O FIGLI O EROI.

La tragedia giapponese successiva allo tzunami del marzo 2011 d.C. potrebbe ragionevolmente scarrupare verso un’autentica apocalisse nucleare per oggettive ragioni tecniche oramai arcinote. Mentre scriviamo, l’evoluzione degli accadimenti è talmente convulsa che non si sa nemmeno se avremo il tempo di correggere codesto scritto nello stesso stato in cui l‘abbiamo iniziato.

Ora, lasciando da parte le analisi di prammatica sulla materia nuclearista, già impervie per gli addetti ai lavori, figurarsi per chi non dispone neanche di una laurea in fisica, vorremmo trarre un paio di riflessioni estranee all’argomento principe segnato dagli avvenimenti, riflessioni umane, semplici, e aggiungiamo, suggeriteci da un Amico (“gelido e ventoso“), limitandoci pertanto ad una loro mera, soggettiva rielaborazione a voce alta.

Il Giappone resta l’estremo baluardo di un identitarismo orgoglioso, indomito nonostante Hiroshima e il susseguente esito bellico, l’ultimo “impero” della storia, l’unico vero “terzo polo” economico del pianeta capace di garantire una variabile indipendente rispetto alle pastette commerciali e finanziarie Europa-Usa/Cina-Africa.
Ebbene, la prima riflessione è questa: che ne sarebbe del mondo senza di esso? Chi guadagnerebbe da una sua debacle totale, e quanto questa contribuirebbe a svuotare ulteriormente i portafogli di tutte le persone per bene del mondo?!

La seconda riflessione riguarda prove di verità oggettive circa le differenze fra popoli, verità che in un momento di resocontazione storica grave come codesto sarebbe ora si disvelassero in tutta la loro crudezza, scorrettezza politica, ma anche serena analisi antropologica di chi si limita ad osservare la macro-storia ed i suoi micro-eventi ad occhio nudo. E allora, a fronte di popoli disamorati della propria dignità, della propria forma, della propria terra a tal punto da avere come sommo miraggio esistenziale un’avida e cieca emigrazione verso terre straniere e note solo per i loro luccichii televisivi, dopo essersi tirati da soli quattro schioppettate nel sedere per ottenere quel po’ di casino necessario ad imbibirsi di aureole da rifugiati politici, esiste un popolo, quello nipponico, che, pur colpito dall’unico olocausto plausibile per una terra, quello nucleare, il solo sociologicamente accreditato – si pensi alla letteratura apocalittica – come idonea causa d’abbandono di interi pianeti devastati dalle radiazioni, decide invece di restare lì a tenerle la mano, a quella sua terra, mentre sta morendo. Decide di restare con i propri anziani, i propri malati, i propri monili e col proprio imperatore, mentre i suoi “immigrati” (anche europei), magari lì fino a qualche ora prima ad affollare i centri commerciali o a godersi i proventi di quella grande civiltà maestra di dignità e di compostezza, assaltano come cavallette i suoi aeroporti per salvarsi la pelle.

Tutto questo perché per una madre si può dare la vita, per un estraneo no. E, tantomeno, l’estraneo, il figliastro o l’adottato, senza che si tratti d’un eroe, darebbe mai la vita per una madre che non è la sua.

HELMUT LEFTBUSTER

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