Archive for gennaio 2011

circa LA DIFFERENZA FRA OPPOSIZIONE e PROTESTA e circa IL PERCHE’ L’ASTENSIONISMO SIA CRONICAMENTE SVANTAGGIOSO PER CHI LO PRATICA

gennaio 31, 2011

“Destra” e “sinistra”, sebbene ultimamente vada di moda ricondurle ad una sorta di unico marchingegno rappresentativo volto a bugerare l’elettorato tutto (già, ma chi si beerebbe poi di tale bugeratura ancora non è ben chiaro…), trovano origine nell’esigenza di geometrizzazione organizzativa delle varie componenti presenti nelle assemblee parlamentari, nulla di più semplice.

Quindi, politologicamente, rappresentano una dicotomia vitale alla ripartizione logica e sistematica delle varie dottrine ideologiche spalmabili sull‘arco parlamentare. Che poi il bipolarismo abbia eccessivamente schematizzato le logiche di schieramento, schiacciando talvolta differenze e significati soprattutto man mano che ci si avvicina al centro o, paradossalmente, al punto in cui gli antipodi talvolta si toccano, non significa certo che “destra” e “sinistra” abbiano esaurito la loro ragione sociale, tutt’altro.

Quel che invece resta fondamentale riuscire a fare è chiarire il rapporto fra “opposizione” e “protesta“. In Italia, la sinistra è stata talmente forte dal dopoguerra in poi da perpetrare la sua nefasta influenza ideologica e baronale anche in costanza di governi di centro-destra, non foss’altro che perché, nel frattempo, all’interno degli apparati dello stato (insegnanti, giornalisti, funzionari, quadri, magistratura e sindacato) il sinistrismo ha continuato ad agire nelle forme del “libero convincimento spirituale“ dei vari “chirichetti” d‘area inseriti nei citati settori della parrocchia statuale.
Ebbene, ora che col berlusconismo molti veli sono calati, in un senso o nell‘altro, mostrando finalmente la nudità di tutti i re, ai sinistri non resta altro che dire “inutile andare a votare, tanto destra e sinistra sono la stessa cosa“, nella speranza che i moderati, o addirittura i destrorsi convinti, non sapendo discernere fra i danni prodotti dal sinistrismo cronico che ci affligge da decenni e qualche maldestrìa di troppo dei Berluskones, si sentano semplicemente presi in giro da questi ultimi, decidendo così di buttarla in caciara.

Noi tenteremo, al solito, di fissare qualche breve punto logico:
– votare per stizza dalla parte opposta a quella in cui si crede sarà sempre peggio che votare la propria parte politica d’appartenenza pur restandone delusi; in soldoni, a destra non potranno fare neanche per sbaglio o malefede i danni che a sinistra farebbero per preciso intento ideologico (esempio lampante: questione immigrazione..).

– Il disertare l’urna apparirà sempre un male minore rispetto al votare, per pura protesta, la parte opposta a quella in cui si vorrebbe credere; in buona sostanza, un lavarsi la coscienza attraverso l’ignavia d’una omissione sarà sempre preferito alla frustrazione del sentirsi cornuti dando il voto a chi non lo merita sino al punto di darlo al suo avversario quasi per dispetto: a chi lo si farebbe questo dispetto se non all’Idea stessa nella quale legittimamente si crede, la cui dignità intrinseca ben poco c‘entra con l’onestà delle forze politiche deputate a rappresentarla?!

In realtà la protesta è tale se viene rivolta contro il sodale che ci delude; l’invettiva contro l’avversario non è protesta, è opposizione, tutt‘al più “resistenza“. Se votiamo Tizio e costui non mantiene le promesse elettorali, avremo diritto a protestare e conseguentemente a protestarlo, ma non ad opporvicisi; come ci si potrebbe infatti opporre a chi legittimamente si dà il voto?!
Se invece sale un governo di colore politico opposto al nostro, noi, nei limiti delle regole democratiche, avremo diritto a farvi opposizione ed a resistergli.

Pertanto, inutile votare chi si odia pur di non sentirsi traditi da chi si ama; tanto più che il lamentarsi conseguente non potrebbe mai esser considerato protesta, ma solo un ipocrita piagnisteo.
Molto meglio votare come si deve ed acquisire successivamente il diritto a protestargli contro nel momento in cui le sue promesse elettorali non venissero mantenute.

Solamente cittadini traditi possono essere i legittimi titolari di una protesta, come solamente cittadini liberi possono opporsi a chi vuole privarli della libertà: il resto non sono che vuote dietrologie, pindaricismi da nullafacenti e, senza dubbio alcuno, voti regalati al nemico.

HELMUT LEFTBUSTER

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SETTEFRATI, Lvcvs Dvracrvxianvs di Ciociaria

gennaio 29, 2011

Già il nome non lesina riferimenti ai trascorsi “dvracrvxiani” del luogo e delle sue origini.

Il ghibellinismo è stato tenace in tutta la Ciociaria grazie alla figura di Margarita d’Asburgo, da un lato, e all’onnipresente monachesimo benedettino, grande preservatore d’una Tradizione post-imperiale romana della quale in zona erano già testimonianza numerose ville di epoca neroniana e traianea, dall’altro. Inoltre, Arpino, preziosa gemma di Ciociarìa, ha dato i natali al grande Marco Tullio Cicerone, non dimentichiamolo.

Una natura troppo aspra e – fortunatamente – troppo poco “sciccosa” per piacere ai foulardati globalizzatori d’alto bordo, tenuti a bada dal soave odore di merda di vacca che pervade l‘aere di questi luoghi, ha immunizzato dagli effluvi nefasti della globalizzazione l’assetto georgico di questi luoghi, la loro economia locale, la cultura gastronomica, insomma, ogni meandro dello stile di vita degli indigeni, gente vera, gagliarda, che non ha mollato gli ormeggi del luogo di nascita ed è felice di calzare ancora le caratteristiche “cioce”, le identitarie calzature che da secoli danno il nome alla zona.

Per Noi far capo a questi luoghi significa rincuorarsi presso allegre ma altresì “ferme” compagnie di pastori, boscaioli e cacciatori con cui intrattenersi, coalizzarsi e condividere un buon bicchiere di vino, mentre le loro belle e formose mogli, ancora maestre dell’arte di impastare lasagne, cannelloni e succulente crostate di ricotta, grazie al saper vivere di campagna, preparano ogni ben di Dio per una cena all‘insegna di quella borgale convivialità d‘un tempo, tutta da ritrovare.

Ma Settefrati in particolare ha un tocco di Dvracrvxianitas in più: il paesino, infatti, ha dato i natali ad una di quelle figure medievali rimaste opache alla storiografia ufficiale, sempre troppo preoccupata di dover lisciare i padroni di turno ed abbaiare agli alunni troppo curiosi di valicare il selciato imposto dal predominio ideologico.

Ebbene, stiamo parlando di Alberico da Settefrati, monaco benedettino vissuto duecento anni prima di Dante, che, come conferma Paolo Diacono nel Chronicon Casinense, da giovanissimo, caduto in deliquio, avrebbe avuto una visione dell’oltretomba che lo avrebbe condotto a vivere un’esperienza oltremondana della quale egli stesso lascerà traccia in un manoscritto probabilmente depositato presso l’Abbazia di Montecassino, dov’era di stanza da monaco e dove Dante, due secoli più tardi, soggiornandovi, avrebbe potuto trarne una qualche ispirazione per la sua Commedia.

Dunque Alberico precursore dell’Alighieri?! Non possono esister diatribe sulla “proprietà privata” di un’ identità letteraria frutto d’ingegno personale, senz’altro, ma anche e comunque sempre – sempre – “ambientale“, e di conseguenza “tradizionale”.
E’ solo il mercimonio ad aver bisogno di padroni, referenti ed usurai più simili a mercanti di stoffe che non ad Artisti e Poeti, non certo lo Spirito: e Noi di Grandi Uomini di Spirito vi stiamo parlando, per i quali ogni ispirazione è un dono alla comunità, non alla propria saccoccia.

ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA si fregia della missione di svegliare, riportare, testimoniare, sensibilizzare ad un’autarchia culturale che i luridi globalizzatori vorrebbero seppellire; ma, ciò fatto, sta a voi, diletti lettori, il compito di andare a ricercare fonti, documenti, ulteriori testimonianze su tali tesori; gli strumenti non ci mancano, sfruttiamo almeno il lato tecnologico di un progresso altrimenti pressoché soltanto dannoso, e diamo libero sfogo ad una ricerca storica che possa essere finalmente scevra dalle puteolente sovrastrutture ideologiche sessantottine.

La verità appartiene ad ogni uomo libero e autarchicamente sovrano, con l’auspicio che voglia condividerne la bellezza con la propria naturale comunità d’appartenenza.

Helmut Leftbuster & ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA.

QUELLA GLORIOSA AMERICA CINEMATOGRAFICA CHE NON C’E’ PIU’…

gennaio 26, 2011

Sere fa‘, guardando su uno sperduto canale locale un vecchio film sul naufragio del Poseidon, ci siamo immersi, oltre che in dolci ricordi d’infanzia, in una sorta di passato remoto che invece è ben più prossimo di quel che lo sconvolgimento globalizzatore intenderebbe farci percepire: un’America cinematografica gloriosa, occidentale, pulita, positiva, eroica, cristiana; sostanzialmente europea. Un’America che non c’è più, insomma.

L’America nasce male, inutile starcela a raccontare: nasce attraverso un’indebita colonizzazione di territori vergini e sovrani ai quali ben precisi paesi europei – oggi, per giusto contrappasso, quelli più colonizzati a loro volta – sottrassero vita, spazio, libertà e risorse. Un’invasione che, oltre che ingiusta e illegittima, fù innaturale data l’assurda lontananza della mèta da occupare rispetto alla natura e all‘identità dei “conquistadores“, anglosassoni o latineggianti che fossero.
Conseguentemente, la “cosa” che ne è scaturita ha pagato sin da subito lo scotto dell’artificio antropico che si portava dietro, una sorta di Frankenstein socio-economico assemblato con pezzi di cultura indigena, waspismo d’importazione, schiavismo allogeno, liberismo& mercanzia, cocacola e Santa Klaus che porterà mai a null’altro che ad un’eterna arena di conflitti identitari e interetnici (esatta nemesi di quel pangeismo civilizzatore che gli americani van predicando in giro..), dove solo i più forti vinceranno, sovrapponendo un susseguirsi di egemonie culturali sulle altre in una stratificazione storica dall’orrendo sapore di diabetico millefoglie al pistacchio, nocciola, crema, zabaione, fragola e chi più ne ha più ne metta: il perfetto contrario di ciò che una grande civiltà radicata nella terra da cui è stata partorita come il grano che l’alimenta dovrebbe essere!

E non è un caso che gli USA fondino l’inizio della loro storia su una guerra civile, e non su una guerra di difesa o di liberazione, attualizzando le casacche della quale sudisti contro nordisti significava identitaristi contro ecumenisti, conservatori contro modernisti, destra contro sinistra, contrapposizioni interne ad un medesimo popolo che, esternalizzato dal territorio d’origine, mai e poi mai sarebbe potuto restar tale . Questo perché la politica ha una sua logica che non può esser tradita: non si può essere differenzialisti in un paese straniero senza avervi come minimo pretese suprematiste, poiché in una tale condizione “lassista” gli invasi non resterebbero mai imbelli sotto un tallone invasore indebolito dai sensi di colpa; e i risultati del “progressismo” portato avanti dai “buoni” nordisti americani – piuttosto che dai “mandeliani” sudafricani – inizieranno presto a farsi sentire: de facto si sono semplicemente capovolti i ruoli, non si sono affatto allentate le tensioni fra le diverse componenti sociali, tensioni che esisteranno sempre là dove non c’è un’omogenea identità naturale di base.

Ciò premesso, va detto che è sicuramente esistito un breve periodo in cui la componente anglofona del melange statunitense era prevalente a tal punto da riverberare i suoi riflessi nel meglio che quel paese abbia sfornato in pochi secoli di vita: l’industria cinematografica.
I grandi colossal inneggianti alla grandezza di Roma, la grande fantascienza d’autore, persino i film sulla seconda guerra mondiale celebravano un Kalòs kai Agathòs senza condizioni, figlio illegittimo di quel Buon Vecchio Continente da cui s‘eran mosse le tre scellerate caravelle di Colombo&soci.

Insomma, fino a trent’anni fa’ l’America dipingeva un’America che certamente recava seco le congenite colpe di sempre, ma, almeno esteriormente, assomigliava un po’ più ad una cugina d’Europa dove il sentimento eroico cristiano – per tornare al film citato all’inizio – del prete bello, atletico e capace di salvare tutti sacrificando la propria stessa vita per l’alto ideale secondo cui molti altri, e soprattutto bambini, potessero salvarsi grazie al suo sacrificio, era il modello da esaltare, celebrare e proporre come esemplare. Un modello dove le morti si piangono con soave crudezza, dove l’intelligenza del singolo salva ancora il gruppo dall’errore della cecità bestiale del gregge di quanti scelgono la soluzione più semplice, ma, di contro, la più fallace.
Una cinematografia ove il dialogo pulito non tarpava le ali al pathos delle situazioni più estreme, e i “fuck you” non venivano ancora aspersi come molliche ai pesci rossi (o meticciati che preferiate); dove l’amore coniugale appariva un legame affettivo più forte del fuoco che minaccia di abbrustolirti, e dove uscire dai condotti delle eliche di una nave capovolta riusciva ancora ad essere una bella avventura a lieto fine senza che ci si dovessero ficcare dentro a forza di “politicamente corretto” Martin Luther King o Spike Lee o le solite lagne piacione sulla segregazione dei neri; eh già, perché purtroppo poi, fra un “ehy fratello“, un radiolone in spalla, canestri metropolitani stracciati e due calci a una lattina, il passo a trasformare Ben Hur in una scazzottata fra rappers è stato breve e implacabile.
“Malatempora currunt” direbbe Cicerone, buon’anima.

E’ di questi giorni la notizia della scelta di un attore nero per interpretare la parte del “dio bianco” sul colossal della Marvel in uscita “Thor”, ispirato alla saga dell‘Olimpo nordico: ora, non tanto è sconvolgente l’idiozia politicamente corretta di inserire un marziano in una scenografia mitologica nordica che non avrebbe riconosciuto come propria neppure una guardia svizzera, ma quel che sconcerta davvero è la dichiarazione dell’attore in questione, il quale, anziché umilmente ringraziare il regista (Branagh) per il miracolo dello scolorimento ad honorem, avrebbe altezzosamente blaterato che la scelta “etnica” sarebbe dipesa dal “cambiamento dei tempi”.

Speriamo che il Dio del Tuono, almeno nel film, forzando un po’ la sceneggiatura della saga, ficchi a questo signorino colorato il suo martello nel culo, e senza troppi effetti speciali.
HELMUT LEFTBUSTER

circa QUEL SINISTRO GUSTO DEL (FAR) VIVER MALE …

gennaio 19, 2011

“Le case vanno fatte per il popolo, non per gli aristocratici”, blateravano nel ’68 i professoroni alla Battisti presso le facoltà di architettura italiane.
Dopodiché, i blateranti sono andati a vivere negli attici più chic delle più belle città d’Italia e del mondo, o in qualche isola caraibica, o ancora in qualche ricco casale immerso fra i cipressi (..no, niente cimitero..purtroppo!) dei dolci colli senesi; e il popolo ha continuato a vivere nella stessa merda di prima, impalcata alla meno peggio dagli architetti d’intellighente regime, e aggravata dalle cagate aggiuntive prodotte dagli artefici del mondialismo grazie alle quali, così, la già latrina nostrana è divenuta anche una mega latrina globale.

L’orrenda politica dell’ “IN PIU’ SI E’, MEGLIO E’!” d’impostazione catto-marxista e d’importazione extraeuropea, ed americana in particolare, non ha voluto saperne di valutare le inevitabili e micidiali controindicazioni: più cemento, più smog, più rifiuti, meno vivibilità e meno spazio per tutti; in sostanza, più bruttezza e mal di vivere.

Eppure basta affacciarsi presso uno dei tanti – oramai disabitati – borghetti campagnoli sparsi in qualsiasi meravigliosa regione italica per ritrovare l’incanto del nostrano passato e del profumo di ben vivere. E allora perché indugiare nel continuare a sopravvivere come polli in batterie cittadine oramai – ahinoi – pure multietniche e capaci di trasformare in un omogeneizzato antropico qualsiasi tipicità, appartenenza, forma ?!

Ripopoliamo il meglio del nostro territorio e decongestioniamo questi orrendi alveari che ne son divenute le città: se riuscissimo a depotenziare la carica centripeta che rende queste ultime inesorabili mète di mondialistiche attenzioni, la densità abitativa si riapproprierebbe di una dimensione umanamente dignitosa, il cemento superfluo resterebbe invenduto, l’intero suolo nazionale ripristinerebbe il suo naturale equilibrio, i corsi d’acqua tornerebbero a scorrere dove scorrevano, l’aria riacquisirebbe la tersezza d’un tempo; e persino la neve tornerebbe al candore di sempre.

Dipende solo da NOI.

HELMUT LEFTBUSTER – skeggia dvracrvxiana –

articolo di “PANORAMA” su sentenza della Cassazione (2008) riguardante i campi Rom

gennaio 14, 2011

Non considerare reato le iniziative politiche che hanno come obiettivo i comportamenti illegali di appartenenti alle minoranze etniche e non le etnie di per sé: è l’indicazione della Cassazione che accoglie il ricorso del sindaco di Verona, Flavio Tosi, entrato al ‘Palazzaccio’ con una condanna a due mesi di reclusione per “propaganda di idee discriminatorie” e uscito con l’annullamento del verdetto per nuovo esame.
In particolare, la Suprema Corte osserva che quando si tratta di “temi caldi come quello della sicurezza dei cittadini” bisogna fare attenzione a non accusare i politici di commettere incitamento all’odio razziale quando intendono prendere iniziative discriminatorie non in nome della diversità razziale ma a fronte dei “comportamenti criminali” di soggetti di determinati gruppi.

Tosi, insieme ad altri quattro leghisti (Matteo Bragantini, Lucio Coletto, Enrico Corsi e Maurizio Filippi) era stato rinviato a giudizio dal pubblico ministero veronese Guido Papalia per essere stato promotore di una petizione nella quale si chiedeva “lo sgombero immediato di tutti i campi nomadi abusivi e provvisori e che l’amministrazione non realizzi nessun nuovo insediamento nel territorio comunale”. La raccolta di firme era stata pubblicizzata da manifesti con su scritto “no ai campi nomadi, firma anche tu per mandare via gli zingari”.

A carico di Tosi, all’epoca (2001) capogruppo regionale della Lega, e a riprova della volontà discriminatoria erano state considerate anche le parole da lui pronunciate: “Gli zingari” aveva detto “dovevano essere mandati via perché dove arrivavano c’erano furti”. Ma “la discriminazione” avverte la Suprema Corte “si deve fondare sulla qualità del soggetto (nero, zingaro, ebreo ecc) e non sui comportamenti. La discriminazione per l’altrui diversità è cosa diversa dalla discriminazione per l’altrui criminosità. In definitiva un soggetto può anche essere legittimamente discriminato per il suo comportamento ma non per la sua qualità di essere diverso”.

SPUMA DORATA D’ACCIUGHE AI FIORI DI ZUCCA

gennaio 13, 2011

Non è oro tutto quello che luccica, ma senz’altro ciò che suona bene in bocca vale tanto quanto l’oro; soprattutto se c’appartiene!

E in questa ricetta c’è tutto il miglior oro italiano: ricotta dei pastori degli entroterra nostrani, l’eleganza aromatica dei fiori di zucca costieri, la forza marinara delle italiche acciughe sapientemente mediata dal profumo dei pinoli delle nostre pinete.

La preparazione è semplicissima: i fiori di zucca si cuociono in padella con un po’ d’olio d’oliva e i pinoli. Poi si frullano al mixer con la ricotta, le acciughe sott’olio ben scolate, un pugno d’uva sultanina, un goccio di panna da cucina, un goccio di vino dolce (o di vino bianco secco con una stilla di miele), una spolverata di cannella, una manciata di pecorino ed una spruzzata di pepe.

Il sale non serve, data la sapidità di acciughe e pecorino; le dosi della ricetta ponderatele in relazione all’irruenza che volete dare alle varie componenti della ricetta: diciamo che per 500 g di ricotta, dieci acciughe e sei fiori di zucca vanno bene al nostro gusto. Ma al vostro?!

Le ricette non sono regole da seguire con beghina osservanza, ma generose indicazioni per la composizione di ingredienti genuini e identitarii da seguire nel creativo rispetto dei gusti di chi mangia: forse la più identitaria delle attività e delle passioni umane. Quindi…divertitevi, create e GODETE!

– Aristocrazia Dvracrvxiana –