Archive for marzo 2011

Circa IL PRECIPITARE DELLE CURVE GLICEMICHE DEI GRILLI…

marzo 20, 2011

Giorni fa’, leggendo sul blog di Grillo alcuni commenti relativi al perché un tal vivace e poliedrico “commentatore politico” non si occupasse mai di un problemuccio attuale e sentito come quello dell’immigrazione che, oltre a costituire una spada di Damocle sul capo dell’intero Occidente, tiene banco nella disputa elettorale in modo ben poco trasversale e quindi ben poco democratico (la destra vince in tutta Europa per motivi che esulano da suoi precisi meriti elettoralistici), alcuni interventi sostenevano che “essendo Grillo di sinistra, fosse normale che egli non percepisse l’immigrazione come un problema”.

Allora Io mi chiedo: non so dove Grillo (e tanti come lui), al di là delle furbate che va professando, abbia realmente il cuore, e credo abbia pieno diritto come chiunque ad averlo dove meglio lo sente battere. Ma Grillo è, come tutti noi, prima di tutto un uomo, ed un cittadino italiano per il quale possedere un organismo sano è vitale alla propria sopravvivenza biologica, quindi alla propria sopravvivenza punto, dato che da fantasmi si può fare ben poco altro che andare a rompere i coglioni nei castelli alla gente.

Allora Grillo può anche amare alla follìa i bignè di crema ricoperti col cioccolato fuso e fregarsene se il dottore gli intima di andarci piano, un po’ perché lo considera un medico coglione, un po’ perché deliberatamente intende fregarsene delle sue prediche salutiste.
Ma quando Grillo si troverà costretto ad affrontare l’impennata glicemica di un profitterole da ingurgitarsi tutto intero (e forse anche più d’uno..), come potrà ragionevolmente continuare a sperare di “cavarsela” senza che il suo medico, i suoi familiari e i suoi amici lo mandino a cagare, e soprattutto senza dover ammettere a se stesso di essere ignominiosamente precipitato dalla sfera della gola, a quella dell’ingordigia, sino ad un compiuto SUICIDIO PROGRAMMATO?!

Ecco, questo per me rimane un mistero. Ma un mistero che non m’affascina affato, mi spaventa soltanto.

HELMUT LEFTBUSTER
20 3 2011 d.C.

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O FIGLI O EROI.

marzo 18, 2011

La tragedia giapponese successiva allo tzunami del marzo 2011 d.C. potrebbe ragionevolmente scarrupare verso un’autentica apocalisse nucleare per oggettive ragioni tecniche oramai arcinote. Mentre scriviamo, l’evoluzione degli accadimenti è talmente convulsa che non si sa nemmeno se avremo il tempo di correggere codesto scritto nello stesso stato in cui l‘abbiamo iniziato.

Ora, lasciando da parte le analisi di prammatica sulla materia nuclearista, già impervie per gli addetti ai lavori, figurarsi per chi non dispone neanche di una laurea in fisica, vorremmo trarre un paio di riflessioni estranee all’argomento principe segnato dagli avvenimenti, riflessioni umane, semplici, e aggiungiamo, suggeriteci da un Amico (“gelido e ventoso“), limitandoci pertanto ad una loro mera, soggettiva rielaborazione a voce alta.

Il Giappone resta l’estremo baluardo di un identitarismo orgoglioso, indomito nonostante Hiroshima e il susseguente esito bellico, l’ultimo “impero” della storia, l’unico vero “terzo polo” economico del pianeta capace di garantire una variabile indipendente rispetto alle pastette commerciali e finanziarie Europa-Usa/Cina-Africa.
Ebbene, la prima riflessione è questa: che ne sarebbe del mondo senza di esso? Chi guadagnerebbe da una sua debacle totale, e quanto questa contribuirebbe a svuotare ulteriormente i portafogli di tutte le persone per bene del mondo?!

La seconda riflessione riguarda prove di verità oggettive circa le differenze fra popoli, verità che in un momento di resocontazione storica grave come codesto sarebbe ora si disvelassero in tutta la loro crudezza, scorrettezza politica, ma anche serena analisi antropologica di chi si limita ad osservare la macro-storia ed i suoi micro-eventi ad occhio nudo. E allora, a fronte di popoli disamorati della propria dignità, della propria forma, della propria terra a tal punto da avere come sommo miraggio esistenziale un’avida e cieca emigrazione verso terre straniere e note solo per i loro luccichii televisivi, dopo essersi tirati da soli quattro schioppettate nel sedere per ottenere quel po’ di casino necessario ad imbibirsi di aureole da rifugiati politici, esiste un popolo, quello nipponico, che, pur colpito dall’unico olocausto plausibile per una terra, quello nucleare, il solo sociologicamente accreditato – si pensi alla letteratura apocalittica – come idonea causa d’abbandono di interi pianeti devastati dalle radiazioni, decide invece di restare lì a tenerle la mano, a quella sua terra, mentre sta morendo. Decide di restare con i propri anziani, i propri malati, i propri monili e col proprio imperatore, mentre i suoi “immigrati” (anche europei), magari lì fino a qualche ora prima ad affollare i centri commerciali o a godersi i proventi di quella grande civiltà maestra di dignità e di compostezza, assaltano come cavallette i suoi aeroporti per salvarsi la pelle.

Tutto questo perché per una madre si può dare la vita, per un estraneo no. E, tantomeno, l’estraneo, il figliastro o l’adottato, senza che si tratti d’un eroe, darebbe mai la vita per una madre che non è la sua.

HELMUT LEFTBUSTER

“AMARCORD”, VACCINAZIONE ANTIMONDIALISTA.

marzo 17, 2011

Trovandoci in una stanza d’albergo immersi nella Valle del Menotre, in Umbria, sulle tracce delle cartiere che fornirono il prezioso supporto alla prima copia della Divina Commedia, accendiamo Rai 1 per qualche aggiornamento sui sommovimenti in atto in questi giorni (febbraio 2011 d.C.) nei paesi nordafricani, e ci imbattiamo, inconsapevolmente, nel duetto sanremese di due mostri sacri della storia musicale e cinematografica italiana: Gianni Morandi e Massimo Ranieri, l‘uno nelle vesti di presentatore del festival, l‘altro di ospite.
Sì, coi capelli tinti, un po’ ingobbiti e incartapecoriti entrambi, ma cavolo, la storia in qualche modo ‘stì due l‘han fatta; e di conseguenza non si può non rimanere assorti nell’osservare due professionisti d’annata testimoni di tempi in cui il teatro, il cinema, la musica, pur già allora allagati di sinistrismo post-bellico, cantavano in modo inequivocabile le identità popolari italiane, cantavano Napoli, cantavano Genova, cantavano Roma, altro che stronzate multietniche.
E quindi vai con accenni a Totò, a De Filippo, a Modugno; …ma che ne sa Belen (la valletta sudamericana di turno quest’anno) chi e che cosa siano stati tutti costoro?! Lei è lì per i quattrini, non certo per glorificare un Totò o un De Filippo che non potrebbero in alcun modo appartenere al suo immaginario culturale.

Insomma, un gran bel quarto d’ora di “amarcord“, che, piacendo o meno lo stile intrinseco prodotto nei decenni dai due veterani e dai più grandi dei loro coevi da essi stessi citati, non ha potuto non farci oniricamente immergere per qualche istante nelle nostalgìe generazionali che più c‘appartengono.
E la platea sanremese, inquadrata dalle telecamere, in quei momenti è sembrata persino ringalluzzirsi anch’essa da quel torpore abulico e massificato indotto come gigantesca scureggia mondialista da una globalizzazione che non scalda più il cuore a nessuno, ma anzi fa di tutto per raffreddare quello di chi in passato l‘ha avuto bollente per qualcosa di proprio.
E infatti, a giudicare dal contegno istintivamente appassionato di quel pubblico sanremese, pur costituito da storditi tardoni assuefatti oramai ai deteriori cambiamenti in auge, sembra quasi che fuori da quel teatro non esista il degrado, non esista lo schifo generosamente offertoci dalla “globalizzazione del peggio“. Non esista quella regressione civile della quale il nostro paese e l’Europa tutta non avevano proprio alcun bisogno. E così, per qualche istante, ci si scorda tutti, Noi compresi, del casino africano, dei “profughi” cellularizzati assatanati di terre altrui, di un’Europa rammollitasi in nome d’un “cui prodest” che non è certo quello delle sue genti. Eppure la storia dovrebbe insegnarci che le volontà perverse non vanno eseguite dagli uomini liberi..almeno non quando coincidono con un “tentato suicidio”.

Ebbene, se dunque la coscienza nazionale resta mosaicata dalla nostra poesia, dalla nostra arte, dalla nostra cinematografia, dalla nostra canzone, dalla nostra pregevole lingua, cos’è tutto ciò che resta là fuori se non sordido parassitismo totalmente inerte rispetto a qualsiasi apporto di quelli sbandierati al vento dai mondialisti come sconce brache schizzate di merda?! “Arricchimento“..“integrazione“..“melting pot“..a cosa cazzo servono, quando eravamo molto più felici (e senz’altro meno cementificati) ai tempi di Macario e della Sora Lella?!
Ai posteri l’ardua sentenza, dunque?? No, dal momento che, continuando così, i posteri non potranno più nemmeno farlo il raffronto, se lasciamo che quel passato sparisca del tutto sotto le macerie di un paese senza più diritto alla memoria dei propri trascorsi!

Su Rai 2, in contemporanea al festival sanremese, uno speciale sul rap (il genere musicale più violento, razzista, omofobo e meno estetico della storia): cioè come farsi le seghe con ciò che è più lontano dal nostro senso d’appartenenza e più ostentatamente vicino alle movenze dei bonobi. Se Anna Magnani fosse stata una rapper, o avesse avuto la morfologia dei rappers afroamericani, sarebbe forse stata così grande ed eterna?! O piuttosto è stata eterna e grande proprio perché aveva la morfologìa e le qualità di un’Anna Magnani, e del rap ne sapeva quanto un astronauta della carta igienica?! Eppure, oggi, i pronipoti del suo pubblico d’allora conoscono ben più il rap che non il cognome di tale grande attrice. Ecco cos’è l’inculturazione, ecco cos’è il mondialismo: distruzione del passato e mercificazione del futuro.

Da poco trasognate tali considerazioni, tosto ci risvegliamo come quando sotto un bombardamento si sognano i tempi felici:
l'”amarcord” sarneremese torna su binari più “politicamente corretti”, a dimostrazione del fatto che i mondialisti-sinistri hanno ben in mano la battaglia, e che in Italia comandano ancora più di quanto possa sembrare: vince infatti il festival un cantautore di chiara fama “gauche” che al dopo-festival, nel sentirsi chiedere il motivo di una partecipazione da sempre snobbata dai “cantautori”, asserisce di aver cantato una canzone fortemente “aristocratica”; e lo fa con un brano dal testo che sembra fatto apposta per accogliere chi in queste ore scende dai barconi a Lampedusa come si stesse recando in un villaggio turistico e si aspettasse un servizio ben pagato. E soprattutto vince un brano che, strizzando l’occhio a centro e a manca, cita sinistramente Orazio declamando: “sono io che cambio il posto, non è il posto che cambia me”, sfruttando così il doppio senso sia della metafora immigratoria, sia di quella del cantautore snob ed elitario che partecipa ad una manifestazione nazional-popolare, da sempre considerata “di destra“ dai sinistri non foss‘altro che per il suo identitarismo linguistico, proprio per affermare, vincendovi, che la tradizione non conosce più casa.

Come mai proprio quest’anno l’intellighenzia mobilita una sua pedina su un fronte quasi mai battuto e combattuto? Forse per non lasciare il suo folto pubblico votante preda del pericoloso rischio di amarcord anti-mondialista, inevitabile in qualunque rappresentazione artistica che canti “del passato” e “al passato”?!

E a proposito di “differenze umane”: qualche giorno più tardi, precisamente il giorno 24 2 2011, invitata alla trasmissione radiofonica di Giuseppe Cruciani su Radio24, la moglie del vincitore sanremese asserisce testualmente (la registrazione della trasmissione è a disposizione sul sito della radio) che “fra sé medesima e coloro che pensano bene di Berlusconi esiste una differenza antropologica”: cavolo, alla faccia del mondialismo, e soprattutto di quegli eroici antropologi come Ida Magli che, dall’alto delle loro consapevolezze scientifiche ben più corredate di quelle di questa signora, osano ancora sfidare la dittatura dell’egalitarismo, insegnandoci che le differenze antropologiche esistono eccome..ma fra genti, non fra opinioni di persone.

Questa è la sinistra italiana: non lasciamo che ci resetti la memoria come si fa con i computer; piuttosto masterizziamone dei bei “CD” da lasciare ai più giovani per mostrar loro quanto il nostro passato promettesse meglio dell’attuale presente.

HELMUT LEFTBUSTER

UMBRA VALLE DEL MENOTRE (Locvs Dvracrvxianvs): SULLA VIA DELLA CARTA, IL PIU’ PREGIATO VEICOLO DI SEMENZA IDENTITARIA.

marzo 9, 2011

Non potremmo dvracrvxianamente trovarci sulle tracce della prima stampa della Divina Commedia, testimoniandone quindi la provenienza, se il Console Caio Flaminio nel 223 a.C. non avesse dato impulso all’embrionale viabilità di questa zona sino a battezzarne quella maestosa strada di grande comunicazione che noi tutti ancor oggi usiamo con il nome di strada statale Flaminia.

La verde Umbria, ovunque pregna di monachesimo occidentale, ma in particolare Foligno, Pale, la valle del fiume Menotre, e gli opifici che si svilupparono verso la fine del 1200 attorno alla più antica opera idraulica della zona, l’acquedotto romano risalente al III secolo a.C., sono il teatro naturale e demiurgico di quanto seppe consancrare al futuro un’immanenza poetica e testimoniale altrimenti rimasta appannaggio del solo mondo delle ombre.

Le celebri e soavi Fonti del Clitunno che si incontrano lungo la via Flaminia poco dopo Spoleto ci introducono al cristallino pregio dell’idrico elemento principe di bellezza, vita e storia del quale copiosamente l’intera regione si bea. La sola idea che fra questi salici piangenti si siano aggirati immensità come Virgilio, Plinio il Giovane, e più tardi il grande Carducci, rende la nostra discendenza da quei nobili ancestri capace di risvegliarne in queste acque il ricordo morfologico specchiandoci narcisisticamente nei prismatici fondali turchesi e riflettendovi l’esito di duemila anni di Romanitas orgogliosamente indomita, nonostante “tutto”.  (G.dX)

La potenza naturale del fiume Menotre, sapientemente convogliata dal genio romano e industriosamente gestita dalla laboriosa dedizione dell’”esercito della memoria occidentale” stanziato sin dal 1273 presso l’abbazia benedettina di Sassovivo, hanno reso la produzione della carta manufatta in questi luoghi di qualità talmente elevata da far asserire al bibliotecario del Vaticano, Angelo Rocca, nel 1590, che “la carta prodotta nelle cartiere di Pale e Belfiore non trova chi possa uguagliarla in bontà”.

All’opera dei monaci vanno ascritte le costruzioni della prima metà del XIII secolo di mulini per grano, olio, e opifici; le fabbriche di panni pregiati, in particolare, dette “gualchiere”, attraverso una successiva evoluzione assunsero man mano natura e funzione di cartiere, trasformazione che divenne definitiva verso la metà del XIV secolo.

La storica data dell’11 aprile 1472 vide stampata a Foligno, con quella pregiatissima carta, la prima copia della Divina Commedia dell’Alighieri dal prototipografo maguntino Johan Numeister, allievo del grande Johan Gutenberg, il pioniere della nuova “Ars artificialiter scribendi” giunto in Italia a seguito alla diaspora dei primi tipografi tedeschi successiva al sacco di Magonza del 1462, e con la collaborazione dello zecchiere folignate Emiliano Orfini. L’esemplare usato nella stampa della “Divina Commedia di Foligno” è stato individuato nel manoscritto trecentesco conservato nella biblioteca del Seminario di Belluno, il cosiddetto “Lolliano 35” (H.Leftbuster)

La stampa fu senza dubbio un’innovazione fondamentale per l’occidente, ed imbattersi in un tassello della sua storia offre emozioni per nulla deboli! Certamente la riproducibilità di un testo (il marxismo ha esultato pontificando tali teorie) sminuisce la sacralità dell’opera, che si prepara ad essere sempre più diffusa, sempre più standardizzata. Nessuno più si dovrà preoccupare di andare a scovare l’unico manoscritto esistente dell’opera ricercata e copiarselo pazientemente, assaporandone ogni singola lettera e persino gli spazi posti tra le varie parole! Con la stampa l’autografo viene fortemente colpito: non c’è originale, non ci sono copie, al massimo bozze di preparazione e varie edizioni.
Nostalgia a parte, l’umanesimo fonda la sua sete di conoscenza sulla stampa, sulla nobile arte di Gutenberg, sul meraviglioso operato del Manuzio. L’opera stampata diventa più facile da reperire, più economica. Le biblioteche si gonfiano, l’amore per la cultura sale vertiginosamente: l’uomo ha più risposte, in tempi più brevi! Aumenta la diffusione del pensiero: menti geniali vengono in contatto presto: le grandi amicizie si irrobustiscono, le grandi rivalità bruciano di fiamma maggiore!
La stampa velocizza la comunicazione: ciò non può che generare entusiasmo.
Pio II, vedendo uno dei primi testi a stampa (confondendolo forse con un manoscritto, addirittura) ne elogia la chiarezza formale e l’ordine estetico. Si può finalmente leggere senza fatica, senza dover sottostare a variazioni di grafia o altri tipi di deformazioni. Forse a Enea Piccolomini, ad un certo punto, non interessava sapere l’origine! Sono proprie di altri tempi le riflessioni sulla democratizzazione del sapere: l’umanista guardava alla praticità e non avrebbe mai pensato che una stampa compulsiva avrebbe illuso tutti di sapere, diffondendo solo ignoranza e presunzione!
Come può la stampa non incontrare la Commedia, in Italia? E’ un percorso che da Numeister, ai vari commentari, porta alla fantastica edizione curata dal Bembo ed edita dal Manuzio nel 1505! (magnifico Ille Doctor Luminis)

Il percorso delle cartiere di Pale si snoda, procedendo a ritroso rispetto alla corrente del Menotre, da Foligno lungo tutto il corso del fiume che, attraversando il borgo di Belfiore, si getta nell’omonima valle attraverso le cascate di Pale che creano un vorticoso sistema di forre e marmitte naturali sapientemente sfruttate dall’uomo per la costruzione degli antichi opifici prima e poi, negli anni ’30, di centrali idroelettriche tuttora attive e funzionanti.

Quel che possiamo aggiungere all’eloquenza delle immagini è la “doréiana” suggestione naturale fornita dall’immergerci in quest’anfratto di Umbria che sembra ancora capace di farci dimenticare per qualche ora che il mondo, altrove, sta repentinamente perdendo la propria purezza identitaria; e questo non certo per i capricci dell’acqua, o per l’impazzimento di piante o rocce, ma per colpa dell’ingratitudine, della stoltezza e dell’ideologico masochismo di certo marciume umano. E allora saranno proprio le pietre a salvarci: pietre, acqua, piante e carta: l’Impero di memorie vitalizzate da una natura immutabile che grazie ai migliori dei suoi figli avrà saputo tramandare se stessa testimoniandosi all’infinito e vivendo nella reiterata sopravvivenza d’una magnifica preservazione. (H.Leftbuster)

E così, in quest’Empireo reale fatto di acqua, roccia, legno e semenza si assiste all’iter virtuoso della più identitaria interazione osmotica fra partoriente e partorito: la natura fornisce all’Uomo il vigore e la materia prima da plasmare in Arte; all’Uomo sta dunque il rielaborare spiritualmente gli stimoli poetici che la natura gli ha fornito, vivendoli, assorbendoli, condividendone l’eros.

Ed in fine, alla carta l’Arduo compito di tramandare il Verbo che incarna tutto questo in un codice interpretabile dai posteri, sperando ch’essi siano genti ancora degne delle gesta dei loro predecessori.

A quelli come Noi dunque il sacro compito di combattere, con la “carta”, gli annichilitori della memoria: testimoniamo senza tema la nostra semenza, sino all’ultima sua sillaba sospirata, sin nel più remoto anfratto di vissuto, sino all’estremo istante dell’esistente.

G.dX, ILLE DOCTOR LUMINIS, HELMUT LEFTBUSTER (Aristocrazia Dvracrvxiana)

DEVIATE DAMAEN – “L’Elite de Notra Merd” – singolo 2011 d.C.

marzo 6, 2011

“L’ELITE DE NOTRA MERD” – singolo 2011 d.C. –

“L’Elite de Notra Merd” è il brano al suono del quale i DEVIATE DAMAEN – vivi, vegeti ed in gran forma – brindano al ventennale della loro sontuosa carriera di guastatori delle merdate politicamente corrette cagate in Italia negli ultimi vent’anni (1991-2011).

http://www.deviatedamaen.net

Il 6 marzo del 1991, infatti, venivano fondati – nel sacro giorno del suo compleanno – dal loro leader storico G\Ab Svenym Volgar dei Xacrestani con il nome di “Eternal Punishment”, presto virato in Deviate Ladies e poi definitivamente in quello di Deviate Damaen.
Così, il 6 marzo del 2011 d.C., dopo un percorso editoriale e discografico dei più movimentati (ma pur sempre onorevolmente autarchico), la band, re-autarchizzatasi ufficialmente sotto l’egida di DVRA CRVX CENACVLI dX (Aristocrazia Dvracrvxiana), pubblicherà questo nuovo singolo che, a partire da tale data, sarà reso disponibile on line sul proprio sito, e presenterà la nuova formazione che andrà a registrare il prossimo album “(Retro)aesthetika Defibrill-aktion Bunker”.

In libera e gratuita distribuzione (scaricandolo dal sito http://www.deviatedamaen.net in differenti formati) “L’Elite de Notra Merd”, musicalmente ricalcato sulle note della celeberrima “Lilì Marlene” di Norbert Schultze, affronta tematiche incentrate sulla triste attualità nostrana di paese bollito, invaso, e dopato da un post-post-sessantottismo sinistro e diabetico, predicante pace, bene&buonismo per bocca di pagliacci pajettati e pieni di soldi mantenuti da quegli stessi babbei che li foraggiano a suon di applausi e belati beotici, e svendibili al miglior offerente editoriale; un baraccone di leccaculi parrochializzati dall’unica, insindacabile parrocchia che dal dopoguerra ad oggi abbia gestito il monopolio della cosiddetta cultura; un'”elìte di merda”, insomma, che la gloriosa band di G\Ab Svenym Volgar dei Xacrestani sbeffeggerà a suon di rutti, assoli, elettronica e virtuosismi vocali.

Successivamente a tale uscita discografica, seguendo una periodicità opportunamente pubblicata sul sito, i Deviate Damaen e la loro etichetta Dvra Crvx si impegneranno a ridistribuire gratuitamente on line l’intera discografia della band prodotta dal ’91 ad oggi per renderla disponibile ai posteri in secula seculorum, secondo le più ecumeniche e moderne tecnologie distributive.
Inoltre, il blog di Aristocrazia Dvracrvxiana (Aristocraziaduracruxiana’s blog) pubblicherà periodicamente testi della band.

Annabelle Grafenberg Baciardi – DVRA CRVX CENACVLI dX / ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA –

L’ELITE DE NOTRA MERD – singolo 2011 d.C. –
(testo)
“Parlano di fratellanza e solidarietà, si fanno i cazzi loro fuor d’ogni sobrietà
intellettuali, preti e giullari, rompono il cazzo come comari..l’elite de notra merd…

Su Rai3 protestano, “mannaggia a Berluscon!”
poi si sponsorizzano su Mediaset.com
s’inizia alfier della protesta, ma il portafogli batte in testa
L’elite de notra merd, l’elite de notra merd !

Ciò che rende il singolo migliore del suo dio
è saper forgiarsi l’anima senza l’aiuto mio,
sputami addosso o mio tesor..Io son l’artista, tu sei l’or,
fà a meno del mio allòr..dal culo tiemmi fòr !

…protesta di destra..protesta di testa…

Quando una guizzanti è somma musa d’ironia,
nigrita e bluverghito sono la retta via…
che chierichetti del “ben pensar”, tutti paillette politically correct
puliteveli dal rèt…

“NOI SIAMO I DEVIATE DAMAEN, E CON QUEST’ELITE POLITICAMENTE CORRETTA…CI PULIAMO IL CULO !”

Le formiche strillano, nessun le sentirà;
i bisonti tronfi ben si guardan dal fiatar;
e il mondo dorme sogni d’or, ipnotizzato dai cantor
che san parlar d’amor..e fotton vossignor..!

..e chi scrive ben di lor vuol fotter meglio ancor…

Dopo c’han pisciato in più li spompineran,
dopo che han cagato pure un premio gli daran,
sol perché nomi grossi son, montati a neve dal clamor
di chi applaude e poi muor..all’anima ha il tumor…

L’ELITE DE NOTRA MERD..L’ELITE DE NOTRA MERD…”
G\Ab Svenym dei Xacrestani

scheda tecnica del brano:

sunt DEVIATE DAMAEN:

G\Ab SVENYM V. DEI XACRESTANI vox,rutti, culo&samplers.
ARK key, Synth, Rhythmic Manipulation
ABY all guitars
LILI’ LILIEN female voice
e con “Lella e Maurone” nei loro tessi panni…

musica ispirata a “Lilì Marlene” di Norbert Schultze
testo G\Ab SVENYM VOLGAR dei XACRESTANI.
arrangiamento ARK
arrangiamenti chitarristici ABY
supervisione compositiva e lirica G\Ab dei XACRESTANI.
registrato fra Bergamo, Milano, Magione Dvracrvxiana di Castel Sant’Elia e Sacrestia I bis SeIrgXI (Rm)
mixed&mastered by ARK

edizione: DVRA CRVX (Dvra Crvx Cenacvli dX – Aristocrazia Dvracrvxiana)

I DEVIATE DAMAEN, per ruttare il più identitariamente possibile, bevono solo birra Forst!

“L’ELITE DE NOTRA MERD” è scaricabile GRATUITAMENTE dal sito

http://www.deviatedamaen.net

Oppure richiedibile agli indirizzi e-mail

dvracrvx_cenacvli@yahoo.it

lika.coli@libero.it

…dai quali vi sarà inviata in formato mp3 con la relativa copertina in formato CD

Il video di “L’Elite de Notra Merd” è visualizzabile a questo link

http://www.youtube.com/watch?v=rSZhJCKmg9k

MARX, RECINTI, CONSORZI, COOPERATIVE ..E AL DEMANIO LE COCCE DELLE NOCI !

marzo 2, 2011

L’Italia è il paese europeo che ha avuto il partito comunista più potente, influente e ammanicato d’Europa, soprattutto negli anni della ricostruzione, della ricomposizione dei cocci, della stesura e messa in opera di quei dettami della Carta Costituzionale sui quali prepotentemente il marxismo-leninismo ha potuto calcare le propria orma con l’alibi del contributo della lotta partigiana alla liberazione. Insomma, i comunisti si son potuti beccare – al momento giusto – tutte le poltronissime del dopoguerra.

Tale elemento storico avrebbe quindi dovuto offrirci un paese pronunciatamente demanializzato, molto verde (le sinistre non si son forse da sempre autoprofessate le portabandiera dell‘ecologismo?!), ricco di aree pubbliche sovvenzionate dallo Stato e messe a disposizione del popolo, ad iniziare da quelle, come le acque a cielo aperto (laghi, coste e fiumi) che dovrebbero esserlo già solo in virtù del Dettato Costituzionale.

E invece? E invece provate a farvi una passeggiata lungo un qualsiasi tratto costiero nell’intento di cercare un varco per l’accesso al mare senza dover pagare un biglietto a qualcuno; provate ad inerpicarvi su per crinali montuosi o collinari, da lontano apparentemente spumosi di verdeggiante boscaglia, ma che poi, una volta avvicinati o penetrati, verificherete essere irsuti di filo spinato, paletti, recinzioni elettrificate (!) volti a delimitarne le mosaicali proprietà private nelle quali è suddiviso il terreno: delimitazioni spaziali del suolo pubblico che renderanno inevitabilmente meno lieto e agevole il vostro libero vagare, potrete starne certi!
Almeno, all’epoca di feudi e signorìe la faccenda era acclarata; ora, invece, non ci si capisce un cazzo, eppure si pagano tasse devolute allo Stato per la fruizione di un territorio pubblico di fatto non corrispondente a quello realmente fruibile.
O ancora: volete provare a scaricare una barchetta a remi o un innocente canoino in vetroresina per farvi due remate nell‘alveo di qualche romantico specchio d’acqua dolce, così da fare un po‘ di sana e auspicabile attività fisica, respirare aria pura (e pubblica) e pensare ai fatti vostri?! Sulla carta, sia geografica che giuridica, bacini, corsi fluviali, acquitrinii, apparterrebbero tutti al demanio statale; eppure qualche cartello scritto sulla carta dei lupini affisso in giro a cazzo di cane vi segnalerà senz’altro che “il consorzio” di vattelappesca, “l’istituto” per la bonifica di vattelappijà in quel posto, o, peggio ancora, associazioni ambientaliste d’ogni risma hanno in concessione la gestione di quell’acqua per conto dello Stato e ci fanno quello che vogliono, compreso limitarne l’accesso o l’uso al pubblico. Sì, certo, potete chiamare i Carabinieri o la Forestale e chiedere che sia redenta la questione, in termini di legge, in teoria, senz’altro a vostro favore, ma non è detto che le cose vadano per il verso giusto. E comunque, il fegato mangiato chi ve lo restituisce?!

Ma insomma: a cosa è servito tutto sto comunismo quando l’Italia è il paese più privatizzato d’Europa e la proprietà privata viene negata solo al popolo attraverso una salvaguardia penale della stessa inesistente, ed una politica della casa a cui di popolare è rimasta soltanto la bruttezza architettonica cagata da quattro sessantottini che coi proventi dei loro capolavori ci si son fatti le ville in America, Canada ed Australia?!

Ecco a cosa è servito il comunismo italiano.

HELMUT LEFTBUSTER