Archive for giugno 2014

IL FASCIO LITTORIO DOVREBBE RICORDARCI CHE SENZA COESIONE NON V’E’ CONSISTENZA

giugno 24, 2014

Era il simbolo dell’”imperium” dei magistrati romani, ovvero dell’esercizio del loro potere giurisdizionale, che nel FASCIO LITTORIODiritto romano abbracciava competenze militari, giudiziali e amministrative.

La sua estetica è talmente bella e significante che, a dispetto delle strumentalizzazioni ideologiche che “il Fascio” ha subito dopo il Ventennio, esso è tuttora adottato in molti stemmi di paesi democratici occidentali, compresi quelli delle polizie norvegese e spagnola, solo per citare alcuni esempi (oltre che impresso sui vecchi tombini romani, come quello della fotografia di corredo all’articolo).

Esistono miriadi di fonti enciclopediche che descrivono egregiamente il percorso eziologico, semantico e stilistico di tale emblema; qui vorremmo limitarci a rilevare l’archetipo messaggio di coesione che esso trasmette: un messaggio fisico, empirico, ma dalla forte valenza filosofico-spirituale e quindi politica. Se i portatori di una concezione identitaria e tradizionale di Comunità proseguiranno a bisticciare come donnicciuole che litigano per un posto privilegiato a lavar panni al fiume, continueremo tutti a bere acqua sporca, come ci mostra l’evoluzione delle alleanze al parlamento europeo.

http://www.qelsi.it/2014/salta-leurogruppo-di-marine-le-pen-e-lega-che-ora-si-ritrovano-tra-i-non-iscritti/

Tutti sappiamo cosa non ci piace dell’andazzo progressista, modernista e globalista imperante; andazzo che ha il solo merito di non lesinarci genuinità nelle proprie intenzioni distruttive. Quindi non sarebbe difficile partire da tale consapevolezza per trovare coesione fra anime, fortunatamente diverse poiché non siamo cloni giacobini, ma legate assieme su base comunitaria di “somiglianza”, alla pari di quelle verghe che singolarmente si spezzano, ma tenute insieme da lacci ben stretti, resistono.

Pensiamoci, prima di arroccarci sui nostri catafalchi ideologici per poi fare la fine dei capponi di Renzo: non sarebbe una fine da eroi (come qualcuno crede), ma da pennuti indegni di quelle aquile romane dalle quali noi tutti – volenti e nolenti – discendiamo.

– Aristocrazia Dvracrvxiana –

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PERCHE’ DIFFERENZIARE COSTA

giugno 22, 2014

Per capire le convenienze dei globalizzatori e dei politici nostrani che vi sono conniventi, occorre analizzare 2 fattori fondamentali indotti e conclamatisi dal dopoguerra in avanti:

a) la disaffezione verso valori tradizionali come il “senso d’appartenenza”

b) il disprezzo per ogni sorta di sacrificio, iniziando da quello volto a guadagnarsi col sudore della fronte i vantaggi d’una  qualità di vita ottimale. Insomma, è stato il trionfo del “low cost”: poca fatica per poca qualità.

Ora, potremmo citare le arance importate dal Marocco a scapito di qualsiasi logica salutistica, energetica, commerciale, logistica, prima ancora che a scapito dei coltivatori siciliani. Ma preferiamo un esempio ancor più spicciolo: la grafica linguistica delle istruzioni di un elettrodomestico, o i titoli grafici di un film. Quanto costa in termini di carta, inchiostro e soprattutto linguisti, tradurre tutto in miriadi di lingue diverse, rispetto al trascriverlo in una sola lingua globale?
Costa tanto. Conviene quindi cercare  formule comunicative semplificate che, anzitutto, individuino gli stili di vita più essenziali vigenti sul globo e quali siano le masse più numerose a seguirli; ed infine tentino di imporre a tutte le altre minoranze quei medesimi stilemi estetici, linguistici, merceologici, così da uniformare ogni standard produttivo e culturale globale sui livelli di esigenza più bassi e quindi meno costosi. Il risparmio per chi “produce e vende” sarà assicurato, statene certi, e potrà essere intascato da chi ha interesse a tenere in piedi l’intero meccanismo globalista.

La sera di sabato 21 giugno 2014, Rai 3, in prima serata, ha trasmesso un (noiosissimo) film iraniano dal titolo “Una separazione”, i cui titoli di coda, durati almeno un paio di minuti, erano scritti interamente in caratteri iraniani, senza traduzione.
Ora, c’è da domandarsi se sia corretto che la tv di Stato trasmetta comunicazioni di qualsiasi genere (compresi i titoli di coda di un film) la cui edizione originale non sia tradotta perlomeno in caratteri comprensibili dagli utenti, visto che quel film è stato acquistato da un paese straniero rispetto a quello di produzione. Del resto, differenziare costa, appunto!PERCHE DIFFERENZIARE COSTA...

http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html

Ida Magli, a pagina 174 del suo “Difendere l’Italia” scrive: <<Oggi, evidentemente, ci sono nelle redazioni esperti addetti alla manomissione delle lingue, con il compito di renderle prive di appartenenza, ossia delle “non lingue”>>…<<i ragazzi si sono abituati ad un linguaggio proprio, comprensibile soltanto fra di loro, fatto di suoni mugugnati e cadenze al posto delle parole>>.

Ecco, di questo si tratta.

HELMUT LEFTBUSTER

ALMENO L’INNO NAZIONALE NON SIA ROBA DA SUPERMERCATO

giugno 18, 2014

Ormai siamo abituati a spot pubblicitari dei quali il senso rimane sempre più recondito. Una specie di caccia al tesoro fra mille rivoli più o meno subliminali dei quali però quello “multietnico” ci viene lanciato con assillo tale da lasciarci molto perplessi circa la buona fede dei suoi propositi. Insomma, se il melting-pot è qualcosa di così naturale e di così meraviglioso, perché propinarcelo sino ad allapparci il cervello? Finiranno col correre il rischio di farlo andare di traverso anche ai soggetti meglio disposti.

Ma stavolta l’aspetto ossimorico del messaggio rasenta veramente il cattivo gusto, essendoci di mezzo ben due sacralità italiane: quella del tifo calcistico e quella dell’inno nazionale.

Nello spot l’inno è rappresentato attraverso segmenti di strofe incollate fra loro e cantate (male, sia come intonazione inno nazionaleche come dizione) da una serie di personaggi di ogni origine e nazionalità che non si capisce bene se inducano ad un tifo cumulativo “mondiale” (e quindi ad un non-tifo), o se vogliano farci pensare che gli italiani siano rimasti talmente in pochi da dover ricorrere a degli stranieri perché qualcuno ne canti l’inno (o ne consumi i prodotti?).

Del resto le comparse sono incontrovertibilmente non italiane e sono vestite con abiti tradizionali dei loro paesi, tanto per tenere l’italianità il più lontana possibile dal messaggio pubblicitario (non a caso una multinazionale francese della distribuzione alimentare).

http://www.youtube.com/watch?v=Tee23A69at0

Si conclude inneggiando ad una non meglio identificata “convenienza per tutti nel tifare l’Italia”…bah! Ma in che senso?! Ognuno tiferà chi gli pare, tendenzialmente la squadra del proprio paese, c’è da augurarsi.

Se invece alludono ai nostri prodotti gastronomici, sarebbe il caso di sperare che siano anzitutto gli italiani a poterseli godere a tavola, visto che sgobbano tutto il giorno per produrli e che invece sempre meno riescono a permetterseli.

Vada per le puntate in lingua originale di Peppa Pig (a Rai jo-jo però il canone lo paghiamo “in italiano”), ma il tifo è quanto di più nazionalistico ancora rimanga sui nostri schermi e sulle nostre tavole: forse è per questo motivo che lo hanno preso di mira, ultimamente. Però, almeno l’inno nazionale potevano avere il buon gusto di tenerlo fuori dai loro pruriti internazionalisti e soprattutto dal mercimonioso carrello della spesa.

HELMUT LEFTBUSTER

(in foto, la dicitura del video ufficiale dello spot fotografata da you tube)

VITTIME DEL MONDIALISMO COME INGENUI GIOVINCELLI ALL’AUTOSCONTRO

giugno 14, 2014

Il mondialismo sta lavorando bene: un’immagine che rende può esser quella dell’autoscontro al Luna Park: cosa accadeva quando, mentre da giovincelli ci divertivamo allegramente con gli amici, la pista degli autoscontro era invasa da qualche banda di violenti e prepotenti che il titolare della giostra, pur di non perdere bigliettoni, faceva di tutto per tollerare?

Ecco, “loro” stanno insufflando nelle nostre società, da sempre naturalmente chiuse, organiche a se stesse, e amalgamate secondo parametri identitari differenziati e tali da renderle specifiche e non integrabili, flussi antropici assolutamente disorganici e massivi mirati a scardinarne ogni ordine e benessere: vogliono pigiarci come uva attraverso distoniche diversificazioni culturali, linguistiche, gastronomiche, educazionali che diano luogo a tensioni d‘ogni genere, a rivendicazioni basate sull’accaparramento verticale dei diritti, ad ingolfamento dei servizi sociali inesorabilmente esposti ad implosione, con l‘inevitabile boom criminale che tutto ciò si porta dietro, e che è riscontrabile in quel Bronx che persino i nostri deliziosi borghetti medievali son diventati.

Anche uno solo di questi orrori sarebbe troppo:

http://www.nuovasocieta.it/cronaca/aggredito-con-una-mannaia-per-una-sigaretta/

http://www.umbria24.it/perugia-vuole-una-vacanza-ma-si-rifiuta-di-pagarla-poi-aggredisce-i-poliziotti-arrestato/274475.html

http://www.ilgiorno.it/cremona/cronaca/2014/04/13/1052610-violenza-atti-osceni.shtml

http://www.bolognatoday.it/cronaca/via-zamboni-violenza-pub-cane-arresto-polizia.html

http://www.corrieredellumbria.it/notizie/capostazione-interviene-per-sedare-una-rissa-marocchini

E così anche i furti, pur declassati a “mali minori”, dato che il rischio della giornata d’ognuno è ormai quello di non tornare a casa la sera, grondano il sangue delle vite che riescono a spegnere…

http://www.ilrestodelcarlino.it/pesaro/cronaca/2013/03/23/863327-derubata_ricordi_marito.shtml

Sì, il furto è anzitutto sottrazione e sparizione delle memorie d’una vita che si posseggono, e che, nella loro vittime del mondialismofunzionalità morfologica e attribuzione spirituale, costituiscono un “Passato” da poterci godere, ripassare, coltivare e coccolare: ebbene, strappando quel passato da ognuno di noi, i mondialisti sperano di strappare il cuore dal petto di tutta la nostra coscienza collettiva, per conficcarci senza anestesia le loro apolidi pompe meccaniche sufficienti a farci respirare il giusto che occorre a “comprare-consumare-ricagare-ricomprare”, senza lasciarci altra energia da spendere altrimenti, come quella che ci serve per Amare.
Non lasciamoci morire come quella povera ottantenne assassinata senza sangue.

Combattiamo, come natura ha creato, e per restare come Essa c’ha creato.

HELMUT LEFTBUSTER

“THE VOICE” : AMALGAMA TRANSGENERAZIONALE, TRANSVOCAZIONALE E TRANS…TUTTO

giugno 14, 2014

Vogliono far sembrare tutti uguali, poiché l’appianamento delle differenze è il vero “master mediatico” imposto dall’alto, costi quello che costi.

Ovvio che un giovane al quale è statisticamente destinata la trasmissione non possa averne contezza generazionale, ma Raffaelle Carrà è stata, perlomeno in Italia, una vera “diva” per almeno due generazioni, e una diva non muore mai, o almeno non dovrebbe mai morire.

Invece, incastonata nell’eterogenea giuria di “The Voice”, fra un rockettaro (nato facendo il “ribelle”, ed ora The Voiceimborghesito dalle lusinghe del jet-set), un rapper (nato “rappando” le proteste dei disagiati, ed ora agghindatosi con tanto di bombetta e bastone) e una sconosciuta (boh!), diviene semplicemente “uno dei giurati”, poco importa se ha sulle spalle un peso e uno spessore professionale e storico di ben altra lega.

Sorvoliamo sul perché la diretta interessata abbia accettato tale “diminutio”, è una sua scelta individuale, e non è questo il focus del nostro ragionamento; a noi interessa rilevare quanto stiano riuscendo ad asfaltare stilisticamente, esteticamente e spiritualmente tutto: uomini e donne, vecchi e giovani, celebrità e non celebrità; e poi, nella musica, generi stilisticamente diversi che fondono pacchianamente nelle “cover” suonate dagli aspiranti talenti, riproposte con timbriche e stili omogeneizzati fra loro, in cui domina quella sorta di “gospel” festoso ed un po’ parrocchiale che riuscirebbe a rabbonire un brano di Marilyn Manson. Così riescono a confondere persino credenti e non credenti, dal momento che la presenza di una suora nei panni di una partecipante (o, se preferite, di una partecipante nei panni di una suora) sdogana la dicotomia per eccellenza vigente nel mondo dello spettacolo: quella fra sacro e profano. Affinché tutto sia un pò sacro senza che lo si possa profanare, e tutto sia un po’ più profano senza che lo si possa sconsacrare del tutto.

E, restando in tema di “profanazioni”, non lamentiamoci poi se, lasciando in pasto autentiche “dame” come Sofia Loren a dei ragazzini dilettanti, la sentiamo chiamare “topa”, poiché non potrà che esser questo il risultato dell’aver appianato le gerarchie e affrettato il ricambio generazionale (tanto caro alle sinistre) dei professionisti del settore mediatico.

 http://www.liberoquotidiano.it/news/11634190/La-gaffe-di-Paolo-Ruffini-con.html

L’Occidente è sempre vissuto di dicotomie: patrizi e plebei, amici e nemici, giovani e vecchi, buoni e cattivi, capi e sottoposti. Ora, invece, “il sistema” ci vorrebbe tutti “un po’ e un po’”, cosicché a rimetterci sia anzitutto il concetto di “differenza”.

Ma allora la domanda è: da quest’ amalgama informe, chi ci guadagnerà?!

HELMUT LEFTBUSTER

I CATTOCOMUNISTI VORREBBERO I DOCENTI AI LAVORI FORZATI…

giugno 11, 2014

…ma non per migliorare l’assetto culturale del paese, bensì per acculturare “a gratis” gli immigrati.

Il corsivo de “l’Avvenire” inizia con toni generici, per evitare di scoprire subito le carte:

“la maggior parte dei docenti nei mesi di luglio e agosto sarà in vacanza: <<non sarebbe il caso che l’enorme capitale umano, educativo e culturale racchiuso in questi “insegnanti retribuiti in vacanza” venisse messo a disposizione di quanti (e sono proprio tanti) potrebbero giovarsene, soprattutto in questo tempo estivo, anche per poche settimane?>>“

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/Provassimo-a-immaginare.aspx

Ma l’odore di fregatura arriva già al 2° paragrafo dell’articolo: infatti, dopo untuose recriminazioni su quanto poco lavorino i docenti italiani (ai quali andrebbero piuttosto eretti monumenti ad personam, visto quello che devono sopportare ogni giorno nelle condizioni in cui sono costretti a lavorare), si scopre che l’arcana richiesta di “sacrificio” a chi, dopo una vita di studio e per due lire, rischia sempre più spesso anche l’incolumità personale, è tutta destinata agli immigrati che tanto faticherebbero ad imparare la nostra lingua. Come se imparare la lingua del paese da cui si pretende ospitalità fosse un “optional”!

Insomma, anche ‘sto benedett’uomo di Dante Alighieri, non se lo poteva inventare un po’ più facile e multietnico, l‘italiano?!

Lo schiavismo a cui la globalizzazione sta portando ogni lavoratore inizia a lambire oramai anche i piani culturalmente più elevati: altro che non si trovano più operai e raccoglitori di pomodori: presto non si troveranno più neanche professori!

HELMUT LEFTBUSTER

IL RISTORANTE STRANIERO E’ UNA BUONA ALTERNATIVA A QUELLO “MULTIKULTU”

giugno 7, 2014

L’assetto culturale di una grande tradizione gastronomica è basato sulla logica, non sugli intellettualismi radical-chic o sul sottocosto che imperversa fra i lavoranti.

Al netto del fatto che risulti logicamente incongruo trovare per lo più personale straniero nei ristoranti italiani quando i dati sui diplomati negli istituti alberghieri ci dimostrano quanti giovani cuochi e camerieri vengano ogni anno resi disponibili in quel precipuo settore del mercato del lavoro, qualche anima bella dovrebbe spiegarci come possa un cuoco islamico cucinare un buon cotechino con le lenticchie senza nemmeno poterlo assaggiare per via del suo Credo, o come possa un cameriere orientale illustrarci la storia dei vini e dei piatti che ordiniamo, sminuendo così quella fascinazione culturale comprensiva di “accento locale del buon oste” che è parte integrante della godibilità d’una serata a cena fuori.

 

http://www.youtube.com/watch?v=h5qHIYl28W8

 

Durante qualche giorno di permanenza nella città di Milano, siamo rimasti allibiti da come sia stato impossibile rintracciare la minima corrispondenza fra culturalità proposta dal climax del locale visitato (es. “osteria di cucina tipica lombarda”), e personale lavorante al suo interno.

Dal punto di vista statistico, vi pare plausibile che, con gli italiani che tornano a fare gli operai siderurgici o le badanti per via della crisi, non ve ne sia mezzo disposto a fare il pizzaiolo o il cameriere? Non sarà che gli stranieri costano comunque meno di noi, finanche in tempo di crisi?

Ebbene, se scegliamo di andare a mangiare cucina indiana è perché vorremo gustare quel tipo di climax estetico, culinario e organolettico; e così per qualsiasi altra tradizione gastronomica la cui varietà di scelta contribuiscano a rendere più bello e colorato il mondo.

Ciò detto, qualcuno dovrebbe spiegarci che cosa significhi “cucina cinese-giapponese”, assurda dicitura sempre più IL RISTORANTE STRANIEROconsueta nelle nostre città, connotata dall’orrendo confronto fra due menù (uno cinese ed uno giapponese) differenziati solo dal prezzo, anziché, come dovrebbero, dall’abissale distanza culturale esistente fra le due diverse proposte gastronomiche: ma che cosa pensano, questi furbacchioni, che bastino gli occhi a mandorla per darci un sapore “etnico” generico che ci faccia sentire ad est di Trieste? E’ forse tutto qui il miracolistico progressismo multiculturale invocato dalle intellighenzie mondialiste: due menù con qualche euro di divario?!

E allora, piuttosto che mangiarci un’Amatriciana cucinata da un aborigeno dell’Australia o un Sushi cucinato da un cuoco mongolo, preferiamo un sano ristorante di carni argentine, o un buon messicano (magari genere “Far West” con le porte girevoli da saloon) che perlomeno ci assicuri piena corrispondenza fra atmosfera, sapori proposti, e personale lavorante; insomma ci garantisca la “culturalità” scelta per quella determinata serata, senza troppi pastrocchi a basso costo per pagare i quali non sapremo mai realmente a chi saremo andati a regalare i nostri soldi, né da dove provenga il cibo che ingeriamo.

Abbiamo provato, in particolare, la catena “Old Wild West”, e la carne non era male. Ma lo stesso può valere per un buon ristorante indiano o giapponese d.o.c. : allora sì che la seratona esotica ci sta tutta, un po’ come andare al luna-park!

Se i multiculturalisti ad oltranza capissero quanto danno fanno alla bellezza delle differenze con la loro ossessione per i “pastoni”, forse potremmo persino offrir loro la cena…

HELMUT LEFTBUSTER

MENTRE LA “CHIESA” PREDICA ACCOGLIENZA, IN CHIESA SI VIENE PESTATI A SANGUE DA CHI E’ ACCOLTO

giugno 7, 2014

La paura, la diffidenza, la normale attenzione a saper (e poter) distinguere tra affidabilità e non affidabilità di un individuo in base a parametri chiari e sicuri come la sua identità, la sua cultura, la sua provenienza, la sua educazione, sono elementi valutativi di immanente valenza antropologica.

Oggi, invece, poiché a qualcuno servono posticce medaglie per guadagnarsi il paradiso e/o la vittoria elettorale che altrimenti non avrebbe, tutto ciò viene bandito in nome di concetti astratti e nebulosi elevati a totem mediatici intoccabili, come “bisogno” e “accoglienza”.

Così, grazie al “bisogno”, un individuo il cui spessore etico è stato quello di pestare selvaggiamente il parroco ottantottenne che l’aveva accolto (con forse eccessiva disinvoltura) per sottrargli qualche euro, potrà invocare attenuanti ed esimenti, anzitutto mediatiche.

http://www.ilsecoloxix.it/p/basso_piemonte/2014/06/07/AR3AkEc-basaluzzo_rapinato_picchiato.shtml

Mentre grazie all’altra parolina magica, ”accoglienza” (mal riuscita, a leggere la sentenza), un pluriomicida picconatore farà sì e no una ventina d’anni di carcere poiché sarebbe stato male accolto e male integrato, con ripercussioni emotive sul suo stato umorale.

http://www.liberoquotidiano.it/news/11594204/Kabobo-condannato-a-20-anni-di.html

Insomma, noi, gente comune, possiamo essere tartassati, picchiati, ammazzati senza neppure poter fiatare poiché, per dirla con Dante: “vuolsi così colà dove si puote, e più non dimandare!”

HELMUT LEFTBUSTER

PER FREGARE I BANDITI DELLA QUALITA‘ NON DOBBIAMO FARCI PESARE IL CULO

giugno 2, 2014

La vera grande truffa è quella di farci credere che la crescita del mercato coincida con la genuinità del prodotto e con un maggior guadagno per la nazione intera. Operazioni come Expo e altre genialate mondialiste (compresa la Tav), con l’assurda pretesa di esportare in tutto il mondo i nostri prodotti, internazionalizzandone i marchi, non fanno altro che facilitare i prevedibili tentativi di “allungare” quel sugo che nelle sue naturali proporzioni merceologiche mai potrebbe coprire un mercato troppo più esteso del territorio che lo partorisce.

http://www.intoscana.it/site/it/enogastronomia/articolo/Brunello-di-Montalcino-contraffatto-Danno-per-il-Made-in-Tuscany/

E i danni di questo mercatone selvaggio non sono solo qualitativi ed economici, ma possono essere persino letali, come nel caso del peperoncino vietnamita.

http://www.ansa.it/terraegusto/notizie/rubriche/prodtipici/2014/05/28/allarme-veleni-peperoncino-vietnam-e-riso-india_38194348-df5a-4b2f-b69d-539b4a013bb4.html

O dei pomodori marocchini…

http://www.altroconsumo.it/alimentazione/sicurezza-alimentare/attenzione-a/batterio-pericoloso-in-pomodorini-provenienti-dal-marocco

Hanno da correre i N.A.S., quando vino, olio, mozzarella, peperoncino e le altre 1000 leccornie del panorama enogastronomico italiano debbono essere distribuite ad una mole tale di genti e di spazi per i quali mai basterebbe la materia prima d.o.c. spettante, per prelazione naturale, al popolo che ne abita la terra d’origine.
Per non parlare del traffico e dell’inquinamento che l’esponenziale incremento del trasporto su gomma delle varie “merci in libertà” da un paese all’altro comporta.

Né la cosiddetta “tracciabilità” potrà mai essere messa in pratica all’interno di un mercato mondializzato ove i lazzaroni stranieri saranno sempre protetti dalle leggi dei loro paesi.

E allora che fare? Semplice, come il più delle volte: volete bere del buon Brunello di Montalcino? Ebbene, raggiungetene il sito d‘origine, immergetevi fra cipressi, arte medievale e crostini toscani, e acquistatelo in loco, investendo in tempo e denaro che senz’altro ammortizzerete in termini di salute fisica, mentale e culturale, risparmiando anche sull’acquisto all’ingrosso che a quel punto varrà la pena effettuare.

Lo stesso dicasi per la ‘n’duja calabrese, la mozzarella campana, lo speck altoatesino, o l’olio pugliese. Vederlo OLYMPUS DIGITAL CAMERAdefluire da sotto la macina del frantoio, infrangerà qualsiasi ipotesi di contraffazione che sarebbe invece oltremodo probabile acquistandolo a migliaia di km di distanza da dove stilla.

L’Italia è lunga, è vero; ma non dobbiamo avere remore a godercela tutta: è la nostra terra e c’appartiene per intero con tutti i suoi tesori monumentali, naturali e gastronomici. Di una casa non sia abita solo la stanza che si vive di più, la si abita tutta: e il culo non deve pesarci nel farne le scale!

HELMUT LEFTBUSTER