomo? L’Uomo? O gli uomini?! Ebbene, in un’epoca nella quale gli uomini rischiano di contare più dell’Uomo, tocca rimboccarsi le maniche, lucidare i moschettoni culturali e far suonare quanti più campanili è possibile: “omne regnum in se divisum desolabitur”.

Ed ecco che, proprio restando in tema di campanili, siam giunti all’argomento principe di codesta trattazione dvracrvxiana: Roma, il Sacro Romano Impero, e, attualmente, ciò che resta di cotanta nobile genesi politica e spirituale.
Prendiamo con Dante le mosse dal principio di ogni imperialità (De Monarchia libro II): “ …il popolo romano si è attribuito di diritto, non usurpandolo, il ruolo di Monarca sugli uomini detto “Impero”. E questo si dimostra così: al più nobile dei popoli spetta l’egemonia su tutti gli altri; il popolo romano è stato il più nobile dei popoli: dunque gli spetta l’egemonia su tutti gli altri.”
E l’Alighieri prosegue più innanzi citando i mitici antefatti che portarono a detta gloria: “C’è un paese, Esperia i Greci lo chiamano, terra antica, potente per armi e per fertili zolle. Gli Enotri l’abitarono; ora è fama che i loro nipoti l’hanno chiamata Italia dal nome del loro condottiero: questa è per noi la nostra propria dimora, di là Dardano discese.”. E ancora, poco oltre: “Ma che il popolo romano abbia mirato al bene dello stato, sottomettendo a sé il mondo intero, lo dimostrano le sue imprese, nelle quali, rimossa ogni cupidigia che sempre è di ostacolo al bene dello stato, e amando la pace universale e la libertà, quel popolo santo, pio e glorioso sembra aver trascurato l’utile proprio, mirando a quello comune per la salvezza del genere umano”.
Ebbene, queste poche righe argomentano la parte del Nostro Scritto che meno necessitava di opera di convincimento, trattandosi di mera analisi storica traducibile direttamente dal latino dei contemporanei di quegli eventi.

Di qui, continueremo a non trattare di fede, ma di pura consecutio storica, la medesima che occorre ai giorni nostri per individuare, qualora non lo avvertissimo nell’animo, almeno con il ragionamento, quali siano i templi della Tradizione che legano i Cesari agli Ottoni, e questi ultimi ai loro successori: (dal Libro II – IX): “..Se Cristo non avesse sofferto sotto un giudice legittimo, questa sofferenza non sarebbe stata un castigo. E giudice legittimo non poteva essere se non chi ha giurisdizione sull’intero genere umano, dal momento che l’intera umanità veniva castigata nella carne stessa di Cristo… Cessino pertanto di condannare l’Impero Romano quanti si fingono figli della Chiesa, vedendo che il suo sposo Cristo lo ha approvato all’inizio e alla fine della sua milizia. E così ritengo sia chiaro a sufficienza che il popolo romano si è attribuito di diritto l’Impero del mondo” (ovvio che Dante non potesse che riferirsi al mondo civilizzato sino a quel tempo conosciuto).

Dante dunque, uomo di Fede, paradossalmente risolve con un freddo sillogismo una vexata quaestio che più tardi, soprattutto in epoca post-illuminista, ed ora post-sessantottina (perdonate il languore di stomaco), semina dubbi sull’ortodossia della consecutio Roma-Christianitas latina-Sacro Romano Impero-Cattolicesimo Occidentale Tradizionalista. Come potrebbe Cristo, infatti, essere stato anti-romano se proprio di Roma s’è servito per i suoi santi scopi?!

Occorre dunque riflettere con assoluta lucidità su cosa sia ancora vitale, praticabile e coltivabile dell’antico retaggio imperiale transitato per duemila anni di storia, considerando indispensabile rilevare, a tal proposito, che eremi e monasteri, preziosi scrigni di occidentale Christianitas, restano gli unici “viventi” baluardi di salvezza per scomodi discepoli di una fede testimoniale altrimenti a rischio di epurazione fisica, politica e ideologica.
Ragioniamoci fatti alla mano: nessun invasore cristiano ha fatto crollare l’Impero Romano; arabi, vandali e slavi, piuttosto. Ad un princeps (o imperator) cristiano – e germanico – fù il privilegio di “rinnovarlo” e consacrarne la memoria e l’autorità politica sino ai nostri giorni attraverso un percorso geopolitico fulgido nella sua leggibilità: i territori e le vestigia del Sacro Romano Impero istoriate nei borghi toscani, marchigiani, lucani, trentini, bavaresi, elvetici, austriaci, son lì a far risplendere le verità di un percorso storico comune quanto irremovibile.

Così non fosse stato…chissà! Difficile far la Storia coi “se”, ma le grandi battaglie a difesa dell’Occidente..Poitier, Lepanto, Vienna..sono istoriate indelebilmente a raccontarci come siano davvero andate le cose, e chi davvero siano stati e siano tuttora i nostri reali nemici, al di là di vuote chiacchiere anticlericali ed irredentismi pseudo-pagani che nulla hanno a che vedere con quella realtà e politica del reale che possano garantirci ulteriore sopravvivenza.
La maturità filosofica e spirituale a cui siamo finalmente approdati attraverso un libero culto della memoria, attraverso un sano studio documentale scevro da strumentalizzazioni ideologiche, insomma, attraverso 1000 anni di preservazione romano-occidentale, ci consentono, anzi, ci intimano, di considerare monasteri, eremi, chiesette, canoniche e campanili, i castelli e le roccaforti di quella inviolabile “Renovatio Imperii” inaugurata da Carlo Magno e ricomposta dai suoi successori germanici al grido di “Sieg und Heil!”:

– Sieg und Heil, salute e vittoria, viene pronunciato da Ottone il Grande ad Aquisgrana nel 936 d.C. in occasione della sua incoronazione a Sacro Romano Imperatore, presieduta dal vescovo Heriger di Magonza come rappresentante della Chiesa e partecipata dai quattro duchi rappresentanti delle quattro principali componenti germaniche, Lotaringia, Franconia, Svevia, e Baviera. (fonte: Windukind di Corvey)
Ottone il Grande, fondatore ufficiale del Heiliges Romisches Reich Deutscher Nation, il Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca, nato il 23 novembre 912, I imperatore dei Romani dopo Romolo Augustolo e fautore del Privilegium Othonis, subordinazione giuridica e politica dell’elezione papale al consenso dell’Imperatore, egemonia filosofica sostanziale del “guelfismo bianco” di Dante.
Ottone determina la conciliazione delle tre principali promanazioni politiche e religiose della romanità: l’Impero romano, del quale assume il titolo imperiale con solenne incoronazione in Roma, unitamente a quello di Re dei Romani; la benedizione politica del papato con Giovanni XIII, e la conciliazione con l’Impero bizantino attraverso le nozze celebrate a Roma dallo stesso papa con Teofano, la nipote dell’Imperatore Romano d’Oriente Giovanni Zimisce. (fonte: Friedrich Heer) –

“Una Renovatio Imperii, dunque, riconfermata e potenziata nella sostanza e nella forma da Ottone III, imperial crocevia etnico fra latinitas, mondo ellenico e germanico, il precursore di quella II epopea imperiale che ci ha consentito per la seconda volta di nascere belli come siamo.
Così Ottone parlò in quel fatidico giorno: – Noi affermiamo che Roma è la capitale del mondo e testimoniamo che la Chiesa di Roma è la madre di tutte le Chiese. –
Ottone altresì, non riconoscendo la Donazione di Costantino, né tantomeno la concessione di Carlo il Calvo, entrambe vigliaccamente invocate dai papi a giustificazione della loro occupazione temporale del suolo romano, segnò indelebilmente quel percorso ideale che vedeva nel cattolicesimo occidentale nulla più che una “fons traditionis”. E tuttora i tedeschi sono i più affidabili protettori dell’Europa, riconoscenti in eterno per la loro fondazione latina ai tempi di Treviri ed Augusta” (fonte: F.Heer).

Non a caso, prendendo ad esame il mero suolo italico, regioni come il Lazio, la Toscana (con annesse Marche e Umbria), la federiciana Lucania ed il Trentino-Friuli non lasciano inculturare il proprio tessuto in quei termini nei quali humus più laicisti e scevri da tradizione schiettamente ghibellina fanno (Piemonte, Liguria, Campania, Emilia). Per non parlare dello scempio che sta sfigurando il resto d’Europa: la laicista Francia, che sembra ormai il bronx; la protestante Inghilterra, che sta togliendo la sua amata sovrana (nonché massima autorità religiosa) anche dai francobolli; la “libera ed emancipata” Olanda che è ostaggio della violenza musulmana a tal punto da vedersi ammazzare i propri politici non perché di destra, ma perché omosessuali, sono paesi invasi, bolliti, stravolti etnicamente e culturalmente. Per non menzionare la Spagna, ove insegnanti che declamano ai loro alunni le tradizioni gastronomiche basate sulla carne suina vengono condannati per vilipendio della fede islamica: ebbene, provate a interdire prosciutti, salsicce e vinello ad un buon parroco di campagna di quelli un pò vecchio stampo, e vedrete volare pernacchie come colombe all’indirizzo degli uffici competenti.
Non è dunque casuale quali siano i paesi “resistenti”: Italia, Austria, Germania, Svizzera, Lichtenstein, Andorra, (lo stesso ambiguissimo Vaticano, volendo), null‘altro insomma che quel Sacro Romano Impero che da Carlo Magno è arrivato intonso sino a Carlo I d‘Asburgo, nostro contemporaneo; in tali territorii la Tradizione, pur sotto attacco, non molla l’osso !
E allungando il guardo oltre Europa, stesso ruolo resistente sta riguardando la Russia, che non a caso fù membro della Santa Alleanza, co-artefice della Restaurazione, grande ereditiera della cristiana Costantinopoli, ed unica vera abiuratrice – oramai immunizzata – d’un comunismo che vi ha perpetrato l’apoteosi del suo stesso fallimento storico e politico; del resto come avrebbero potuto pochi decenni di ideologica perversione cancellare secoli di cammino socio-antropologico naturale d’un popolo?!
E, volendo proprio strafare con la gittata osservatrice, che dire del Giappone, unica roccaforte identitaria d’un’intera Asia dai trascorsi gloriosi quanto quelli europei, ma per il resto prostituitasi al peggior americanismo globalizzatore per quattro occhialacci da sole quadrangolari che offuscano occhi a mandorla un tempo orgoglio della nobile ritrattistica imperiale Ming. E così, in Giappone, grazie al tradizionale culto shintoista, l’imperatore è sopravvissuto persino alle vessatorie condizioni di pace post-bellica, mentre in Cina l’ateismo comunista è stato il virus capace di uccidere la Tradizione imperiale, senza saper poi resistere all’inculturazione capitalista, alla quale, anzi, ha steso tappeti “rossi”.

Ma torniamo a Noi: territori ghibellini inespugnabili roccheforti d’Occidente, dunque, che si tratti dei laziali Monti della Duchessa o delle germaniche montagne bavaresi: un campanile non sarà mai, ipso facto, un minareto; nessun’Opera d’Arte sarà mai violata finché si troverà in sante mani e non in quelle sporche e laide di assessori sinistri e perversi a tal punto da farla sparire. Mai opere architettoniche di pregio sacrale saranno gettate in pasto al muschio finché tale religione continuerà a permanere di Stato, per quanto annacquata e temperata. In una chiesa, tanto per capirci, non si predicherà mai il comunismo, morbo laicista ed ateo per definizione e asfissìa d’ogni intelligenza! E se qualche pretastro dalla barbetta sfatta dovesse provarci, sarà lo stesso DNA cultuale, culturale e liturgico della Tradizione a sfatarne le immonde intenzioni e a sventarne la perfida azione. L’importante è “preservare” e guadagnare tempo, semplicisticamente, riuscire ad essere “i campioni” del tempo.

Che sia chiaro una volta per tutte: qui nessuno sta imponendo di credere a chi non crede, non credendo Egli stesso per primo; qui si propone di guardare a 1000 anni di preservazione storica, culturale, artistica e filosofica come ad un dato di fatto inoppugnabile a cui rifarsi per andare avanti col medesimo bagaglio di valori nello zaino; valori che puntellino la piattaforma di partenza per iniziare a (ri)scalare l’Olimpo di classica memoria e raggiungerne la vetta a ripiantarci sopra lo stendardo con l’Aquila, prima che i nuovi barbari ed i loro alleati etnonichilisti nostrani riescano a farlo crollare.

E quando parliamo di “cattolicesimo” o di “cristianesimo” non ci riferiamo certo a quei pretini rossi coi maglioncini blu infiltrati da comunismo e globalizzazione come ogni cancro può infestare qualsiasi organismo sano; non parliamo d’una Chiesa che predica barzellette egalitariste ed ecumeniche per far passare concetti inesistenti nel Vangelo o nel Diritto Canonico, scritti che altro non sono se non sostanziali traslazioni filosofiche e giuridiche delle omologhe migliori preesistenze codificate partorite in seno alla romanità. Né ci riferiamo tantomeno a “Chiese spurie” che hanno attecchito altrove rispetto al naturale alveo geografico-culturale proprio del Cattolicesimo Occidentale, e che valgono quanto una pasta all’Amatriciana cucinata a New York col ketchup.
Non parliamo di una Chiesa che sperpera energie attraverso petulanti missionarii a spasso in zone del mondo che non la riguardano, o che istiga sionisticamente alla vittimizzazione del corpo, del sesso e della bellezza, che umilia la virilità, che vieta di fare fotografie nei suoi templi per coltivare una simonia indegna del generoso spirito occidentale improntato all’esaltazione dello scultoreo, all’adorazione di polpacci e quadricipiti da legionari in marcia che mai potrebbero temere Dio, essendone la migliore espressione e la più degna realizzazione. Non parliamo di quel culto anti-imperiale ammorbato di pauperismo e gusto del malaticcio che stramaledetti cattocomunisti ante e post-litteram hanno provato in tutti i modi ad interpolare fra le righe del Nuovo Testamento, ma che la sola logica basta a disarcionare: se infatti Cristo fosse stato un comunista e un pauperista come sostenevano i fraticelli dolciniani, come potrebbe aver mai riconosciuto al Cesare romano la piena giurisdizione temporale, considerando quanto Egli ben sapesse il Diritto Romano grondare di giusprivatismo e persino di schiavismo?! Quante incaute menzogne ideologiche oltre il limite della ragionevolezza!
E la controprova di quanto asseriamo è insita in ogni fotogramma di storia politologica contemporanea: il cattolicesimo e qualsiasi suo rivolo confessionale sono e sono stati costantemente avversati dalle sinistre etnomasochiste europee ed italiane in particolare, mentre vengono da sempre abbracciati (seppur con appositi concordati che ne tengano a bada le insane ed egoistiche pretese temporaliste di papi ingordi e parassitari), dalle grandi avanguardie identitarie, fascismo in testa. Come mai?! Come mai i maggiori paesi cattolici sono stati alleati durante le ultime due guerre?!

Quanto al perché la grandiosità della fiamma della Chiesa ghibellina si sia ridotta nei secoli al lumicino per far spazio ai neon giallognoli del mediocre parrocchialismo post-conciliare non è dato sapersi e non è affar nostro; peggio per chi non ha saputo resistere alle tetazioni delle comodità moderniste, la viltà non paga mai, e l’accidia atrofizza. Ciò che a Noi occorre sono i suoi solchi, i suoi torrioni, le sue cattedrali, i suoi dogmi imperiali. Dante stesso non ha dubbi su tale punto (De Monarchia libro III – XII): “…che l’autorità della Chiesa non determini quella dell’Impero si dimostra così: quando una cosa non esiste o non esercita la propria virtù, e un’altra possiede intera la propria virtù, la virtù della prima non determina la virtù della seconda; ma, quando la Chiesa non esisteva o non esercitava la propria virtù, l’Impero possedeva già intera la propria virtù: dunque la Chiesa non determina la virtù dell’Impero e di conseguenza neppure l’autorità, essendo virtù e autorità dell’Impero la medesima cosa”. In queste righe il Sommo Poeta non solo tesse una totale equiparazione di “virtus” fra Impero Romano e Sacro Romano Impero (l’Impero che esisteva da prima della Chiesa era evidentemente quello classico, mentre quello coevo all’epoca della stesura del De Monarchia è quello di Arrigo VII di Lussemburgo), ma nega ogni ipotesi di supremazia temporale del Vangelo sul Diritto Romano. Un’ode antitemporalista, insomma, che deve essere più che sufficiente a tappare la bocca a quanti intignano nel voler vedere in questi scritti una qualsivoglia sudditanza del mondo dei guerrieri rispetto a quello dei preti…(De Monarchia libro III, XIII):”..ogni legge di Dio è infatti contenuta in seno all’Antico e al Nuovo Testamento; e in entrambi mi è impossibile trovare che la responsabilità o la cura delle cose temporali sia stata affidata agli antichi o ai nuovi sacerdoti”.

E ciò vale per l’intero messaggio evangelico, teologicamente efficace per chi crede, ma giuridicamente subordinato in tutto e per tutto alla legge di Roma.
Forse che la legge della Roma protoimperiale prevedeva all’interno dei suoi codici il concetto d'”uguaglianza”, o di “fratellanza” che non fosse quello sanguinalmente o civicamente inteso? E allora come poteva esso essere ragionevolmente insito in una teologia subordinata al diritto all’insegna del “redde Caesari quod est Caesaris” ? Sarebbe illogico e antistorico anche solo supporlo.

Così come stolto sarebbe ragionare dell’annacquamento di un cattolicesimo globalizzato come un qualcosa di ormai coincidente con quello tradizionale; sarebbe come dire che la lingua inglese è la lingua degli afroamericani: certo che la parlano anche loro (come può parlarla un analfabeta, peraltro), ma, nella sua accezione filologica e glottologica originaria e preminente, tale conio linguistico resta il frutto di una occupazione romana della britannia durata abbastanza da essere determinante culturalmente, e di una generale influenza culturale e giuridica in tutto il nord-europa degli etimi greco-latini prevalenti nel 75% dei vocaboli e nella costruzione della frase che in lingue come il tedesco superano la similarità col latino rispetto a lingue romanze smaccatamente neolatine come lo spagnolo; e questa non è fede religiosa, ma asettici dati empirici. Dunque, come la lingua inglese è il più diffuso avamposto culturale di latinitas nel mondo, la Chiesa tradizionalista lo è sotto il profilo estetico, letterario e spirituale.

Testimonianze dirette del nesso di causalità fra territorio, onomastica e percorso storico si trovano ovunque in Italia ed in Europa: il passo del San Gottardo prende il nome dal vescovo imperiale tutore e consigliere di Ottone III, il Cesare tedesco autore della Renovatio Imperii (firmata di 24 marzo, giorno di San Gabriele Arcangelo) che ha amato Roma e l’Italia più di tanti italiani, sino al punto d’avervi voluto morire nel cuore del lazio etrusco, a Castel Paterno. E quanti imperatori muratori d’Europa come Enrico II sono stati santificati a cementare così in un’unica aura sacral-imperiale la loro duplice indole di politici e crociati. Centinaia di borghi e comuni italiani vedono istoriata nella propria araldica l’Aquila bicipite, simbolo dell’Impero.
Finanche regioni di tradizione più portuale e di conseguenza fisiologicamente meno identitarie per la loro natura geografica esposta ai venti come la Sardegna o la Liguria sono costellate di campanili sonanti che spadroneggiano oltre ogni guardo: nella prima, Eleonora d’Arborea, fra le più grandi legislatrici d’Occidente, era vassalla del S.R.I., e nella seconda meraviglie come l’abbazia di San Fruttuoso, voluta da Adelaide, moglie di Ottone I, o il santuario della Madonna della Guardia che campeggia su Genova, o il monastero cistercense di Valle Christi, son lì a vegliare che gli eccessi dovuti alla natura doganale di tali zone non trascendano l’accettabile.

Ebbene, alla luce di codeste righe pregne di coscienza dvracrvxiana, proclamiamo che nell’epoca attuale, pur inglobati nel sistema liberal-democratico italiano moderno vigente 2010 anni dopo Cristo sulla zolla di crosta terrestre che appartenne a Roma, e a cui tributiamo il rispetto delle leggi, verso il quale abbiamo il diritto-dovere di cittadinanza ed al cui perfezionamento contribuiamo pagando i relativi tributi, abbiamo la possibilità, il privilegio, la volontà di far rivivere l’ideale dantesco all’interno delle nostre magioni, del nostro vivere, della nostra personale filosofia esistenziale.

L’appartenenza politica non è un dato meramente giuridico; se così fosse, ogni uomo sarebbe schiavo della sua mera epoca e non esisterebbero quegli ideali universalistici che invece, gioco-forza, esistono eccome. Essa è piuttosto un fattore antropologico di stretta pertinenza individuale fatto di filosofia di vita, condotta personale, estetica, fede: tutti anfratti spirituali incoercibili, grazie ai quali ogni uomo è proprietario di se stesso, e, nel ragionevole rispetto delle leggi civili dell’epoca e del contesto socio-giuridico in cui vive, egli ha il diritto di farlo come crede. E di far vivere il proprio “credo” all’interno del proprio spazio vitale la cui proprietà privata ed integrità sono garantite dalle leggi medesime, leggi alla stesura delle quali Egli, il “cittadino individuo”, ateniesemente, contribuisce.

Ogni uomo è propria Chiesa e sacrestano di essa al contempo. Occorre dunque esser “sacrestani” d’una Chiesa Imperiale come molti grandi uomini son stati.

E a tal proposito vi sono due modi distinti affinché l’individuo stabilisca tale relazione spirituale e identitaria con un determinato luogo e spazialità: considerando che l’impero ghibellino estende idealmente, spiritualmente e culturalmente i suoi confini dalla Grecia alla Germania, nell’ambito di tale spazio consacrato dalla storia e dalla preesistenza dei nostri avi in loco, l'”imperiale errante” può trarre “animus” da un determinato luogo sacro (Lvcvs) o imprimere tale sacralità attraverso il suo diritto di proprietà (Magione) su quel luogo.

In ognuno di Noi, ordunque, vive l’Impero, quell’Impero che per definizione è una composizione di monadi ontologiche rivolte verso la luce dell’ideale alato e crociato fondato a Roma, da Roma su Roma, e che, oltre il tempo, rivive nello spazio che occupano i suoi sudditi ovunque essi si trovino.
Anche nell’Ade, poiché ciò che è venuto anche per un solo istante alla luce vi resta per sempre.

Noi, in questi anfratti di bosco, di gola naturale trentina, reatina, toscana o lucana, siamo la prova vivente che l’Impero esiste e che può esistere ovunque respiri e ne canti le lodi un suo suddito imbarcato su un sacro legno recante il suo proprio vessillo. Impero è essere ciò che si vuole essere e vivere come si vuole essere.

Poi, in seguito, una volta imbracciato lo Stige, attirata dal fragore della cascata avvicinarsi, la dirompente eco del nostro esser stati si spingerà verso quell’acqua sino a far coincidere, nell’imperial tutt’uno, “l’essere” con “l’essere eterni”. Da quel momento in poi, i nostri vessilli mondani brilleranno come stelle sottomarine da sotto le acque ogni qualvolta qualcun di Noi li penserà come tali, mentre solo a Dio sarà dato pensarli costantemente, facendoli esistere in eterno come eterno Egli è.

“Termino tale magnifica fatica compilativa, la cui stesura è durata circa un anno, la sera di Natale, dopo la rituale visita alla cara chiesina “Refugium Peccatorum”, fatta non in ossequio ad una fede che non posseggo e che considero un ambito spirituale dell’esistenza umana strettamente individuale e scevro da qualsiasi implicazione pubblica, ma fatta per bearmi di una piena contestualizzazione d’appartenenza estetica e culturale fondamentale per la preservazione di ciò che sono e di ciò che, inevitabilmente, amo e partecipo come “homo publicus”: la Chiesa Ghibellina figlia dell’Aquila Romana.”

G.dX, Altipiani di Arcinazzo (Lvcvs Simbruinvs), 25 dicembre MMX d.C.

Tale trattazione dvracrvxiana è stata redatta presso vari luoghi di ghibellina sacralità, e principalmente:
Eremo dei Cappuccini di Montepulciano (Lvcvs di Buonconvento), Aquileia (Lvcvs), Lago di Levico, Termeno e San Romedio (Lvcvs Trentino), Gole del Salto (Aq), Fortezza Dvracrvxiana apud Romam, Altipiani di Arcinazzo (Lvcvs Simbruino).

Un ringraziamento ad Helmut Leftbuster per la collaborazione nella stesura.

G.dX – Magister Cenacvli di DVRA CRVX CENACVLI dX – Aristocrazia Dvracrvxiana –

MAGARI TUTTI I GIORNI FOSSE IL 23 di DICEMBRE… – skeggia dvracrvxiana –

dicembre 23, 2010

Per assaporare l’effimera ma netta sensazione di come sarebbe meraviglioso un paese meno pieno e meglio abitato, basta andare a lavorare i giorni prefestivi: alzarsi alla solita ora, immettersi nelle solite strade, prendere gli stessi mezzi pubblici degli altri giorni; troveremo un’utenza decurtata di oltre un terzo e di una qualità alla quale non siamo più abituati da tempo.
Lavoratori volenterosi e responsabili, anziani abitudinari, pacati e dinamici; atleti e sportivi che non mandano certo in vacanza beni preziosi come forma e salute fisiche.
Servizi, polizia, negozi..come per magìa tutto ci apparirà dosato nelle giuste proporzioni pro capite.

E gli stranieri?! Bene anche quelli: quasi tutti turisti intrepidi e capaci di usare al meglio il tempo del proprio soggiorno, e che, scegliendo giornate alternative a quelle di punta, si rendono evidentemente conto di quanto “l’elitarismo” offerto da una strutturale assenza di caos sia funzionale ad ottimizzare il godimento della bellezza e del gusto del visitare.

Incredibile a dirsi, ma dei nullafacenti con gli i-pod alle orecchie e i bustoni celesti, o delle matrone biondastre dall’aria di sfida e le “s” fischianti, in giro neanche l’ombra: forse non sono “categorie” poi così sfruttate e stakanoviste come certo mondialismo di maniera vorrebbe farci credere, visto che fanno festa “anche” di prefestivo.

E così sui bus ci si riesce a sedere, si ha il tempo di sorridere ad un bambino, si ha lo spazio per aiutare una vecchietta a scendere il gradino, la luce per riuscire a guardare fuori dal vetro. Per strada non ci si urta, dai tabaccai non si fa la fila, in metropolitana non si soffoca, ed in bici si rischia un po’ meno la vita.

Bello, eh?!

Peccato che tale idillio duri solo poche ore all’anno! Ma che abbiamo fatto di male per non potercelo consentire più a lungo?! Proprio un bel nulla, in realtà: il male l’han fatto a noi quelli che dicono di voler fare il bene del mondo, sgravandone ogni pretesa sulla pelle della nostra terra, del nostro spazio e delle nostre legittime condizioni di vita pattuite, illo tempore, con Madre Natura.

HELMUT LEFTBUSTER – Aristocrazia Dvracrvxiana –

RISOTTO AL MERLUZZO PANCETTATO

dicembre 18, 2010

In un momento storico in cui ogni ambito della cultura identitaria è sotto l’attacco di una globalizzazione tutt’affatto “equanime”, ma piuttosto sbilanciata a favorire i prodotti e i gusti delle masse maggioritarie che – inquanto maggioritarie – invadono e pervadono ogniddove, bisogna tenere duro e unire le forze, anche nelle ricette.

Ed ecco due roccaforti proteiche per eccellenza della nostra gastronomia fondersi in un unico piatto: chi l’ha detto che pesce e carne non possano convivere?! Gli spagnoli lo fanno con la paella (un piattarello tanto acclamato quanto in realtà piuttosto banale), e non possiamo farlo noi italiani, Signori mondiali della gastronomia?!

Ebbene mettete del riso a lessare, mentre in un padellone fate rosolare dei dadini di pancetta con dell’olio d’oliva su cui poi porrete dei filetti di merluzzo, aggiungendo un goccio di latte ed una noce di burro e cuocendo il tutto sino a farne uno spezzatino frammisto e cremoso con cui poter poi agevolmente condire il riso. Noi aggiungiamo qualche chicco di uva passa, un goccio di vino dolce e del pepe.

Poco prima che il riso sia cotto, scolatelo e versatelo nel padellone col resto, mescolando bene tutti gli ingredienti e spruzzando di pecorino (o grana a vostra scelta) e qualche goccia di limone.

Certo, calorie non mancheranno, ma soprattutto col freddo del clima natalizio tale nota non stonerà..anzi..quei tocchetti di maiale renderanno tale pietanza ancora più “provocatoria” oltre che ricca e saporita.
Pyttrix Sandra

– ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA

E Roma brucia! (di Ille Doctor Luminis)

dicembre 16, 2010

14 dicembre 2010: i collettivi universitari manifestano contro il governo. Berlusconi ottiene la fiducia. I sinistri si danno al saccheggio. Non contestazione, ma guerra civile.

La sveglia intona altera
quell’acre melodia,
la notte mai sincera
svanisce. E così sia!
Comincia un nuovo giorno
di nubi tristi adorno.

Che poi il ciel sereno
non è di questi tempi,
chè a Verità un freno
han posto turpi ed empi,
cogliendo l’occasione
d’alzare un polverone!

Uscito fuor dal letto
scrutando il calendario
avevo un bel sospetto!
– Bramosi di sipario
vorranno – dissi – quelli
coi sassi farsi belli! -.

C’è chi fa quel che deve
con dedizion profonda:
non soffre vento o neve
nè teme strana ONDA:
vuol sol tirare dritto
e non far lo sconfitto!

C’è invece quel fallito
ch’ i giorni li trascorre
attonito e assopito,
non fa quel che già occorre.
Ma capita ogni tanto
che voglia farsi un vanto!

Ripenso a tutto questo
recandomi a lezione.
Con passo saldo e lesto
tra la contestazione
son giunto poi all’interno
facendo a quelli scherno!

E mai ci fu giornata
così calma e silente!
Quei se la son svignata
al centro, e apertamente
han preso a devastare
a rompere e incendiare.

Ma in fine, o mio lettore
le cose ha sempre un senso!
Sarà poi l’elettore
a sceglier chi io penso.
E quel ha or fiducia,
e pur se Roma brucia!

MARCO D’AVIANO,”ULTIMA LUCE D’EUROPA” di Iris Germanica Coronata

dicembre 7, 2010

Una concezione ciclica della storia implica che nessuna epoca sia poi così distante, o tantomeno differente da quelle che la precedono e la seguono, ragion per cui possiamo non paradossalmente affermare che neppure il XVII secolo si discosti così nettamente da quello in cui attualmente viviamo.
Perchè proprio il XVII secolo? Per una semplice, seppur importante ragione, visto che è proprio questo il contesto storico in cui si staglia una delle figure più ingiustamente penalizzate da quella storiografia ortodossa, o meglio dall’oscurantismo storiografico attuale che, in nome di una selezione dei fatti “politicamente corretta”, ha relegato nel dimenticatoio figure che con il loro operato hanno cambiato l’esito della storia, quali quella di Marco d’Aviano.
Fu appunto questo frate cappuccino che, con la propria fede inossidabile, pari solo all’amore per la propria terra, nonchè per tutti i popoli che vi abitavano, salvò noi, l’Europa tutta.

Al secolo Carlo Domenico Cristofori, nato ad Aviano il 17 novembre 1631 da una famiglia della ricca borghesia locale, Marco d’Aviano votò la propria vita ad una missione, o meglio ad una battaglia, una lunga e tenace battaglia contro l’Islam in difesa della Croce. Araldo della cristianità, deve essere ricordato oggi più che mai proprio per la resistenza eroica e visionaria che dimostrò dinanzi all’espansione dell’Impero Turco-Ottomano che ormai da secoli imperversava in Europa e che si sentiva investito della missione divina di aprire le terre degli infedeli alla vera religione. E certo, non è proprio un caso che a tutt’oggi nei detti popolari riecheggi ancora quel famoso “Mamma li turchi”, turchi che un tempo tanto spaventavano le nostre genti non solo per la foga guerresca, quanto anche per una diversità etnica a dir poco lapalissiana.
Tempi quelli assai insidiosi e all’insegna del pericolo, ma non per questo “bui”, tempi in cui si aveva ancora il coraggio di battersi e resistere non in nome di un chissà quale probabile o improbabile futuro o “progresso”, ma in nome di un passato, un sacro passato, di un passato che era presente e che doveva assolutamente rimanere e costituire anche il futuro.

Bene, Marco d’Aviano riuscì in un’ impresa a dir poco impossibile, procurando, per molti inaspettatamente, alla testa di un esercito assai esiguo, composito (i soldati provenivano da varie parti d’Europa) e spronato dalla straordianaria vis oratoria del frate, la sconfitta dei turchi che, nel 1683, premevano alle porte di Vienna, nonchè la sicura, successiva ed inevitabile islamizzazione dell’Europa. Vienna, ma non solo, visto che quella stessa Alleanza, la Lega Santa che il cappuccino creò su incarico di papa Innocenzo XI, immancabilmente sostenuta dal conforto spirituale e dalla determinazione dello stesso,costantemente al seguito delle truppe,come alla loro testa in battaglia,riportò altre vittorie sempre contro gli Ottomani,giungendo a liberare,poco successivamente,addirittura i Balcani (in primis Belgrado),restituendoli così di nuovo all’Occidente. E questo, nonostante gli “etnomasochisti” dell’epoca, Francesi e Veneziani (genti già allora destinate a servire l’inculturazione anti-europea), remassero contro la causa dell’Alleanza, pur di mantenere equilibri geopolitici in chiave anti-austriaca.

Beh,a questo punto non appare poi così strano il fatto che Marco d’Aviano si sia guadagnato l’ammirazione di molte delle corti europee,nonchè il fatto che godette di una certa fama.Basti pensare che,all’avvento della sua morte,avvenuta il 13 agosto 1699,fu necessario procrastinare il giorno delle esequie,onde consentire alle numerose genti provenienti da ogni parte d’Europa di tributare a quest’uomo eccezionale l’ultimo saluto,l’onore e il ringraziamento inesprimibile. Basti sapere che l’Imperatore in persona e sua moglie Eleonora hanno accudito i suoi ultimi istanti di vita terrena, ed ora riposa nella Cripta Imperiale di Vienna.

“Ultima luce d’Europa”,dicevamo. Non sarebbero a questo punto necessarie delucidazioni,i fatti sono illuminanti,parlano da soli.Dopo di lui,infatti,dopo un oratore e un combattente indomito di tal sorta,l’Europa non conobbe più una comune identità belligerante,piegandosi,solo dopo una manciata di anni,alle prime torme illuministe ,così fameliche di ricacciare un passato,o meglio “il passato”,nell’oscurità e nella più completa dimenticanza.
Ricacciare il nostro stesso spirito,questo hanno voluto,ricacciare quello spirito combattente che coincide con la fiamma religiosa,ossia con la fiamma dell’identità.
Oggi,dunque,possiamo essere concordi nel ritenere assolutamente scandaloso il fatto che un personaggio così nobile,nonchè di immane portata simbolica,sia così trascurato.Più che di scandalo,direi,dovremmo parlare di triste constatazione,constatazione di un’epoca nichilista e vuota,alimentata innanzitutto dal fronte dei sostenitori di quella Sinistra pervasa da ipocriti sentimenti filantropici e che paradossalmente si fa portavoce di un ritorno a quei “valori” che in realtà non ha fatto altro che distruggere miserevolmente con tanta passione.
Nonostante questo panorama memoriale a dir poco desolante,non è difficile riconoscere che a tutt’oggi siamo invasi silenziosamente da un’immigrazione,in particolare islamica,come mai prima era accaduto.Tutto ciò non può che essere ritenuto,oltre che ovviamente nefasto per tutta quanta la nostra società,come un vero e proprio insulto alla memoria del grande frate. Purtroppo dobbiamo renderci conto che con questi nemici sinistroidi interni non potevamo,nè possiamo aspettarci diversamente,dal momento che sono proprio loro i veri assassini storicamente accertati della cultura,nonchè nemici di tutto ciò che sia fermo,ancorato,divinamente e armoniosamente scolpito nel tempo,quale era il nostro mondo di una volta.
Dunque,adesso il male è doppio.Invasori e collaborazionisti uniti,gioiosi di accrescere il livello dell’attuale nostro genocidio etno-culturale,lento, ma non meno sinuoso e pervasivo.Proprio con questi ultimi,con i sinistroidi,è d’uopo ricordarselo,è impensabile instaurare un fattivo “dialogo”,dal momento che tutto ciò che auspicano e a cui agognano,ne siano consapevoli o meno,non è che la disgregazione della società,e soprattutto della religione,vero e proprio coagulante dei popoli.
Senza radici non può nascere niente,se non qualcosa di artefatto,artificiosamente costruito e che si regge su basi che non esistono.
E’ la memoria la suprema arma identitaria di un popolo.

IRIS GERMANICA CORONATA – Viandante Dvracrvxiana –

IN PRIMIS, PRENDIAMOCELA CON LE BELVE…

dicembre 5, 2010

Quando si parla di globalizzazione e relativa confusione etnica indotta, si incappa spesso nella censura di quelle menti bloccate – sia destre che sinistre – che ci freddano subito dicendo: “non è colpa degli immigrati che vogliono venire, è la massoneria che sta organizzando tutto”, oppure “è la Cia, è tutta colpa degli americani..è un piano transnazionale..siamo tutti teleguidati dall’informazione..dal Grande Fratello..”..ecc ecc ecc.
Ebbene, se anche fosse colpa degli Ufo o degli Atlantidi – e chi scrive desidera approfondire l’eziologia di tale disastro con lucidità tale da non escludere alcuna pista – non si riesce a vedere che relazione possa esservi a livello di soluzioni fra la questione in se stessa e la sua origine.
La drammaticità che questa forzosa confusione etnica del tutto sbilanciata e sproporzionata produce in un sistema caotico come quello globalizzatorio si alimenta comunque dei dislivelli di civilizzazione fra “nuovi concittadini”, a prescindere da chi l’abbia messa in atto. Anzi, la totale, evidente follìa del quadro configuratosi conferma con ancor maggior freddezza l’abbrutimento che i conigli subiscono dall’esser stati posti nello stesso recinto assieme alle belve piuttosto che l’ingentilimento di cui le belve potrebbero aver usufruito per esser state poste accanto ai conigli in questa osmosi assurda ed improba.
Quindi inutile distrarre energie (soprattutto se i conigli vogliono sopravvivere) puntando il dito contro i “maldestri” addestratori-gestori della “nuova fattoria“. Va preso atto, piuttosto, che le belve son tali per loro natura, che lo erano anche prima di esser messe vicine ai conigli, e soprattutto che non sono feroci per colpa dei conigli o degli addestratori, ma son state messe lì proprio perché feroci, semmai.
E allora, poiché gli addestratori sono evidentemente degli irresponsabili, occorre licenziarli e rimettere le cose apposto attraverso qualsiasi tipo di soluzione; iniziando da una presa d’atto dei conigli circa il fatto che le belve siano davvero pericolose, nell’immediato ben più dei misteriosi addestratori.

Quest’oggi, 5 dicembre 2010 d.C. , a Lamezia Terme (verificare notizia ANSA), sette ciclisti italiani sono stati falciati e, naturalmente, uccisi da un marocchino che trascorreva la sua indigenza alla guida di una potente Mercedes: quei poveri disgraziati senz’altro non voteranno alle prossime elezioni; lui, senz’altro, potrà farlo e, giurateci, lo farà.

Intanto difendiamoci da chi ci sta sbranando; poi penseremo ad individuare chi glielo avrà lasciato fare.

HELMUT LEFTBUSTER

Circa QUEI COMPAGNI COL CULO A STELLE E STRISCE…(e la faccia come il culo!)

dicembre 5, 2010

Come mai i sinistri, da sempre anti-americani e filo-russi, ora hanno cambiato idea?! Niente niente saranno diventati razzisti? Eh già, perché ora che in America c’è un presidente nero che suggella de facto la multirazzialità del paese globalista per eccellenza, i compagni, come per magìa, fan tutti il tifo lì, attaccano il Berluska che se la fà con Putin e i libici e che attraverso questi tenta in tutti i modi di affrancare l’Italia dalla puzza di chewingum-petrol, ripristinando un antico e nobile asse Italia-Germania-Russia che ricorda tempi migliori.
Al contrario i russi, che gli piacevan tanto quand’erano comunisti, ora che han di nuovo l’aquila a due teste dietro lo scranno del presidente e tanti bei soldatoni col colbacco identitario, ma senza più sopra la falce&martello, gli fanno un po’ schifino, tutti così biondi e con gli occhi azzurri, scarso amore per le confusioni etniche, e tanto orgoglio nazionale che affonda le radici in mille anni di impero post-costantinopoliano, e, certo, non in pochi decenni di fallimentare – e fallito – bolscevismo.

Eh sì, dev’esser proprio colpa del carnato troppo bianchiccio di Putin se i sinistri son passati col nemico capitalista bello abbronzato e si son dipinti a stelle e strisce anche il culo…

HELMUT LEFTBUSTER – skeggia dvracrvxiana –

QUEI PROFESSORI FUORILEGGE, MA DAL “QUORE DORO” ! (..e le nuvolette di drago al posto delle sinapsi..)

dicembre 3, 2010

Lo ha proclamato lo scorso novembre 2010 la cancelliera tedesca Angela Merkel: “è giunto il momento di riconoscere che il multiculturalismo ha fallito”.
Noi lo sapevamo da un pezzo, ma una conferma di tenore così altolocato, ed in più proveniente dal paese che da sempre traina la cultura e l’economia di tutt’Europa, costituisce un valore aggiunto di rilievo politico che va ben oltre la mera soddisfazione personale.
Il macigno significante scaturito da tale lapidario sdoganamento concettuale d’una troppo a lungo sottaciuta condanna delle politiche immigratorie europee va a costituire un salvifico baluardo giuridico e identitario a difesa di ogni coscienza e intelligenza libera, considerando che in agguato, nell’indisinfettabile letamaio della stupidità umana, pullulano vili censori morali d’ogni sorta pronti a sguainare il clistere ideologico dell’antirazzismo anche (anzi soprattutto!) quando vanno al cesso e guardano il colore degli stronzi che hanno appena fatto uscire dal culo.

Ebbene, in un momento in cui i mondialisti si sentono conseguentemente braccati dalla presa di coscienza che la gente comune sta acquisendo circa le criminali idiozie che da decenni aspergono sul suolo pubblico come si trattasse della loro tazza, a Firenze, nella patria di Dante, tale sconfitta multiculturalista ha assunto addirittura le sembianze d’una nemesi del buon senso, d’uno sberleffo a quella ragionevolezza che l’errore perpetrato avrebbe dovuto incutere, nonché d’un vero e proprio illecito. Accade, infatti, che gli immigrati cinesi, notoriamente i più ostici all’integrazione, abbiano evidenti difficoltà nell’apprendimento della stessa lingua italiana nelle scuole, ad ennesima riprova di quanto sostenuto dalla signora Merkel: e allora che si fà?! Se ne prende atto, certo, ma invece di rimediare con un bel mea culpa e con dei provvedimenti che attutiscano i danni arrecati sinora all’incolpevole cittadinanza scolastica autoctona, si creano classi per soli cinesi (nonostante un decreto ministeriale lo vieti espressamente), cosicché i poverini “si trovino avvantaggiati, più coccolati, meno spaesati stando fra loro“, sostengono i geniali professori fautori dell’iniziativa. “Professori” per stessa ammissione dei quali, quindi, ipso facto, il multietnico “ostacola l‘apprendimento“ ed è “condizione ostativa dei rapporti empatici fra studenti“.
Singolare risoluzione didattica, oltretutto, considerando come notoriamente si vada all’estero ad imparare le lingue proprio per godere di una diretta convivenza con i madrelingua locali. Insomma, apparirebbe del tutto irragionevole che questi cinesi pretendessero di venire a vivere qui evitando però ogni approccio culturale e comunicativo in tal senso..a meno che a loro non interessi nei fatti il solo accaparramento di spazio e di risorse di cui il Belpaese dispone; ma tale dubbio i professorini mondialisti sono ben lungi dal porselo, troppo politicamente scorretto perché i limitati algoritmi del loro cervello possano anche solo ipotizzarne l’esistenza senza che del fumo inizi ad uscire dalle loro orecchie.

Naturalmente, al contrario, di come debbano sentirsi tanti poveri studenti italiani immersi in giungle scolastiche ove talvolta arrivano ad essere essi stessi minoranza non frega un cazzo ad alcuno: il problema, il dramma, si tira fuori quando “scomodi” stanno quegli immigrati che si vorrebbero far luccicare d’amore per il nostro paese, sebbene non intendano neppure impararne la lingua, figurarsi studiarne la storia, rispettarne le genti, le leggi, le tradizioni.

Allora, come reagire a cotanto scempio della ragione e delle regole se non con la protesta, col coinvolgimento dell‘opinione pubblica, l’incazzamento civile e la piena denuncia giuridica e morale di simili misfatti?!
Questa politica immigratoria dissennata ci ha portato via il ben vivere, il lavoro, la sicurezza, la serenità a cui avremmo diritto ogni giorno dopo esserci massacrati di onesto lavoro per pagare le tasse anche ad un’istruzione che non ci appartiene più, visto che dalle classi italiane cominciano ad esser banditi quegli stessi italiani che ne sono i titolari. Ed è solo l’inizio: continuando di questo passo, altro che “cuore” con la “q” toccherà veder scritto in giro; ammesso, e non concesso, che fra qualche decennio in Italia si parli ancora l’italiano…

HELMUT LEFTBUSTER – Aristocrazia Dvracrvxiana –