ANATOMIA D’UN PASSAGGIO IN AUTO

Giorni fa’ ho dato un passaggio in auto ad un tizio. Ero sulla strada per casa e lo vedo lì sul ciglio, che mi fa cenno di fermarmi, un signore anziano con le stampelle, anzi ne aveva una sola; non m’è parso particolarmente malconcio, non aveva bisogno d‘aiuto. Ma non aveva neanche quell’aria di sfida tipica di certi autostoppisti d’annata, quelli che criticavano la società borghese automunita e poi ne scroccavano gomme e benzina per spostarsi, nel loro frenetico e ideologico girovagare senza mèta, quindi senza interessi, né intenzioni, né amore per dove andavano.

No, il tizio a cui ho dato il passaggio aveva semplicemente l’aria di un nonnetto bonario che per qualche ragione non era altrimenti riuscito a tornare casa, poteva non essergli partita l’auto al parcheggio, oppure aver perso l’autobus, o semplicemente non essersi sentito in grado di guidare. O magari gli andava di parlare con qualcuno: e allora perché tirarsi indietro?!

Non do volentieri i passaggi in auto, ovviamente per via dei rischi, ma anche perché per aiutare qualcuno deve esistere una ragione, un movente, oggettivo o soggettivo; tempo addietro  diedi uno “strappo” – diciamo noi romani –  ad una conoscente sulla canna della bicicletta; c’era lo sciopero dei mezzi, era tardi, così l’ho portata con la gonna svolazzante da Ponte Flaminio sino al Colosseo, in pieno stile film anni’50. Fu divertente per via della bici e del fatto che mi feci bello con quella ragazza; ma in auto e con gli sconosciuti non lo faccio mai.

Perché stavolta sì? Per un fatto importante: ho voluto cogliere l’opportunità di scegliere se poter compiere una liberalità o meno.

Dare un passaggio è l’apoteosi del gratuito, è un qualcosa che va oltre l’inflazionato concetto di carità. E vivendo un’epoca nella quale il rischio  di precipitare nell’ obbligo della cosiddetta “solidarietà”, asettica, mondialista, fintamente pauperistica, è dietro l’angolo, mi son voluto giocare questa residua carta di libertà: poter decidere che davo quel passaggio semplicemente perché mi piaceva la faccia di colui a cui lo davo.

Quel volto mi apparteneva, aderiva ai miei canoni estetici e familiari; quel canuto signore, lungo i 7-8 chilometri che avremmo percorso assieme, mi avrebbe persino potuto insegnare delle cose, raccontare dei fatti, parlarmi della mia terra, della sua vita, senz’altro di qualcosa che avrebbe comunque riguardato entrambi.
E così ho scelto e deciso io se dare o meno quel passaggio, e l’ho fatto sulla base del mio insindacabile sindacato.

Ed è stato bello.

Piuttosto gli ho detto di fare attenzione,  la prossima volta, poiché nel tempo della globalizzazione e del  sovvertimento di quelle gerarchie valoriali che ci hanno accompagnato per secoli, il pericolo non è più tanto a darli, i passaggi, quanto a prenderli, considerato chi oggi gira in automobile, e chi, come quel nonnino con la stampella, è costretto ad andare a piedi.

G.dX – Deviate Damaen & Aristocrazia Dvracrvxiana –

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