Disprezzo del reale e atrofia immaginativa: preludio all’assenza (di Ille Doctor Luminis)

In relazione all’uomo ogni cosa significa, ovvero ogni uomo attribuisce un significato a quella cosa. Dunque tutto segue un senso, persino ciò che nasce volontariamente senza senso, magari come provocazione. Già, perchè a questo mondo persino la negatività (si pensi al concetto di numero negativo) è convenzione: in realtà tuttto esiste ed è positivo, solo che differisce – magari – in determinate variabili.

Resistere al senno generale mediate un uso critico di un senso di segno opposto (la classica forza uguale e contraria) penso sia scontato per l’intellettuale, probabilmente persino banale. Ma, estendendo il campo alla gente comune, ci si rende conto benissimo di una grave ed intensa perturbazione del ragionamento de quo: la stragante maggioranza delle persone si oppone al senso comune non tramite un senso opposto o tramite intelligenti e provocatori nonsense (come successe durante le avanguardie), bensì attraverso una desemantizzazione della realtà, ossia cercando di togliere profondità, riflessione, pertinenza e valore ad ogni singola azione, sperando di poter vivere in un iperuranio di pura artificialità nonostante siano dannamente – come tutti noi – agenti in questa benedetta dimensione del reale.

In altre parole stiamo assistendo ad uno stranissimo modo di reagire ad una crisi sociale: la gente rifiuta la realtà del reale, arrampicandosi su di una fantasia oramai atrofizzata da pericolosissime protesi mnemoniche, derivanti da un uso distorto ed fallace della più grande, imponente e meravigliosa (oserei dire divina) caratteristica della contemporaneità: il medium audiovisivo.

Voler fuggire il reale tuffandosi in un immaginario non più disponibile significa rimanere intrappolati in un limbo in cui gli oggetti, le azioni perdono la loro validità reale senza poi acquistarne un’altra simbolica.

In poche parola, ci ritroviamo a fare cose, a vedere cose prive di alcuna possibile spiegazione.

Ogni bellezza, ogni necessità, ogni possibilità muore nell’assenza di significato. Ritrovandoci a convivere con gente senza più memoria, intrappolata in questo limbo di totale assenza tra un senso (il reale) ed il suo speculare (il virtuale), il peggio è normale. Ed il peggio, in fin dei conti, è quello che avremo sempre, se non ritroviamo la forza di significare, adesso.

Come si fa a significare? E’ facile: basta ricordarsi come fecero i nostri padri a dare un senso al tutto. Certo questo è il presente, e gli insegnamenti devono essere adattati, soppesati, magari anche scelti. Non penso che ricordare sia tutto, penso semplicemente che sia un inizio più che degno.

Noi non siamo i nostri padri, ma non siamo neppure estranei ad essi. Noi siamo loro, eppure non siamo loro: conserviamo una identità storica eppure perpetuiamo uno statuto civile. Insomma, non vorrei scomodare le ate sfere, ma per me tra una generazione e l’altra funziona un po’ come tra le ipostasi trinitarie: compartecipiamo della stessa sostanza (nel caso specifico, l’Occidente) eppure ci differenziamo articolandoci in identità ben chiare, definite.

Ora qualcuno si starà giustamente chiedendo: a cosa servono tutti questi paroloni? Amici, quello che sta succedendo non è normale, e come tutte le situazioni al limite va analizzato profondamente. Di certo i dati che ne vengono fuori sono spesso in contraddizione, e difficilmente puntano ad un modello possibile.

Oggi come oggi è abbastanza difficile conservare una visione strutturata del tutto. Probabilemente l’unica possibilità è questa: tenere costantemente in tensione i pilastri del proprio pensiero. Meglio che un eventuale crollo sia controllato e/o previsto di una completo e totale annichilimento provocato da uno scontro di massimi sistemi. Scontro in atto, tra l’altro. Perchè sempre più persone, vivendo e producenzo insignificanti, sono alla ricerca dell’altro, e sono disposte a perdersi pur di trovare altrove illusione di esistenze stabili.

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