Dove non arriva la legge arrivi il buon senso, e non il moralismo spicciolo (di Ille Doctor Luminis)

Qualcuno un giorno ben pensò di concedermi il lusso di respirare: da quel momento iniziai a guardare con cinica diffidenza ad ogni comportamento condiviso che si articolasse come legge aggiunta alla legge.

Siamo uomini, e la nostra società prevede irrimediabilmente uno stato che la difenda. Lo stato è composto di leggi, ed è compito nostro rispettarle sul momento, per poi valutare – nei limiti del permesso – le modifiche che via via sia adattano ad un progressivo miglioramento del tutto.

Riusciamo a delinquere con lo stato: cosa faremmo senza custodi? L’uomo può mai essere custode di sè? Ovviamente sì, ma per affrancarsi dalla schiavitù uno schiavo deve saper meritare fiducia, ovvero essere capace di garantirsi la vita anche al di fuori di ciò che da una parte è una gabbia, dall’altra è un riparo.

L’uomo ha addomesticato tante bestie, e – per rimanere coerente al suo senso civile – è riuscito ad addomesticare persino sè stesso. E la libertà massima? Quella non siamo in grado di gestirla direttamente. Annientare lo stato adesso sarebbe come abbandonare un cucciolo su un’autostrada: gli regaleremmo contemporaneamente libertà e morte.

La teoria delle giuste dosi (che fa tanto omeopatia, di questi tempi) è antica ma saggia: si può morire anche di sommo bene.

Ma diamo uno sguardo alla situazione con occhi diversi: abbiamo una società, una legge e conserviamo il buon senso di gestire al meglio la restante parte di libertà autoconcessaci direttamente, nonchè di gestire indirettamente la parte che abbiamo delegato alla società stessa.

Non mi sembra un sistema così cretino il nostro, anche perchè è costruito sul sacrificio di numerossime persone. Ecco: il sangue di chi ha lottato per la libertà è il primo garante della precisione ideale delle nostre leggi. Figo no? E’ quasi religione. Dopo tutto quel Mazzini non aveva tutti i torti.

Abbiamo una società, uno stato, una legge e del buon senso. Che altro occorre per essere felici? Niente! E perchè non siamo felici? Questa è una domanda interessante: valutiamo.

Ho palesemente ammesso, poco fa, che occorre ridurre noi stessi per renderci compatibili al dialogo, unico modo che possiede l’umanità tutta per essere compartecipe di una Ragione che sfugge alle altre bestie. E’ un processo curioso: dobbiamo ridurci per aumentarci. E’ uno dei piccoli paradossi apparenti che governano la nostra vita (in realtà nessuno si riduce: chiunque darebbe via tutto ciò che ha per guadagnare sicuramente il doppio).

L’unica cosa è non strafare, prendendo tutto ciò come un incentivo alla riduzione: rinunciando a parte delle nostre libertà e creando un livello di legge diventiamo immensi, ma ciò non vuol dire che creando due livelli di legge e rinunciando quasi a tutta la nostra libertà diventiamo divinità.

E’, ahimè, quello che accade di questi tempi: ognuno, pur di sentirsi sempre più sicuro, obbedisce a due, tre, addirittura quattro padroni contemporaneamente, quando basterebbe essere fedeli ad uno solo, lo stato (che poi è un padrone bizzarro, poichè – in parte – siamo noi stessi: è come se fossimo gestiti da una società di cui possediamo una quota. E’ il massimo che siamo riusciti a fare? Non fate quella cazzo di faccia e continuate a leggere!).

Ed eccoci qui, tutti omologati e fieri di fare ciò che fa il nostro vicino, il nostro amico. E il dissenso, soprattutto quello minimo, non è assolutamente permesso! Siamo quasi fieri di circondarci di gente che non fa altro che dire di sì al sì e no al no, e che è portata addirittura a scusarsi se forse, per un momento della sua vita, ha avuto un libero pensiero autonomo.

Se tutti dissentono, mi permetto di chiedermi da cosa dissentano, visto che nessuno nega! Se tutti acconsentono, mi permetto di dedurre o che siamo arrivati alla perfezione assoluta, o che qualcuno sta tentando leggermente di mettercelo in quel posto.

Torniamo alla domanda di partenza. Che altro serve oltre società, leggi e buon senso?

Ribadisco, niente! Servirebbe sottrarre qualcosa, non aggiungere. Basterebbe capire che quelle leggi seconde, terze, quarte sono in realtà trappole, e che la vera affinità di pensiero è affinità di buon senso, non la cieca obbedienza alle sullodate leggi seconde, terze o quarte che siano.

L’uomo deve gestire le proprie possibilità al meglio, ergo deve districarsi nel fitto reticolo delle varie libertà. Da una parte ci pensa la legge a porre i limiti, ma dove non arriva la legge bisogna che agisca il buon senso. Affinità di buon senso si chiama morale comune, affinità di cieche obbedienze a leggi seconde, terze o quarte si chiama moralismo (accezione contemporanea e negativa di un termine che in passato ha avuto significati ben più rosei)

Mai e poi mai affermerò che il mondo libero ha bisogno di cloni, e quando qualcuno inizierà a pensare alla lettera ciò che sto pensando io inizierò seriamente a preoccuparmi.

Amici, condividere punti di vista e lodevole, condividere una morale è quasi divino…ma se iniziamo a condividere la cieca obbedienza alle oramai famigerate leggi seconde, terze e quarte…siamo davvero fottuti.

Parola di uno a cui nessuno – amico o nemico – si è mai permesso di rivolgersi in modo imperativo senza successivamente beccarsi un sonoro, fiero, italianissimo “fuori dalle palle: mi oscuri il vivere”.

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