New left and intellectual merchandising (di Ille Doctor Luminis)

Le librerie – specie nei giorni festivi – si tingono di svariate tonalità di idozia: si va dal verde pastello dell’ecologista incallito al grigio sconfortante del complottista, fino ad arrivare al rosso menarca del maniaco delle problematiche sociali. Quanto è utile la teoria cromatica quando si tratta di libri, specialmente se vengono corredati da copertine magnetiche!
Non entro certo nella definizione di “libro”, perché non basterebbe un libro, appunto: qui mi limito alle copertine. Non mi stupiscono affatto le magliette tematiche impegnate (stile guerrigliero argentino, per capirci) se vengono inserite nell’ottica in cui un libro è sostanzialmente la sua copertina: una maglietta è un libro e se la indosso acquisisco conoscenza del tema!
Perchè un libro è copertina? Da quando? Grosso modo da quando ha iniziato a dichiarare di non esserlo, ovvero sin dalla nascita della letteratura di consumo leggera socialmente impegnata. Prima mica occorreva una copertina astuta per colmare le gravi mancanze di un libro, volute o inconsapevoli! Pensiamo a Liala: diavolo, nulla mi fa più schifo, ma almeno quelle edizioni avevano il buon gusto di non offrire la redenzione a chiunque le leggesse. Quelle copertine da via col vento rispettavano il patto narrativo: ti faccio passare due ore di illusione pura, smielata, futile se prometti si non stare tanto a rompere il cazzo e lasciarti trasportare da queste pagine.
E poi…poi nacque la letteratura socialmente impegnata, tanto pesante quanto inutile. Ben presto gli editori se ne resero conto, e proposero agli intellettuali autori di questi mattoni qualche compromesso, che tutti sulla carta accettarono, ma nessuno sulla copertina. Ecco: le copertine vogliono essere l’ultimo baluardo di interi libri che – parola dopo parola – scavano un solco incolmabile tra autore e messaggio.
Ma, guarda caso, è la copertina che attrae. Furbescamente, con una futile polemica contro la banalità dell’estetica e del libro-oggetto fisico, i nostri intellettuali di sinistra si scagliano contro certi specchietti per le allodole tuonando: un libro prescinde dalla copertina. Ma la condanna a quei bei frontespizi di una volta viene impostata da nuovi frontespizi, asciutti, spigolosi, disordinati: frontespizi che funzionano né meglio né peggio di quelli vecchi.
Ed ecco: l’anti-mercato irrompe nel mercato con metodi di mercato. Eppure nessuno se ne accorge, poiché le copertine di Travaglio, di Saviano dicono altro: noi sappiamo la verità, è tutta qui. Poi magari si scopre che all’interno ci sono solo frasette fatte, frutto più di marketing che di scienza politica…ma quando loro parlano nessuno sembra dissentire.
Se fin qui il discorso sembra spigoloso in molti punti non è certo per mia incapacità nel narrarlo: sono proprio loro che, a furia di giocare con lo spago, inciampano e rischiano di rompersi gli incisivi!
Dicevo: oramai fa comodo considerare un libro copertina soprattutto a coloro che affermano l’esatto contrario. Fermarsi alla copertina significa non addentrarsi a capire gli stadi della loro resa al capitale! Meglio fermarsi a quei titoli in carattere da centro sociale che aprire pian piano il libro, sfogliarlo, e accorgersi magicamente dell’arredamento vittoriano. Avete mai visto mobilio rococò in un CSOA? Direttamente no, mi direte, ma di certo, dal numero di canne che le zecche si sparano giornalmente nelle loro case ci certo l’arredamento non manca, ma lasciamo stare.
Dicevamo che il libro è copertina, è maglietta. E vende, vende assai! Troveranno un modo per legarlo al collo ed indossarlo come una catenina. Del resto basta sostituire al santo il salvatore progressista: la religiosità è la stessa.

Tutto qui: non voglio scrivere un articolo, ma descrivere una situazione. Per sconfiggere bisogna conoscere, bisogna definire: io ho parole per il disgusto, sempre nuove e sconvolgenti. Voi?

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