SCANNER, EFFIMERO (perché pericoloso) TRAGHETTATORE DI VERITA’.

Le istanze mondialiste puntano, come detto più volte, alla cancellazione della memoria storica, estetica e culturale in particolare di quelle genti il cui retaggio identitario è di più pregno, pregiato e variegato lignaggio.

Ribadendo tale solfa ad libitum, siam certi di uscire comunque indenni dal vischio di ossessioni cospirazionistico-complottiste, poiché, come magistralmente spiega Ida Magli, qui non c’è alcuna cospirazione dal momento che l’offensiva mondialista viene portata avanti alla totale luce del sole, con la strafottenza e la sicumera tipiche di chi si sente invasato da giustizialismo universale e dalla certezza di aver fatto tutte le mosse giuste da un po’ di tempo a questa parte. Pertanto, di “offensiva” comunque trattandosi, il respingerla resta un diritto altrettanto specchiato e inalienabile, da rivendicare con la fermezza propria del diniego civile e della legge della sopravvivenza, codici e Costituzione alla mano.

Un tempo esistevano i graffiti nelle grotte; poi sono arrivate la pittura, la scultura e la scrittura a tramandare, testimoniare, anche implicitamente, ogni trascorso del transeunte culturale e spirituale umano. Sino a che non è arrivata la “fotografia”: così vera, scevra da ogni illusione ottica di specularità dell’osservatore, la più nitida delle tecniche di riproduzione visuale della realtà, realtà che, attraverso di essa, può finalmente essere immortalata su carta. Si, su carta, il più antico supporto di realizzazione grafica pittografica e semantica, un supporto tenace, inglobalizzabile, caratterizzato dalla funzione di rappresentare intervalli grafici significanti, possedibile autonomamente ed elitariamente dal singolo, copiabile ma difficilmente alterabile, insomma uno strumento mnemonico pericolosissimo per i detrattori del “genus”.

Ora, avvenuto l’innesco del progetto globalista-mondialista, l’opera di demolizione dei baluardi identitarii dei popoli va accelerata con ogni mezzo possibile, pena il dare il tempo anche ai più sprovveduti e obnubilati di rendersi conto che nel loro culo non sta entrando né un casuale filo di paglia, né una benefica supposta, bensì il collo di un’intera bottiglia piena di fiele: il multiculturalismo insito nella globalizzazione. E quindi, per evitare soprattutto alle giovani leve l’imbarazzante confronto con un passato ben più nobile e bello dell’orrido decadente presente, un passato che pullula di effettualità testimoniali ovunque, occorre sbrigarsi a far sparire le prove (architettura, gastronomia, letteratura, lingua): e a tal riguardo come non considerare la digitalizzazione della realtà un espediente perfetto per realizzare tale annichilimento mnemonico ?!
Il “digitale” è di fruizione ben più semplice del cartaceo, ben più comoda e controllabile rispetto ai vecchi “archivi” che comportavano la “fatica” di essere rintracciati, sollevati e scartabellati  manualmente.
E tale subdolo processo di acquiescenza verso la pigrizia umana è valso in più ambiti della quotidianità d’ognuno: prendiamo l‘”orario digitale”: ci ha fatto dimenticare i numeri romani, il senso orario degli orologi, tanto per fare qualche esempio di stravolgimento del quotidiano d’una volta, ma non per questo ci ha fornito una qualche nuova rivoluzionaria lettura del tempo che ci facilitasse davvero la vita.
Il digitale è alterabile sotto ogni aspetto (grafico, visuale, audiofonico), è ammiccante nel suo modernismo fashion-tecnologico e ideologicamente compatibile con l’intoccabile concetto di “progresso”. Ebbene, i progettisti mondialisti lo hanno sfruttato al meglio in tal senso, sono stati abilissimi anche stavolta: all’inizio hanno dovuto fornire la sensazione che il digitale incapsulasse il cartaceo, fosse quasi nato per migliorarlo, per dargli vita eterna (sino a scoprire poi che i CD durano ben meno delle audiocassette a nastro..): e a tal riguardo gli “scanner” (strumenti con cui digitalizzare le fotografie stampate su carta) sono stati sventolati subito come i sacerdotali operatori di tale missione, sino poi a farli sparire prestissimo dalle scene e dai magazzini. E il tutto in prospettiva di che cosa? In prospettiva del fatto che, con la globalizzazione telematica, le uniche immagini-verità che gireranno per la rete, a cui saremo sempre più tutti incollati in futuro, saranno quelle “dall‘adesso in poi“, già scattate (ed elaborate) in digitale; le altre, le foto di quel passato che è stato lo stragrande epocale dell‘Esistito, resteranno nei cassetti dei genitori che presto saranno dei nonnetti indeboliti nel corpo e nella memoria, poi malati e infine defunti, lasciando finire al macero intere cassettiere di testimonianze visive ed audiovisive con le quali gli “i-pad-dati” discendenti si schiferanno anche soltanto ad impolverarsi le dita, lasciando così mano libera alla sola realtà post-digitale, i cui discepoli non saranno certo svegli, curiosi e appassionati come lo furono gli amanuensi medievali; parliamo infatti di quattro “nerds” vuoti e disimpegnati, i figli della globalizzazione, appunto, che, autoriproducendosi per gemmazione – perché pur di essere antitradizionali neanche trombano – inquanto privi di origini e del conseguente amore per qualsiasi cosa, ne sono anche gli acerebrati, inconsapevoli servitori.

Impariamo dunque a salvaguardare le fotografie:
1) immortaliamole rifotografandole con la nostra digitale, e poniamole in rete, sui blog, facendole girare il più possibile: non occorre lo scanner, lento, costoso ed oramai introvabile.

2) impariamo a guardare le foto senza malinconia: la nostalgia che il passato sa emotivamente trasmettere è un sentimento amoroso, quindi vitale, costruttivo, non piagnucoloso e nichilista.

3) usiamole piuttosto come strumento di confronto. Ecco un nostro esperimento:
le due immagini seguenti ritraggono una stessa via della campagna laziale fotografata all’inizio degli anni ’80, e poi nuovamente oggi (2011 d.C.);

notiamo le differenze: quale dei due mondi possibili ci piace di più? Ci piace forse il cemento, il traffico, il caos consumistico dovuto ad una iperdemografia ? Se sì, beh, allora buon divertimento!
Se no..e cioè se si concorda sul fatto che il percorso di sviluppo intrapreso dalla prima foto alla seconda è sbagliato, tocca riflettere seriamente sulla doverosità di poter fare marcia indietro.

HELMUT LEFTBUSTER

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