IO, QUEI RIPUGNANTI MASSACRATORI DI GHEDDAFI, IN CASA MIA, NON CE LI VOGLIO!

Che orrore, che indicibile disgusto quelle immagini di un uomo, vinto e indifeso, preda del branco con il pieno avallo della “comunità internazionale”.

Un sentimento di ripugnanza che sono fiero di aver ereditato dai miei genitori, coltivato durante i miei studii, condiviso con i miei affetti e che ancora sa farmi sentire “Uomo” secondo la nobile accezione che i miei antenati mi hanno trasmesso.

E invece, la comunità “globalizzata” della quale, mio malgrado, faccio parte anagraficamente, corrotta e intrisa dei più bassi istinti e dei più loschi interessi, si batte il petto per il sangue delle foche sulla neve, ma per quello sulla sabbia di uomini colpevoli solo d’aver fatto il mestieraccio del dittatore senza essersi asserviti al mondialismo, chiude occhi, bocca e froge del naso.

Gheddafi, uno dei più longevi capi di Stato al mondo, il quale, piaccia o meno, è stato protagonista di 40 anni di storia mondiale a tal punto da esser diventato nome evocativo dei ricordi giovanili di almeno due generazioni, ha finito i suoi giorni linciato, massacrato e poi ammazzato come un animale da un manipolo di teppistelli senza terra e senza bandiera, infervorati dal miraggio anglo-americano di far fuori quel “tiranno” che li obbligava a restare a casa propria, a vivere da africani, e a rigare diritti senza svaccare nei salotti dell’estremismo islamico che tutto consente a chi ne imbraccia il fucile.

E proprio questa “moderazione” del Rais, questa sua non inquadrabilità ideologica, questo suo amore per l’identità e per l’estetica lo avevano reso inviso alle intellighenzie europee, facendone il nemico giurato dei globalisti, e, conseguentemente, degli immigrazionisti; eppure tutti, ad iniziare da Prodi, ci avevano fatto affari col “colonnello”.

I dittatori son sempre “cattivi”, si sa; tuttavìa peggio di loro sono i capi di Stato in giacca e cravatta che sanno usare telefoni e pulsanti ben meglio dei grilletti, flaccidi gradassi blindati nelle loro “stanze dei bottoni” che se la farebbero sotto anche solo a trovarselo davanti un “collega” come Gheddafi; un uomo che ha avuto la colpa di essere troppo poco arabo per piacere agli islamici, e troppo poco africano per piacere ai sinistri.

 

Ebbene Gheddafi è morto per mano di un manipolo di suoi compatrioti evidentemente molto più sensibili al richiamo delle play-station che non a quello del proprio sangue, considerando che, nell’assordante non-senso della brutale mattanza compiuta a suo danno, i suoi carnefici non sono stati in grado di esplicitare alcuna rivendicazione ideale che non fossero i soliti fucili in aria buoni per ogni occasione, e il più totale disprezzo per quel concetto di “dignità della vita” che nessun occidentale si sarebbe mai sognato di riservare neppure ai gerarchi nazisti caduti nelle mani delle forze alleate; e per quanto si possa tardivamente pontificare contro Gheddafi, appare troppo poco credibile riuscire a considerarlo come l’usurpatore del “male assoluto” per eccellenza..o no?!

Al contrario, va oggettivamente rilevato che egli è morto da soldato, combattendo al fianco dei suoi miliziani, quando avrebbe potuto mollare l’osso da tempo e finire a godersela come un nababbo in qualche paradiso fiscale arabo, occidentale o sudamericano come tanti altri trucidatori di esseri umani prima di lui han fatto (il brigatista Cesare Battisti su tutti, tanto per fare un nome); mentre il valore militare dei cosiddetti “ribelli” è stato pari a quello di un gruppo di ragazzini a cui degli adulti abbiano azzoppato una lucertola senza ucciderla per dar loro l’emozione di finirla. E i viziatelli che si beeranno dell’impresa nei giorni e negli anni a venire, speranzosi in qualche comparsata su MTV, o almeno al Grande Fratello, altro non sono che i figli screanzati di quella globalizzazione che ovunque e comunque frustra i giovani asservendoli al nulla del mondialismo, quel grande, famelico “nulla” che assedia oramai da decenni anche i gangli nervosi della nostra gloriosa, millenaria e variegata civiltà, ben più tenace a resistergli rispetto alle desolate lande desertiche, ma tuttavia in decadenza.

Un “nulla internazionale” che ha abbandonato un capo di Stato in carica da quarant’anni in balìa dei disvalori omicidi di un pischello vuoto di pietà umana e privo di qualsiasi eredità identitaria che non siano un cappellino da baseball con le iniziali della città che molto probabilmente fù odiata dai suoi genitori: egli non s’è neppure reso conto della gravità storica e umana di ciò che ha fatto, né la “comunità” ha inteso farglielo capire, dal momento che le intenzioni di tale comunità mondialista son proprio quelle di far regredire a tale stadio anche quegli anfratti di pianeta che grazie ad Atene, Roma e Aquisgrana compirono e avrebbero volentieri continuato a compiere secoli di cammino verso un’emancipazione spirituale degna di ciò che in Occidente chiamiamo “inestimabilità del valore di una vita umana”. Ebbene, Io da una tale merdosa comunità voglio chiamarmi fuori.

E’  diritto di ogni cittadino libero, evoluto e civile gridare in sede di assemblea del popolo: “io i massacratori di un uomo indifeso, di un prigioniero di guerra, di una comune vita umana, in casa mia, non ce li voglio!”. Soprattutto considerando che l’hanno accoppato proprio per riuscire a venirci.

HELMUT LEFTBUSTER

ott 2011 d.C.

 

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