LA SINDROME DI STENDHAL, MAL DI BELLEZZA…

La “Sindrome di Stendhal” non è solo un film di Dario Argento; è qualcosa di ben più scientifico, manifesto e reale.
Eppure se ne parla pochissimo, e se non fosse stato per il celebre regista italiano, la si sarebbe conosciuta ancor meno: come mai ?!

Leggiamo da WIKIPEDIA :

“La sindrome di Stendhal, detta anche sindrome di Firenze, è il nome di una affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini, confusione e anche allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza, specialmente se sono compresse in spazi limitati.

Il nome della sindrome si deve allo scrittore francese Stendhal (nom de plume di Henri-Marie Beyle, Grenoble, 23 gennaio 1783 – Parigi, 23 marzo 1842). Egli, essendo stato personalmente colpito dal fenomeno durante il suo Grand tour del 1817, ne diede una prima descrizione che riportò nel libro “Napoli e Firenze: un viaggio da Milano a Reggio”:
« Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere. »

La sindrome fu diagnosticata per la prima volta nel 1982 e, secondo quanto riportato, più della metà delle sue vittime sono di matrice culturale europea non italiani, che ne sono immuni per affinità culturale, ed i giapponesi. Fra i più interessati vi sono individui di formazione classica o religiosa che spesso vivono da soli.”
(da wikipedia it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Stendhal)

Ecco una di quelle indirette testimonianze argomentative intorno alle differenze antropologiche fra gruppi di umani, che forniscono applicazione divulgativa ad una scienza, l’antropologìa, altrimenti silente come la vorrebbero definitivamente quanti non riescono a sottometterne ideologicamente gli esiti.

Ci siam forse dimenticati di cosa sia il naturale sentimento d’orgoglio per la propria bellezza a tal punto da sottacerne anche le invocazioni scientifiche? Suvvìa, passateci quella torcia che si chiama lucidità, carichiamola con batterie di coraggio e lasciamo che illumini là dove le tenebre dell’ignoranza sono calate, coadiuvate dal fiato pestilenziale della grande Idra mondialista, quella stessa che Ercole seppe battere dopo averne schiacciato il subdolo alleato chelato che usciva di nascosto dalle sabbie a pinzare gli ignari avventori per renderne ancor più precaria la libertà ambientale.

Una volta partito il fascio di luce, però, ognun faccia da sé: gli occhi d’ognuno sono indispensabili per vedere ciò che ci si para innanzi senza che qualcun altro debba venirci a raccontare cosa stiamo in realtà vedendo; noi proporremo solo qualche libera analisi su quanto letto più sopra che tenga conto dell’esperienza, degli studi, dei viaggi, della capacità d’osservazione e della libertà di elaborazione individuali.

– L’Italia, per inequivocabile percorso storico, è  prezioso e massivo crogiuolo di bellezza.

– Gli Italiani, soprattutto quelli di vecchia data, essendone congeniti spettatori consapevoli, sono oramai immuni alle virulente emozioni che tale bellezza desta nell’animo umano al momento della sua percezione, alla stregua di bambini nati e cresciuti in una magione stracolma di mobili e suppellettili preziosi, allo sfulgore dei quali essi sono irrimediabilmente assuefatti.

– I popoli attigui geograficamente (Europei) e spiritualmente (Giapponesi), sensibili a tali meraviglie, ma non assuefatti ad esse, possono essere vittime di tale sindrome.

– Tutti gli altri popoli della Terra ne sarebbero invece suscettibili per evidente scarsa abitudine alla bellezza.

Quest’ultimo punto è solo una deduzione logica, e, ahinoi, suscettibile di veto, soprattutto in epoca di dittatura materialista ove tutto ciò che non è monetizzabile (ipotesi, deduzioni, sogni, suggestioni, spirito, libere convinzioni), va gettato al macero assieme al concetto stesso di “parteggiare”, spaesato retaggio di competizioni sportive ch‘erano volte a misurare e classificare “i migliori“ in un’ottica nella quale ogni “parte” faceva di tutto perché fossero i propri.
Paradossalmente “la classifica” torna di moda in ambito pubblicitario, ove la “monetizzazione” conduce da tempo la nave mediatica, e gli spot su vacanze presso insignificanti paesi esotici vengono “parteggiati” e preferiti a quelli invitanti ad approfondimenti culturali domestici, nel momento in cui il mercato globalizzato ci indica come “invitante” e preferibile ciò che “conviene” e non più ciò che “appartiene” (provate a contare la quantità di spot esterofili che girano rispetto a quelli che invitino l’italiano medio a visitare Siracusa, Amalfi, la Lunigiana o i luoghi risorgimentali).

Valorizziamo dunque l’inoppugnabile assetto logico-deduttivo che lo studio wikipediano sulla Sindrome di Stendhal (come qualsiasi altro) suggerisce in chi ama ragionare.

Approfondiamo e restiamo liberi. E belli.

HELMUT LEFTBUSTER

 

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