Kebab: meglio leggerlo su un articolo che trovarselo inavvertitamente su un piatto (di Ille Doctor Luminis)

Dalle sperimentazioni deduttive più sconvolgenti e cazzute
a cui mi sia mai dedicato arrivo alla stesura di un articolo
che spero completi il saggio e spaventi l’imbecille,
confonda il confuso (che non merita altro)
e stermini il borghese inducendolo
al suicidio intellettuale.
Buona lettura
I.D.L.

Tornavo a casa dopo una giornata piuttosto movimentata un po’ di giorni fa e mi accorgevo di un negozio di kebab che millantava di saper impastare anche la nostra cara pizza. Fin qui è già tutto detto: il modernismo, con la sua riduzione del tempo all’attimo ha velocizzato ogni cosa sacra, rendendola ridicola. Ciò che si imposta come sacro di certo è senza fretta, poiché quest’ultima presuppone un interesse, e l’interesse – se non è direttamente economico – è quasi sempre economizzabile. Pizza (quella pizza), kebab, hamburger non rappresentano altro se non tre forme di aggressione della profanità verso il sacro: il pasto.
La pizza nasce come italica sinfonia di sapori e colori e si aspetta di essere trattata come tale: lenta preparazione, lenta degustazione, lenta digestione, lenta evacuazione (quel mio pamphlet “cagate e non sarete mai alienati” va portato sempre seco). Già mi irrita che venga associata all’idea del pasto veloce, di chiara derivazione transoceanica.
Ovviamente ciò non basta. L’idea della pizza come italian fast food è già inquinata abbastanza, ma c’è qualcosa che peggiora la situazione: l’abbinamento. Ma torniamo un attimo all’insegna.
Sopra il negozietto, frequentato solo da gente di classe vestita di stracci, troneggiava questa scritta “Kebap & Pizza”. Cosa c’è di strano? Si è più volte sottolineato come i nuovi cerchino di agganciarsi alla tradizione autoctona, senza il mino rispetto e la minima capacità tecnica (ma ahimè di troviamo in un’epoca in cui l’opera d’arte può essere riprodotta, e la riproduzione ne sminuisce la sacralità. Questo è un pensiero di Walter Benjamin, una mente geniale sinistra).
Già: più la pizza viene riprodotta da chi non ha con essa alcun legame, più la stessa perde in fatto di sacralità. Voglio darvi un piccolo suggerimento: il sapore è sacro. Credete che sia stimolazione meccanica di centri nervosi? Mangiate quando siete incazzati: non riuscirete ad assaporare neppure la pietanza più saporita. Insomma: sarebbe piacere senza godimento (altra teoria sinistra).

Intervallo (lo so che non è previsto in un articolo, ma faccio un po’ quello che cazzo mi pare, dato che riesco ancora a pensare in maniera autonoma).

– Luminis, ma la smetti di tirare in ballo i sinistri? Pare che solo loro abbiano affrontato determinate tematiche.
– Vedi, Luminis: in primis non scomodo filosofi o meglio teologi per un articolo tanto umile; in secundis è così divertente smentire l’avversario tramite le regole che vorrebbe impormi ma non ha mai né capito, né assimilato, né tantomento applicato.
– Ma smettila: sei riuscito a fare teologia della merda.
– Se il kebab fosse merda potrei darti ragione. La merda è degna: qui si superano i limiti del lecito.

II parte: origine di <&>.
Durante il medioevo c’erano due modi per indicare la moderna “e” come congiunzione: la cosiddetta nota tironiana (simile ad un odierno 7) e la forma canonica latina, ovvero “et”. Si sa che scrivere in velocità modifica il tratteggio e la forma delle lettere, modificandole – talvolta – radicalmente. Man mano che e venivano scritte di seguito, frequente mente e velocemente hanno iniziato a fondersi tra di loro, creando quel <&> che stupidamente oggi chiamiamo commerciale, e che non ha nulla in comune il concetto di new economy.
Ora: arriva un punto in cui legature e nessi tra lettere vengono progressivamente abbandonati (anche le note tironiane: un peccato), ma <&> rimane, ed entra a pieno titolo nella tipografia e non come carattere raro o poco usato. Il concetto di congiunzione fonde talmente tanto che unisce le due lettere che in latino componevano l’et: assoluto, senza tempo.
Credete che di una storia del genere sia degno il kebab, specie se in relazione con la pizza, due volte sfortunata?

III parte: non solo i significati

Kebab: cosa pensate? Classico intruglio di ingredienti malsani: pane schifoso, carne putrida, salse misteriose e segrete. Nonostante ciò la gente lo mangia. Ma qui non voglio parlare di mode, di centri sociali, di zecche. Ho evocato Tirone poco fa, dunque calma.
A me fa paura il kebabbaro. No: non ho paura degli uomini che sfilettano quello schifo. Temo la parola kebabbaro: dal suffisso latino -ARIU(M) deriva quello italiano -aro o -aio (quelli di noi storici della lingua lo chiameranno nesso r+j).

Secondo intervallo.

– No!!! Non mi uscirai con la storia di radici e desinenze dal tempo di Adamo ed Eva?
– Guarda: evoco storie, trasformazioni, momenti tutti occidentali per far vedere come il Kebab non c’entri un cazzo. Ha la sua storia? La vada a raccontare al suo popolo, nella sua terra. E già dubito.

IV Parte: storia delle parole e dell’etimologia
Sin dall’antichità si riteneva che nell’etimo fosse l’origine quasi divina delle parole. Gian Battista Vico….

Intervallo straordinario.

– No, seriamente: non puoi rompere il cazzo in questo modo, altrimenti non la finiamo più: dopo tutto sto scrivendo io
– E che c’entra? Del resto quello che pensa sono io. Ma va bene: a breve si va a cena, e sarei incoerente a non prepararmi a tale liturgia

V parte: conclusioni

E’ chiaro che, in un modo o nell’altro, qualcosa di estraneo non si potrà mai integrare alla perfezione: il presente lo si può comprare, il futuro si può anche conquistare…ma il passato è inalienabile. Volete una prova? Provate a vendere il vostro primo compleanno: è addirittura più complesso che vendere l’anima.

Grazie per l’attenzione.

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