“THE VOICE” : AMALGAMA TRANSGENERAZIONALE, TRANSVOCAZIONALE E TRANS…TUTTO

Vogliono far sembrare tutti uguali, poiché l’appianamento delle differenze è il vero “master mediatico” imposto dall’alto, costi quello che costi.

Ovvio che un giovane al quale è statisticamente destinata la trasmissione non possa averne contezza generazionale, ma Raffaelle Carrà è stata, perlomeno in Italia, una vera “diva” per almeno due generazioni, e una diva non muore mai, o almeno non dovrebbe mai morire.

Invece, incastonata nell’eterogenea giuria di “The Voice”, fra un rockettaro (nato facendo il “ribelle”, ed ora The Voiceimborghesito dalle lusinghe del jet-set), un rapper (nato “rappando” le proteste dei disagiati, ed ora agghindatosi con tanto di bombetta e bastone) e una sconosciuta (boh!), diviene semplicemente “uno dei giurati”, poco importa se ha sulle spalle un peso e uno spessore professionale e storico di ben altra lega.

Sorvoliamo sul perché la diretta interessata abbia accettato tale “diminutio”, è una sua scelta individuale, e non è questo il focus del nostro ragionamento; a noi interessa rilevare quanto stiano riuscendo ad asfaltare stilisticamente, esteticamente e spiritualmente tutto: uomini e donne, vecchi e giovani, celebrità e non celebrità; e poi, nella musica, generi stilisticamente diversi che fondono pacchianamente nelle “cover” suonate dagli aspiranti talenti, riproposte con timbriche e stili omogeneizzati fra loro, in cui domina quella sorta di “gospel” festoso ed un po’ parrocchiale che riuscirebbe a rabbonire un brano di Marilyn Manson. Così riescono a confondere persino credenti e non credenti, dal momento che la presenza di una suora nei panni di una partecipante (o, se preferite, di una partecipante nei panni di una suora) sdogana la dicotomia per eccellenza vigente nel mondo dello spettacolo: quella fra sacro e profano. Affinché tutto sia un pò sacro senza che lo si possa profanare, e tutto sia un po’ più profano senza che lo si possa sconsacrare del tutto.

E, restando in tema di “profanazioni”, non lamentiamoci poi se, lasciando in pasto autentiche “dame” come Sofia Loren a dei ragazzini dilettanti, la sentiamo chiamare “topa”, poiché non potrà che esser questo il risultato dell’aver appianato le gerarchie e affrettato il ricambio generazionale (tanto caro alle sinistre) dei professionisti del settore mediatico.

 http://www.liberoquotidiano.it/news/11634190/La-gaffe-di-Paolo-Ruffini-con.html

L’Occidente è sempre vissuto di dicotomie: patrizi e plebei, amici e nemici, giovani e vecchi, buoni e cattivi, capi e sottoposti. Ora, invece, “il sistema” ci vorrebbe tutti “un po’ e un po’”, cosicché a rimetterci sia anzitutto il concetto di “differenza”.

Ma allora la domanda è: da quest’ amalgama informe, chi ci guadagnerà?!

HELMUT LEFTBUSTER

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