Archive for gennaio 2013

SPAGHETTI “ETNICI” ALL’ESCHIMESE

gennaio 25, 2013

“Etnos” vuol dire popolo, non popolo con collane, pendagli e connotati latitudinali particolari. Eppure, per “cibo etnico”, abbigliamento “ethnic” eccetera, si intendono sempre le solite esoticherie di maniera, come se ci fossero intere civiltà minori incapaci di avere una loro tradizione gastronomica o estetica definibile “etnica”; e lo stesso aggettivo “esotico” sembra volersi riferire sempre solo ad atmosfere con sabbia, palme e noci di cocco, quando, etimologicamente, significa semplicemente “esterno alla cultura autoctona”.

Bene, con la globalizzazione è ovvio sia andata in sofferenza quella che un tempo era la naturale curiosità di scoprire cibi diversi: trent’anni fa’ il kebab o un piatto di riso all’indiana potevano essere legittime voluttà di chiunque desiderasse sperimentare delle novità gastronomiche aliene; al contrario, oggi che ne siamo invasi, di esotico han perso ogni senso logico, salvo restarne semmai stomacati, considerando che i tredicenni con pochi euro in tasca li preferiscono alla pizza non per un fatto di gusto, ma per la quantità e sazietà garantite dal grasso a basso costo delle salse.

Bel lavoro ha combinato questa globalizzazione, c’ha tolto anche il piacere della diversità!

E allora, a riprova del fatto che “esotico” ed “etnico” non è solo ciò che viene dai continenti “poveri”, ma da qualsiasi luogo o cultura estranei ai nostri, stavolta proporremo un piatto eschimese, a dimostrazione di quanto l’identità passi anche per la contaminazione e l’uso di alimenti lontani, purché una-tantum !

E ci piacerebbe che altrettanto facessero i “poliedrici” gastronomi multiculturalisti, i quali invece, aperti solo a chiacchiere, propinano unicamente ricette mondialiste e sostenibili distributivamente dalle multinazionali, quindi fatte soltanto con materia prima scadente, industriale, e non certo sopraffina come le aringhe o il salmone.

SPAGHETTI ETNICI ALL ESCHIMESE

 

L’aringa (Clupea Arengus) è un pesce dell’atlantico settentrionale, molto saporito e ricco di sostanze nutrizionali importanti ed Omega 3, soprattutto nella versione affumicata che è la meno grassa.

Noi useremo proprio quella, la trovate con relativa facilità anche nei supermercati; togliete la lisca centrale (sempre un po’ fastidiosetta al palato), e tagliate i filetti a dadini.

Non salate l’acqua degli spaghetti, ci penserà l’aringa; i dadini li porrete nella casseruola di condimento della pasta assieme ad un po’ d’uvetta e qualche pinolo. A parte sbatterete un goccio d’olio con un po’ di pasta d’acciuga così da fare una cremina.

Una volta scolati gli spaghetti, li getterete bollenti sui dadini di aringa affumicata, senza ancora oliare, così che a contatto col calore si sciolgano un po’ e liberino aroma. Poi inizierete a girarli, oliando a dovere e aggiungendo la cremina con l’acciuga e una spruzzata di spezie (pepe e/o noce moscata).

A noi una soffiata di formaggio grattato non scandalizza, ma se ne può fare a meno.

La ricetta è semplicissima, come vedete, ed equilibrata sia organoletticamente che nutrizionalmente. Mal che vada, dopo, berrete un po’…

TESS LA PESCH con la prefazione di H. Leftbuster.

–       Aristocrazia Dvracrvxiana –

INSALATA DI CECI, ARANCE E TONNO ALL’INSCATOLATA

gennaio 25, 2013

Quando il manicheismo alimentare diviene nevrosi o peggio ideologia, si finisce o col mangiare da schifo o col vivere di merda. Quindi, meglio evitare, no?!

Allora, dal momento che per essere più realisti del Re dobbiamo accettare che la quotidianità non sempre ci dia il tempo di “cucinare”, e che talvolta ci si debba rassegnare ad aprire scatolame di emergenza per evitare che la cena si trasformi in un cenone di mezzanotte, tanto vale munirsi la dispensa per tempo di prodotti in scatola (italiani, dato che le marche non mancano) da assemblare con fantasia, gusto ed armonia. Lo scatolame non va demonizzato di per sé, esiste da che esiste il metallo, e la sua bontà dipende da che cosa c’è dentro e da dove proviene: ovvio che sia d’uopo bandire roba a basso costo, marche sconosciute e dalle scritte improbabili..se non dagli alfabeti illeggibili, e soprattutto prodotti la cui materia prima non sia di natura rintracciabile ad occhio nudo: qualsiasi “pappetta” deve incuterci diffidenza, è naturale, ma insomma, un cecio è un cecio anche in scatola, e quella del tonno è una carne che si conserva da sempre, dunque non deve destare altra attenzione che non sia riservata al produttore e al distributore facilmente rilevabili dall’etichetta.

I ceci sono buonissimi, e si trovano, conservati, anche in cartone di buona qualità; si scolano dal liquido della Insalata ceci arance e tonnoconfezione e si condiscono con un’arancia fatta a brandelli, del rosmarino, insalatina fresca a foglia piccola e del buon olio d’oliva. Poi aggiungerete del tonno in scatola (anche qui non mancano marche italiane, sappiatele scegliere, anche spendendoci qualche centesimo in più..) possibilmente al naturale, ed unitelo all’insalata mischiando bene (con le mani è la miglior cosa..ed è il non plus ultra dell’identitario), senza rinunciare ad una bella spruzzata di pepe finale.

Vitamine, proteine, carboidrati, sali e grassi ci son tutti; è un piatto semplice, veloce e buonissimo!

TESS LA PESCH & Aristocrazia Dvracrvxiana

LE DISFUNZIONI MUSICALI DEL MULTICULTURALISMO : L’ AGONIA DEL METAL E DEL NOSTRO MODO DI VIVERLO

gennaio 21, 2013

di D. VAN DEAROMANTIK

Il gioco al ribasso del mondialismo è rendere tutto uguale, un melting pot di sapori che si perdono in un unico amaro retrogusto : il linguaggio perde la grammatica e la sintassi originaria a favore di uno slang unico ,comprensibile a tutti. Ma si sa, più le cose sono di tutti e più perdono valore, il loro valore individuale e la loro capacità di essere condivise solo con altri individui particolari : perdono la loro identità.

Io che per mia fortuna sono cresciuto in un mondo ed in un contesto non ancora globalizzato ho potuto beneficiare di alcune bellezze che sembrano sparire mano mano di fronte ai miei occhi, cose che hanno caratterizzato il mio modo di essere e che mi hanno fatto sentire simile a qualcosa di particolare e quindi diverso dal resto, dal quasi-tutto, dall ‘informe , da quella parte di realtà che rifiuta il concetto di identità.

Tra queste bellezze ve ne era una che ha contraddistinto la mia vita e continua ancora oggi a farlo : la passione verso la musica metal.

Da bambino mi è stata trasmessa dal mio amico più caro, da quello  con cui sono cresciuto, l ‘ho mantenuta crescendo, l’ ho ampliata, l ‘ho trasmessa a mia volta , l ‘ho custodita come un tesoro, l ‘ho legata alle persone che ho amato e che amo come un legame indissolubile.

Trasmettere un valore, mantenerlo, ampliarlo, ritrasmetterlo, legarlo ai sentimenti e viverlo : un cerchio magico che oggi viene messo in discussione dal multiculturalismo che odia il valore, biasima i legami forti, punta il dito sulla trasmissione del passato e delle sue radici volendo creare un mondo completamente altro, dove ogni tradizione viene relegata al massimo ad un ricordo meta-storico.

La globalizzazione ha mietuto molte vittime, una delle prime è stata la musica metal in quanto rappresentante di una forte identità occidentale, un insieme di emozioni che parlano al cuore della nostra civiltà. Chi amava The Trooper, One, Paranoid, Valhalla, Keeper of the seven keys è stato sostituito  dai ragazzi di periferia che rincoglioniti dai mass media fanno i rappers emulando modelli di vita assolutamente non coerenti con la realtà vissuta. Ma non solo.

Il cambio più importante è avvenuto nel campo della fruizione della musica e quindi nel modo di viverla.

Il multiculturalismo ha come obiettivo primario e finale la sostituzione dell’individuo con il consumatore. Una massa senza identità atta a consumare i prodotti del villaggio globale :  i kebab, i prodotti cinesi, i centri commerciali ed anche la musica “mondiale” ( mondialista !!!! ) che la senti di sfuggita per radio o magari mentre mangi al mc donald.

Dio, quanto odio la musica di consumo!!! Io la musica la sento solo con le cuffie, da solo o se in compagnia veramente deve essere una compagnia intima. Deve essere una cosa mia la musica, non di tutti, le emozioni se vanno condivise va scelta accuratamente la persona con cui dividerle e viverle.

Per non parlare del momento precedente all’ascolto : per noi metallari comprare un cd era un atto sacro, il libretto da sfogliare come un testo divino, il collezionare tutti i dischi di un gruppo. Dall’ esterno eravamo fanatici, in realtà lo eravamo perché il fanatismo, l ‘identità sottolineata,  è la risposta estrema ad una società che iniziava a propinarci il pensiero debole, il siamo tutti uguali, il perbenismo.

Forse non ce lo siamo mai detti chiaramente questo , non era solo musica ma era uno stile di vita, una scelta politica nel vero senso del termine, niente che riguarda partiti o ideologie ammuffite : era un modo di essere, in opposizione ad una realtà che voleva rinchiuderci nell’apparire.

E che purtroppo lo ha fatto, in maniera scientifica e cinica.

Mi sono fatto un giro per Roma l ‘altro giorno andando per i negozi musicali dove andavo quando ero adolescente, dove LE DISFUNZIONI MUSICALI DEL MULTho comprato i dischi che hanno segnato la mia vita,  ora è  tutto chiuso. Gia lo sapevo chiaramente ma è stata un’occasione per pensare.

Ricordate i vari Revolver, Disfunzioni Musicali, Metropoli Rock? Sono i posti dove sono legati tanti ricordi miei e sicuramente anche vostri. Questo vuol dire che non siamo più ragazzi , è certo. Ed è giusto che tutto abbia un inizio e tutto abbia una fine. I Type  O Negative dicono giustamente everything dies.

Ma vi è una differenza tra noi e chiunque altro ci ha preceduto ed ha visto i cicli della loro vita chiudersi : i nostri nonni, i nostri padri ci hanno lasciato un mondo simile che pazientemente ci hanno insegnato ad amare, a conoscere ed a capire. Noi invece ogni giorno vediamo sostituire i luoghi della nostra identità con negozi scamuffi  “tutto ad un euro” ( il basso costo senza qualità del multiculturalismo) , coi kebabari, con ristoranti cinesi, money exchange utili solo ad impoverire il nostro paese.  Il mondo che stiamo consegnando ai nostri figli è un altro mondo, dove sicuramente non c’è più spazio per chi ama qualcosa o qualcuno. Amare vuol dire scegliere e scegliere diventa subdolamente discriminatorio perchè il perbenismo odia la discriminazione .In questo senso non ci stupiamo se prima eravamo in tanti a sentire certi gruppi e vivere la musica in un certo modo ( tanti ma sempre in minoranza, quanto è bello essere i pochi contro i tanti!)  ed ora invece i nostri figli, i cugini e fratelli più piccoli non sanno neanche chi è James Hetfield ma emulano il primo rapper gonfio di oro. Non è una cosa insensata, non è folle per loro essere simile a Tupac. Ora sono più simili si al rapper perché è questa  la somiglianza del multiculturalismo !!!

Una cosa inventata di sana pianta ma efficace perché ha gli strumenti di distrazione di massa dalla sua parte, come mtv et similia ( non a caso l’unico metal che trasmettono i media multiculturali è la mondezza metal-core, nu-metal e rap-core)

Alla fine sono due le cose :  il metal è stato uno stupendo crepuscolo coinciso col tramonto di una storia e di una civiltà, una estremizzazione che avveniva durante lo sgretolarsi di un’essenza,  oppure è stato un momento di riscoperta, di rinascita, di rafforzamento.  Nella seconda ipotesi ritrasmettiamo ciò che abbiamo amato e che ancora oggi amiamo, senza sosta. Ritorniamo a comprare i cd, ad ascoltare musica nel silenzio, ad amare la nostra individualità.

Nel primo caso invece, aimhè, è stato un bel momento, è stata una bella vacanza in cui ci siamo divertiti, applausi….e il sipario si chiude.

Sta a noi decidere quale mondo vivere e soprattutto trasmettere.

D. VAN DEAROMANTIK  – Aristocrazia Dvracrvxiana & bassista dei Deviate Damaen –

 

CHE CI MANGEREMO, UN GIORNO, L’I-PAD?!

gennaio 18, 2013

L’antimodernismo potrà essere criticabile quanto volete in chiave ideologica, ma di logica ne ha da vendere!

Pensateci un attimo: qual è la sola esigenza umana vitale alla sopravvivenza d’ognuno, circadiana sin dal giorno del vostro primo vagito, e tale immutata sin dall’epoca delle caverne ?! L’alimentazione, senza dubbio. Sia essa intesa come consumo, sia come produzione e reperimento del cibo.

Allora, dimentichiamo per un attimo l’aspetto culturale della gastronomia (apriremmo una voragine polemica da destinare ad altro scritto), e dedichiamoci a quello meramente produttivo: il Lazio, per questioni geografiche, storiche e strutturali è senz’altro una delle regioni più verdi d’Italia e quindi maggiormente adatte all’agricoltura, alla pastorizia e alla pesca, da ben prima di Romolo e Remo (Bucoliche e Georgiche virgiliane vi dicono nulla?!).

Ora, posto che gli I-Pad non si mangiano né si coltivano, ma si possono costruire ed adoperare a Milano come ad Helsinki o a Singapore, che senso ha riassumere iconograficamente la campagna elettorale per una regione del genere trattando la voce “lavoro” come se fosse riservata solo a chi, in abiti fighetti, si “suda la pagnotta” attraverso un supporto tecnologico?

Forse che nella vita lavorano solo informatici, commercialisti, ingegneri e avvocati, mentre chi usa zappa e forcone si gratta tutto il giorno?! Dov’è finita quella proletaria dignità del lavoro che a sinistra, a suo tempo, acclamarono a tal punto da dedicare a due strumenti agricoli e meccanici, la falce e il martello, l’icona comunista per eccellenza?!

Ebbene, desumiamo dall’immagine in argomento, che, o il candidato in questione, una volta eletto, se ne fregherebbe manifesto Zingarettialtamente della tutela delle uniche categorie professionali da sempre e per sempre vitali alla nostra sopravvivenza biologica, i contadini, gli allevatori e i pastori, oppure il progetto è quello di cementificare a tal punto la regione (e il Bel Paese tutto) da toglierle qualsiasi autonomia produttiva essenziale, per farne un dormitorio a cielo aperto.

Certo è che la sinistra da mo’ non si sporca più le mani di terra e di grasso: e cosa ci mangeremo, un giorno, l’I-Pad di Zingaretti?!

HELMUT LEFTBUSTER, 20 1 2013 d.C.

QUELLA BELLA ITALIA CHE VA ANCORA A TEATRO

gennaio 15, 2013

Era tanto che non andavo a teatro, e il compleanno di mia madre è stato una degna occasione per vincere il tedio di raggiungere il centro facendosi lordare i sensi dall’attuale climax metropolitano che ristagna su Milano, come su Genova o Torino, e come, purtroppo, anche su Roma.

Debbo dire, però, che già affrontando l’assembramento di persone all’entrata dell‘Eliseo, sulla bella via Nazionale, vengo avvolto come da una sensazione antica, forse un po’ nostalgica, ma di fatto attuale e tutt‘affatto illusoria: belle signore con i cappelli che si sporgono a guardare le locandine, canuti signori in Loden verde che tengono sottobraccio le proprie mogli per accompagnarne, dopo un’intera vita assieme, anche la scalinata del teatro domenicale; un vociare colto, garbato, condito di picchi verbali concernenti il passato, nomi di grandi attori, citazioni di letteratura italiana, menzioni di eventi storici, un drappeggio atmosferico vellutato come il magico, gigantesco sipario che di lì a poco si sarebbe aperto.

Che meraviglia, soggiungo, ma che Italia è questa?! Non è quella che scorgo in istrada ogni giorno, anonima, sordomuta e distaccata empaticamente da tutto e da tutti; non è quella che vedo in tv, nei telefilm – anche italiani – sempre più sciatta, sguaiata e violenta, né tantomeno quella di una politica che ha liquidato il concetto di “cultura” dal momento stesso in cui ha rinunciato alla missione del tramandarne i contenuti e le forme così come li ha ricevuti dai suoi predecessori.

Oggi la cultura imperante parla h.24 lingue miste e si serve di canoni multiculturali(sti) che solo per farsi intendere assorbono gran parte dell‘energia che ad un uomo occorre per elaborare una qualsiasi forma poetica, soprattutto se non gli appartiene storicamente: sarebbe quindi impensabile incontrare un globalizzato soggetto dei tanti che affollano gli asettici centri commerciali, qui, a godersi una commedia del grande De Filippo: che gliene potrebbe mai fregare, e come potrebbe mai capirla? E infatti non se ne vede mezzo…

Va in scena “Questi Fantasmi”, di Eduardo, un concentrato di umanità, di identità partenopea, di tragicità esistenziale velata di relativismo pirandelliano, che ha come acme il monologo in cui il protagonista, Pasquale Lojacono, illustra come farsi un buon caffè con la “napoletana“, e soprattutto come berselo: senza fretta, gustandoselo, godendoselo; esattamente il contrario di ciò che avviene con il vivere attuale.
Del quale vivere attuale il commediografo sembra quasi volersi fare beffe attraverso un visionario senno del poi, domandandosi, già nel ’45, come fosse possibile bersi un caffè in piedi all’interno di un bar affollato, con gli altri avventori che ti premono da dietro, costringendoti inesorabilmente alla fretta.
Incredibile, già nel ‘45 un attento osservatore di vicende umane come De Filippo intravedeva quindi i bubboni del modernismo, della globalizzazione, quelle piaghe purulente che tolgono anima e respiro a qualsiasi momento poetico di qualsiasi giorno che Dio manda in Terra.

Questo è Teatro, signori miei: ricostruire un vissuto identitario attraverso una scenografia aderente al periodo storico che si porta in scena e attraverso una socio-psicologia attoriale che faccia ridere o piangere con i medesimi stilemi empatici per cui ridevano o piangevano i contemporanei uomini senza tempo coevi dell’autore. Perché, signori cari, l’unica possibilità umana di annullare il valore del tempo è quella di eternizzare il valore dell’identità: continueremo a bere del buon caffè alla napoletana anche fra 1000 anni se sapremo non alterarne la ricetta, gli ingredienti e la dignità ambientale con cui la Natura ce lo ha servito per la prima volta “qui“ e “così“.
Al contrario, tradendo e traviando tutto questo, basterà anche un solo giorno per passare dal bere quel caffè al bere del piscio!

Si chiude il sipario e con esso, riavviandoci all’uscita, anche quella meravigliosa sensazione di trovarmi nella mia Italia d’infanzia: ahimé, temo quest’oggi d’aver visitato quella che è oramai la “riserva indiana” di una popolazione che un tempo era tale e quale al supermercato, come nei cinema, come al luna-park, come nelle chiese, come sugli autobus; ora, quest’Italia sopravvive solo “a teatro“, e non certo per questioni classiste o generazionali, ma, temo, per questioni demografiche, educazionali e di progettazione politica.

Non diamogliela vinta a questi bastardi globalisti: non lasciamo che il Teatro, l’Arte, l’Occidente che siamo stati per millenni muoiano per diseducazione pilotata e per inedia di utenza demografica. Andiamoci noi, a teatro.

Grazie, Eduardo, grazie anche per questo bel pomeriggio in compagnia della mia bellissima mamma ed imbibito della mia grandiosa civiltà d’appartenenza.

G.dX – Deviate Damaen & Aristocrazia Dvracrvxiana –

QUELL ITALIA CHE VA A TEATRO

INTO WHITE DARKNESS

gennaio 11, 2013

INTO WHITE DARKNESS INTO WHITE DARKNESS…

Into White Darkness Into White DarknessOLYMPUS DIGITAL CAMERA
lucore cadente
fiocco incandescente

Into White Darkness Into White Darkness
gocciare di notte,
notturno di latte

Into White Darkness Into White Darkness
la luna stanotte
è pregna di sé
la luna stanotte
è degna di Me

Into White Darkness Into White Darkness
delle altre stradacceDCC ARISTOCRATICA PUREZZA nevicata ad Altipiani
si perdon le tracce

Into White Darkness Into White Darkness
buio come d’inverno
bianco come l’inferno

Into White Darkness Into White Darkness
Io sono l’intero,
la fede e l’Impero
bocca per amare
scettro per odiare

come edera candida dal Ciel
acluofilia indelebile
come edera candida su TeOLYMPUS DIGITAL CAMERA
acluofilia…

Into White Darkness Into White Darkness
sospiri fatati
singhiozzi blindati

Into White Darkness Into White Darkness
pensieri banditi
graniti scolpiti

Into White Darkness Into White Darkness

lascivia statuaria
beltà statutaria
la neve si vede,
il candore si Crede !4s

come edera candida su me
acluofilia indelebile
come Sperma Bianco su di me
la verità colerà…dal Ciel

…Sperma …Bianco…

lyrics by G/Ab Svenym Volgar dei Xacrestani (DEVIATE DAMAEN)

performed by LABYRINTHUS NOCTIS

featuring G\Ab SVENYM VOLGAR DEI XACRESTANI (Deviate Damaen)

music DEATH IN JUNE , arrang. LABYRINTHUS NOCTIS, lyrics & vocals G\Ab SVENYM VOLGAR dei XACRESTANI (Deviate Damaen)

il brano è pubblicato sull’album “Dark Unknown Nonreflective Nondetectable Objects Somewhere” dei LABYRINTHUS NOCTIS edito dalla VOMIT ARKANUS PROD 2012.

http://www.labyrinthusnoctis.com/

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guarda il video

SPAGHETTI AVVINAZZATI (alla Dvracrvxiana)

gennaio 1, 2013

Spaghetti, vino, olive, uvetta, miele, odori di casa nostra. Questa è Identità, e, come direbbe la speaker dei nostri video, “questa è Aristocrazia Dvracrvxiana..miei cari..ari..ri..i !”

La ricetta è mutuata da un’antica tradizione gastronomica marinese (siamo ai Castelli Romani) ed è caratterizzata dalla cottura integrale degli spaghetti nel vino rosso. Quale vino usare potrete deciderlo voi, consigliamo roba robusta, poiché la salsa che cucinerete a parte sarà invece addolcita dal miele.

Allora, si mette a bollire il vino dentro una normalissima pentola per cuocere la pasta, e non appena bolle ve la si getta dentro, come si farebbe abitualmente. Niente sale né aromi, poiché il condimento va cucinato a parte e nel seguente modo: preparate un soffritto con della cipolla, una bella manciata di pinoli, qualche luccicante stillone di miele, dell’uvetta, del rosmarino e un po’ di olive nere tagliuzzate. Cuocendo, per non far seccare troppo il trito, usate un po’ del vino di cottura della pasta.

Tirate su gli spaghetti piuttosto al dente (saranno belli coloriti di rosso) e metteteli a mantecare nella padella cOLYMPUS DIGITAL CAMERAon tutto il soffritto sino a completare il tempo di cottura previsto, e spolverandovi un po’ di pepe e noce moscata.

Serviteli con una bella manciata di pecorino sul piatto di portata (ricordate che non avete salato né pasta né condimento..), portandone a tavola dell’altro per chi volesse aggiungerlo.

Però poi occhio all’alcol test, nel caso vi metteste alla guida: la ricetta è piuttosto dionisiaca…identitariamente dionisiaca! E a chi non amasse il vino, o lo considerasse qualcosa di “desueto” o culturalmente ostile, consigliamo di farsi un bel clistere di succo di vermi e coleotteri, visto che è con quello che certi stronzi vorrebbero sostituire la nostra dieta…

http://www.oltrelacoltre.com/?p=14124

http://www.ecologiae.com/alimentazione-biologica-europa-vermi/52758/

http://www.greenstyle.it/in-futuro-mangeremo-formiche-e-grilli-arrosto-lo-dice-lue-4721.html

http://www.imolaoggi.it/?p=21212

Ma Noi resistiamo a questo schifo.

EMILIOTTA NELLA POZZANGHERA e TESS LA PESCH con la partecipazione di H. LEFTBUSTER (Aristocrazia Dvracrvxiana)  Spaghetti avvinazzati