RAVIOLI DI RICOTTA ALLA CREMA PASTICCERA E SPRUZZI DI BOTTARGA

Perché le tanto amate “commistioni”, le assurde interpolazioni gastronomiche (che furbescamente sott’intendono sempre ammiccamenti ideologici di più ampio respiro) tanto amate dal radical-chicchismo inter-nazionalista, non vengono mai proposte in chiave “intra-nazionalista“?
No, sanno solo propinarci salmastri accostamenti più simili a sadiche irruzioni nel piatto che non a sperimentazioni organiche ad un concetto d‘insieme, il suolo, la cultura, una leggenda. Del resto che leggende potrebbero mai esistere plausibili ad ipotizzare il tuffo di una radice ugandese in un’insalata di carciofi che una famiglia italiana emigrata in Australia si sta preparando dai cognati riuniti in Giappone per Natale?!

A riprova di quanto, come la lingua ha saputo fare con le genti italiche, l’italianità sia un concetto culturale prima che politico, in più ambiti e senza che ciò sia minimamente dicotomico rispetto alle nobilissime identità locali che la compongono, anche la gastronomia gode d‘una nazionalità frutto di coesistenze regionali e zonali; e invece mai che ci propongano qualche “melange” interregionale utile a dimostrare come l’insiemistica del concentrico ponga la sua ragionevolezza in rapporto alle vicinanze spaziali e culturali, e non a stucchevoli  follie dove + lontano = + bello.

Dove nascono i ravioli di ricotta? Pasta all’uovo, ricotta, quindi pastorizia, quindi attività agricola che possiamo trovare radicata in Trentino come sul Pollino, in Puglia come a Roma. La pasta ripiena, poi, è un’altra costante tutta italiana.
La crema pasticcera è un prodotto gastronomico dolciario probabilmente più radicato al nord, sebbene se ne trovi traccia ovunque, ad esempio nelle marche  si mangia fritta così come in Piemonte, ed in campania si gusta in mille ricette diverse, sia dolci che salate.

La bottarga, è una pietanza della tradizione sarda, in particolare della sardegna meridionale; ma è presente anche nella tradizione sicula, probabilmente per derivazione greco-bizantina (ootarichon = uova essiccate), per poi ritrovarsi su molti tratti della costa laziale e toscana; singolare e diremmo grottesco, pertanto, che i nostri connazionali la conoscano meno del caviale, sebbene, essendone sostanzialmente una versione mediterranea, quindi nostrana, dovremmo consumarne molta di più, cosa che non avviene nemmeno in considerazione del suo minor costo e, parere personale, dell’infinitamente maggiore bontà.
Insomma…mai che si remi a favore della propria corrente, eh?!

Bene, anzi ..male, ma veniamo alla nostra ricetta e cerchiamo di valorizzarne, oltre a quello gastronomico, il significato culturale: i ravioli non si salano, poiché il contenuto in rapporto agli ingredienti che lo compongono già parla da sé; si cuociono al dente e si pongono scolati su un piatto di portata largo già cosparso di crema pasticcera non troppo addensata, ma non vanno mescolati subito, così da restare incremati soltanto sul lato di posa. Una volta adagiati sul letto di crema, si spruzzano di bottarga grattuggiata sulla parte fumante rimasta “nuda” di condimento, cosicché il contatto della bottarga col calore del raviolo appena scolato sprigioni tutto l’aroma che deve, e fonda poi la propria consistenza granulosa in un sublime sughetto attraverso l’aggiunta finale d’un goccio d‘olio d‘oliva. Solo allora si procederà a rimestare i ravioli nel piatto di portata, miscelando ogni ingrediente con gli altri. Aggiungeremmo un ultimo tocco di piccante, o del peperoncino o del pepe, a seconda della preferenza d’ognuno.

Le dosi: allora, per un quantitativo di ravioli sufficiente per 4 persone (6-7 etti), vi basteranno 3-4 cucchiai di crema, grosso modo quello che usereste se si trattasse di panna o besciamella; la crema pasticcera (la cui ricetta troverete qui https://aristocraziaduracruxiana.wordpress.com/2010/05/17/la-torta-della-nonna-lidentitarismo-alimentare-parte-dalla-colazione/ ) che vi avanzerà potrete usarla per farci una crostata, o una merenda al cucchiaio.
Per quanto riguarda la bottarga, andate a occhio, considerando che è molto salata di suo (soprattutto se userete quella di tonno già grattata), per quanto non abbiate salato l’acqua della pasta; quindi spolverateci i ravioli con una quantità sufficiente a coprirne la vista. Girate bene, poiché gli aromi confliggenti dolce-salato riescano ad amalgamarsi a dovere.

Non aspettatevi sapori “consueti” da questo piatto, ma l’italica identità e genuinità degli ingredienti ci starà tutta e convivrà perfettamente con l’originalità al limite dell’ardito degli accostamenti proposti.

TESS LA PESCH – Aristocrazia Dvracrvxiana –

con prefazione di Helmut Leftbuster.

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