Archive for the ‘CRESTOMAZIA DVRACRVXIANA’ Category

GIA’ UGO FOSCOLO INTRAVEDEVA LA SINISTRA MANO DEL GLOBALISMO NEL TENTATIVO DI SOPPRESSIONE DELLA LINGUA LATINA

maggio 4, 2017

Come sempre dal Passato arrivano i migliori insegnamenti di libertà, di resistenza e di coraggioso irredentismo; ed è per questo motivo che l’Oscurantista di ogni epoca non perde occasione per tentare di occultarne le tracce.
E’ in corso un evidente tentativo di sradicamento, lo sappiamo; va tuttavia considerato che non si tratta d’un fenomeno storico così inedito, tenendo conto del fatto che gli attuali nemici dell’identità sono gli stessi di sempre, e, quindi, anche gli stessi dei tempi di Foscolo.
In particolare, il regime napoleonico, frutto perverso del peggior giacobinismo laicista post-rivoluzionario e pluto-massonico, si rivelò la più letale minaccia anti-imperiale, travisata da “grandeur bonapartiana”.

Napoleone proverà a decretare a tavolino la fine di quel Sacro Romano Impero che già un suo “illustre” predecessore, Carlo Il Calvo (“le premier roi de France”, come è spesso citato) aveva tradito.
Ma non ci riuscìrà, poiché, nonostante la deposizione della corona romano-imperiale da parte di Francesco II seguita alla disfatta di Austerlitz, la Restaurazione riconsacrerà di lì a poco quella naturale consecutio politica inaugurata da Carlo Magno e durata un intero millennio; millennio non certo cancellabile con qualche timbro e con la firma di un imperatore austriaco pavido e probabilmente complice degli stessi giacobini.

Ebbene, Ugo Foscolo rilancia, attraverso un’epopea letteraria venata di militanza e provocazione politica, quel sogno di “italianità” figlia di Roma cavalcato dall’Alighieri cinque secoli prima.

Ben meno nota della tematica sull’importanza testimoniale dei sepolcri e della feroce condanna dell’editto napoleonico di Saint Claud, col quale s’intendeva sottrarre il culto delle lapidi alla disponibilità dei cittadini attraverso bieche argomentazioni pseudo-sanitarie, questa apologia foscoliana della lingua latina che vi proponiamo è una strenua difesa di quella cultura classica minacciata dal nichilista assolutismo giacobino/napoleonico che vedeva nello studio del Latino un formidabile intralcio ai propri intenti globalisti e modernisti, gli stessi oggi portati avanti dagli attuali svenditori dell’identità occidentale.

https://aristocraziaduracruxiana.wordpress.com/2014/08/08/mondialisti-ostili-allinsegnamento-classico-come-i-batteri-lo-sono-allantibiotico/

Con tale composizione Foscolo rivendica il fondamentale ruolo identitario della memoria inscritta nel genoma linguistico di un popolo, sia in senso prettamente filologico, sia in uno più spirituale, connotando una volta di più la maggior parte delle proprie composizioni come “politiche”.

Lingua latina e tombe (con relativi nomi ed epigrafi) come testimonianza di glorie nazionali ed esempi di valore militante, dunque.
E allora non esitiamo a vitalizzare i componimenti foscoliani, affinché la loro eco possa giungere sino alle odierne coscienze addormentate carica del suo valore simbolico e identitario, attraverso letture, rescritti, immagini e persino musica: i goth-metallers Deviate Damaen inseriranno versi de “I Sepolcri” nell’intro del brano “Sacre Gesta Cavalcano Il Metallo” (terza traccia dell’album “In Sanctitate, Benignitatis Non Miseretur!”), affinché quei versi possano continuare a cavalcare il presente delle nuove generazioni al fine di preservare loro un futuro migliore.

La morte dei poeti è un fatto ineluttabile; ma tramandarne illibata la vis poetica dipende solo dai vivi.

HELMUT LEFTBUSTER

Foscolo

CATONE IL CENSORE E I FICHI CARTAGINESI

ottobre 6, 2016

“Carthago delenda est!”: Cartagine deve essere distrutta!
Con questo monito, Marco Porcio Catone, passato alla storia come Catone il Censore, soleva chiudere i propri discorsi al Senato romano negli anni compresi fra il 149 e il 146 a.C. E cioè fino a quando la città nemica giurata di Roma non venne distrutta ad opera di Scipione l’Africano, nel corso della terza Guerra Punica.

Catone, con gran lungimiranza, riteneva che Cartagine, in quel momento, costituisse il maggiore pericolo per la Città eterna. Tuttavia, molti senatori non volevano dargli ragione, ritenendo, il più delle volte in malafede, che Cartagine fosse talmente lontana dalle rive del Tevere da non rappresentare alcuna minaccia per i Romani.

Per convincere i colleghi, un giorno Catone si presentò in Senato con un bel cesto di fichi, catone-il-censore-e-i-fichiinvitando tutti ad assaggiarli; invito accettato di buon grado, dato il succulento aspetto dei frutti che, difatti, si rivelarono buoni e freschi come fossero appena colti!

A quel punto, Catone, che fino ad allora aveva osservato la scena in silenzio, limitandosi ad assumere un’espressione divertita, disse: “Ebbene, senatori, sappiate che i fichi che avete or ora gustato provengono da Cartagine!…”. Imbarazzati, i Padri Coscritti incassarono il colpo, compresero l’antifona e si convinsero a votare per la distruzione della potenza africana che, infatti, di lì a poco, verrà annientata.

Ebbene, dar ragione domani a chi già c’aveva visto giusto ieri, oltre che sciocco, può rivelarsi molto pericoloso.

HELMUT LEFTBUSTER

UGO FOSCOLO CI RICORDA CHE IL “GENOS” E’ AFFEZIONE INELUDIBILE – crestomazia dvracrvxiana –

febbraio 8, 2016

«Quantunque italiano d’educazione e d’origine, e deliberato di lasciare in qualunque evento le mie ceneri sotto le rovine d’Italia anziché all’ombra delle palme d’ogni altra terra più gloriosa e più lieta, io, finché sarò memore di me stesso, non oblierò mai che nacqui da madre greca, che fui allattato da greca nutrice e che vidi il primo raggio di sole nella chiara e selvosa Zacinto, risuonante ancora de’ versi con che Omero e Teocrito la celebravano.»
(Ugo Foscolo, Epistolario, lettera del 29 settembre 1808 d.C.)

In un momento storico nel quale “ricordare” e rivendicare ciò che siamo appare atto foscoloeversivo, ci apprestiamo a scoperchiare quei sepolcri foscoliani che ambienteranno il brano “Quando I Versi Cavalcano Il Metallo”, III traccia dell’album “In Sanctitate, Benignitatis Non Miseretur!”.

Nessuno può fermare la Memoria: tantomeno ci riusciranno certi sottoprodotti del nichilismo materialista che vedono Hitler dappertutto quando si tratta di demonizzare lo “Spirito”.
http://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/11875682/-Oliviero-Toscani-choc-su-Padre-Pio-.html

Quello stesso nichilismo che sta portando un’intera civiltà a non commemorare i suoi morti ammazzati pur di scoraggiare la resistenza dei sopravvissuti.
http://www.ilgiornale.it/news/mondo/svezia-non-commemora-volontaria-uccisa-profugo-immigrati-pot-1221093.html

Ma non temere, bella Alexandra, ti commemoreremo Noi con questo post e ti dedicheremo questi versi.
G/Ab & DEVIATE DAMAEN

SENECA DECANTA L’IMPORTANZA DELLE DIFFERENZE DI GENERE NEL RUOLO EDUCAZIONALE DEI FIGLI

dicembre 16, 2014

“Non vedi quanto le madri siano ben più indulgenti dei padri? Quelli comandano ai figli di affrontare precocemente gli studi, anche nei giorni di festa non permettono che stiano senza far nulla e spremono loro il sudore e non di rado anche le lacrime; invece, le madri se li stringono al petto, li vogliono tenere nell’ombra: per loro i figli non dovrebbero mai essere tristi, mai piangere, mai stancarsi. Il dio invece nei confronti degli uomini di valore adotta un atteggiamento da padre: li ama virilmente, e ripete: <<siano pure tormentati dalla fatica, dal dolore, dalla perdita, a patto che conseguano l’autentica forza>>. “

Seneca, De providentia, 2 5-6

Con queste righe, il grande filosofo romano coevo di Augusto e di Cristo ci induce ad una duplice riflessione: e cioè, anzitutto che le fondamentali determinazioni della Natura sono impermOLYMPUS DIGITAL CAMERAeabili al tempo, altrimenti la natura stessa le avrebbe modificate sequenzialmente alla trasformazione degli usi e dei costumi degli uomini; e invece non l’ha fatto.

E, poi, che la divinità per eccellenza, maschile per i pagani come per i cristiani, declina il suo canone affettivo a seconda che esso sia rivolto verso un amico, verso una donna o verso un figlio; ebbene è a tale differenziazione che sembra essere affidata, a detta di Seneca, l’ultima parola per una sana evoluzione della società.

La civiltà occidentale è figlia della Romanitas; e Roma è figlia di due distinte divinità, una maschile, Marte, progenitore di Romolo, ed una femminile, Venere progenitrice di Enea. Se nessun altro paradigma ci deriva dalle origini, è evidentemente questo il solo applicabile.

HELMUT LEFTBUSTER 

L’ETIMO DI “PIETAS” E’ TUTT’ALTRO CHE PIETOSO – crestomazia dvracrvxiana –

luglio 18, 2014

Là dove la tracciabile sacralità del percorso etimologico di un vocabolo è, inquanto storicizzata, di natura scevra da ideologismi contingenti, la sua vulgata attualizzata può, paradossalmente, risultare contagiata da influenze culturali successive alla sua venuta in essere.

E’ il caso del concetto di “pietà”, oggi concepito in esclusiva chiave “pietista”, nel più totale disprezzo di quello che è stato il suo reale percorso filologico.

Ma che cos’era originariamente quel sentimento di “pietas” la cui evoluzione semantica è oggi ridotta ad un grottesco feticcio usato masochisticamente per conculcare la sfera della nostra appartenenza, immolandone ogni vigore ad un altruismo vuoto, ipocrita e anaffettivo?

<<Fondamento di tutte le virtù>>pietas 2

Cicerone, Pro Plancio, 29

<<La pietas è quell’attitudine che ci induce ad osservare il nostro dovere verso la patria, i genitori, e gli altri parenti di sangue>>.

Id., De Inventione, II, 66

<<Attraverso la pietas viene prestato ai parenti di sangue e alla patria un benevolo dovere e un fervido culto>>

De Inventione, 161

E l’interpretazione letterale che una lettura profana di questi testi suggerisce è ampiamente confermata dagli addetti ai lavori moderni, a riprova del fatto che il tempo non influisce sulla verità, cosa che fanno invece le distorsioni:

<<Se l’aspetto più propriamente affettivo [di queste definizioni] non è tralasciato, ad essere enfatizzate da Cicerone sono però le connotazioni del dovere e della dissimetria tra agente e destinatario della pietas, quest’ultimo collocato di norma in una posizione sovraordinata>>. (Il Mito di Enea, Il Figlio di Anchise e Venere, di Bettini-Lentano, ed.Einaudi).

E ancora, Lucano:

<<Duae sunt praecipuae Romanae virtutes, militaris virtus et pietas>> (Lucano, Bellum civile, I, v.II.)

Properzio:

<<Quantum ferro tantum pietate potentes stamus>> e cioè: la nostra potenza si fonda in pari misura sulle armi e sulla pietas. (Properzio, Elegiae, III, 22, vv 21-22)

Infine, anche in Dante, padre di tutti noi italiani, nel canto di Ulisse, il termine “pietas” viene riferito a quell’inestricabile groviglio affettivo fatto di amore filiale e rispetto reverenziale che in epoca classica come in epoca medievale (e quindi cristiana) il sangue della discendenza nutriva per il sangue dell’ascendenza; ascendenza che, a sua volta, mai si esimeva dal ricambiare tale cura filiale con l’amorevolezza paterna, al punto dall’averne lasciato tracce precise nella branca umanistica più catalogativa dello scibile umano, quella giuridica: la “cura del buon padre di famiglia” è una citazione tipica di formule del diritto che implicano quel buon senso ed quella responsabilità verso la cura della Cosa Pubblica, “familiarizzata” su base di sangue, che si fanno dogma proprio a cagione della loro irrinunciabilità morale.

Lo stesso aggettivo “pius”, apposto fra gli altri nomi propri a titolo di onorificenza da imperatori e santi, indica tale “devozione ai padri”, devozione declinabile in chiave pagana o cristiana senza differenze abissali.

Allora, in forza di queste verità filologiche, prima di essere pietosi con qualche sconosciuto, sarebbe il caso essere pietasreverenti e riconoscenti anzitutto verso coloro dei quali possediamo il medesimo sangue; quel sangue che non a caso, su tante targhe marmoree esposte in pubbliche piazze, viene definito “sangue patrio”.

G.dX (Aristocrazia Dvracrvxiana & Deviate Damaen)

CHI PIU’ MISCHIA PIU’ DIVIDE – crestomazia dvracrvxiana –

marzo 22, 2014

Da “Clitemnestra”, tragedia eschiliana del V secolo a.C. imperniata sull’ardore materno schierato a difesa dei propri figli, impariamo una lezione che attinge tanto alle leggi della fisica quanto a quelle dell’antropologia.

 “Oggi stesso gli Achivi han presa Troia.CHI PIU MISCHIA PIU DIVIDE
Dòmina, penso, un ululo discorde
per la città: ché se nel vaso istesso
l’olio mischi e l’aceto, li vedrai
nimicamente scindersi. Cosí
per la sorte diversa udrai diverse
voci levare vincitori e vinti”.

(Eschilo, Clitemnestra, vv 296-302, traduzione E.Romagnoli)

Non solo la fisica mai potrà cambiare le proprie stesse leggi, ma neanche l’Uomo mai potrà elevarsi sopra ciò che è stato stabilito da chi tutto ha creato, si decida di chiamarlo Natura o lo si voglia chiamare Dio.

Le differenze esistono per garantire differenti bellezze e differenti destini: guai a colui che dovesse cessar d’esser schierato a favore dei propri.

G.dX  –   Aristocrazia Dvracrvxiana & Deviate Damaen

IL CERBIATTO E IL CERVO (crestomazia dvracrvxiana)

ottobre 2, 2013

Una volta un cerbiatto disse al cervo: <<Babbo, tu sei più grande e più veloce dei cani e, per di più, hai un magnifico paio di corna Il cerbiatto e il cervoper difenderti. Come mai, dunque, hai paura di loro?>>

Il cervo rise e rispose: <<Figlio mio, quel che tu dici è vero; ma io so una cosa sola: che quando sento abbaiare un cane, non so come, ma bisogna che me la dia subito a gambe>>.

 La favola mostra che non c’è incoraggiamento che valga a rinfrancare chi ha ragioni naturali per temere qualcosa.

(Esopo, autore greco del VI secolo a.C.)

La paura è un sentimento naturale messoci a disposizione dal creato per prevenire un disagio o un’aggressione prima che essi si compiano a nostro danno; al contrario, una cieca e indiscriminata fiducia apatica, scevra da appropriata contestualizzazione logica dell’incombenza o meno di un pericolo ambientale, non può essere altro che fanatica imposizione ideologica volta a violentare il diritto inviolabile dell’individuo alla propria difesa e sopravvivenza.

Ricordiamolo agli invasati che aspergono senza senno parole e intenzioni “buoniste” che ben poco hanno a che fare con la reale natura umana e col mosaico d’istinti antropologici che la caratterizzano.

 HELMUT LEFTBUSTER

IL LEONE INNAMORATO E IL CONTADINO (crestomazia dvracrvxiana)

ottobre 2, 2013

Un leone, innamorato della figlia d’un contadino, la chiese in isposa. Questi, che esitava a conceder la figlia a una belva, e che, Il leone e il contadinod’altra parte, non osava negargliela per la paura, escogitò quest’espediente: dato che il leone continuava a insistere, gli dichiarò che lo giudicava degno di sposare sua figlia, ma non poteva concedergliela, a meno che si strappasse le zanne e si tagliasse gli artigli, perché la ragazza ne aveva paura. Ma dopo che il leone si fu sottoposto per amore ad entrambe le mutilazioni, il contadino, pieno di disprezzo per lui, quando gli si presentò, lo cacciò via a colpi di randello.

La favola mostra che chi facilmente si fida del suo prossimo, quando si spoglia delle armi che lo avvantaggiano, diventa preda di coloro a cui prima incuteva timore.

(Esopo, autore greco del VI sec a.C.)

Commento dvracrvxiano: sbaglia chi pensa che il rispetto della legge possa prescindere dal timore della punizione e dalla prevalenza delle forze a disposizione dei suoi titolari; e quando un popolo si rimette alla pietà di chi è nelle condizioni di poterlo sopraffare, anziché in quelle della propria determinazione a restare indipendente con le proprie forze, esso è destinato a soccombere.

HELMUT LEFTBUSTER

IMMOLARE FISICAMENTE SE STESSI PER RISVEGLIARE SPIRITUALMENTE UNA CIVILTA‘ INTERA – crestomazia dvracrvxiana –

maggio 25, 2013

In epoche di mediocre predominio spirituale, è la mediocrità a stabilire chi è poeta e chi no, chi è lo “storico” e chi no, quale suicidio è legittimato e quale no.
Fortunatamente, Dominique Venner, ha ricevuto in vita tanti di quei riconoscimenti (su tutti, nel1981 il premio dell’Académie française con un saggio sulla guerra civile russa che seguì la rivoluzione d’ottobre) da non consentire l’apposizione sul proprio curriculum di alcuna ombra posticcia, dopo la sua morte, da parte d’un mondo accademico mondializzato e corrotto pronto a deturparne la memoria.

Quindi, con queste righe, celebriamo l’ “ipse dixit” d’un grande storico, di un grande uomo, di un grande identitario d’Occidente, non di un estremista, carte alla mano.

Meglio suicidi a Notre Dame per vitalizzare supremamente un’idea in cui si crede, piuttosto che ammazzati a picconate per strada (e alle spalle), vittime di ciò che neppure si è tentato di contrastare, potremmo retoricamente chiosare.
Ma non c’è mai retorica nella logica, e, poiché le righe che seguono costituiscono un perfetto binomio di logica effettuale ed altissima spiritualità esistenziale, quest‘ultima, insindacabile appannaggio d‘ogni singolarità umana e di nessun altro, è ad esse che diamo voce.

Helmut Leftbuster

Perché mi do la morte
Sono sano di spirito e di corpo e sono innamorato di mia moglie e dei miei figli.
Amo la vita e non attendo nulla nell’al di là, se non il perpetrarsi della mia razza e del mio spirito.
Cionondimeno, al crepuscolo di questa vita, di fronte agli immensi pericoli per la mia patria francese ed europea, sento il dovere di agire finché ne ho la forza; ritengo necessario sacrificarmi per rompere la letargia che ci sopraffà.
Offro quel che rimane della mia vita nell’intenzione di una protesta e di una fondazione.
… Scelgo un luogo altamente simbolico, la cattedrale Notre Dame de Paris che rispetto ed ammiro, che fu edificata dal genio dei miei antenati su dei luoghi di culto più antichi che richiamano le nostre origini immemoriali.
Quando tanti uomini vivono da schiavi, il mio gesto incarna un’etica della volontà.
Mi do la morte al fine di risvegliare le coscienze addormentate. Insorgo contro la fatalità. Insorgo contro i veleni dell’anima e contro gli invadenti desideri individuali che distruggono i nostri ancoraggi identitari e in particolare la famiglia, nucleo intimo della nostra civiltà plurimillenara.
Così come difendo l’identità di tutti i popoli presso di loro, insorgo contro il crimine consumato nel rimpiazzo della nostra popolazione.
Essendo impossibile liberare il discorso dominante dalle sue ambiguità tossiche, appartiene agli Europei di trarre le conseguenze.
Non possedendo noi una religione identitaria cui ancorarci, abbiamo in condivisone, fin da Omero, una nostra propria memoria, deposito di tutti i valori sui quali rifondare la nostra futura rinascita in rottura con la metafisica dell’illimitato, sorgente nefasta di tutte le derive moderne.
Domando anticipatamente perdono a tutti coloro che la mia morte farà soffrrie, innanzitutto a mia moglie, ai miei figli e ai miei nipoti, così come ai miei amici fedeli.
Ma, una volta svanito lo choc del dolore, non dubito che gli uni e gli altri comprenderanno il senso del mio gesto e che trascenderanno la loro pena nella fierezza.
Spero che si organizzino per durare. Troveranno nei miei scritti recenti la prefigurazione e la spiegazione del mio gesto.

DOMINIQUE VENNERimmolare fisicamente

Pubblicato il 23 maggio 2013 da Dominique Venner

(Traduzione di Maurizio Cabona)

UNA LINGUA UNIVERSALE E’ APPIATTIMENTO, NOIA e SCHIAVITU’ (Leopardi dixit) – Crestomazia Dvracrvxiana –

maggio 19, 2013

Innanzi al palese tentativo mondialista di “asfaltare” identità e multiformità umane per assogettare i popoli al dominio dell‘Indistinto, le differenze linguistiche restano il frangiflutti più impenetrabile per il nemico e meglio adottabile per ognuno di noi.

“Una lingua strettamente universale, qualunque ella mai si fosse, dovrebbe certamente essere di necessità e per sua natura, la più schiava, povera, timida, monotona, uniforme, arida e brutta lingua, la più incapace di qualsivoglia genere di bellezza, la più impropria all’immaginazione, e la meno da lei dipendente, anzi la più da lei per ogni verso disgiunta, la più esangue ed inanimata e morta, che mai si possa concepire; uno scheletro un’ombra di lingua piuttosto che lingua veramente; una lingua non viva, quando pur fosse da tutti scritta e universalmente intesa, anzi più morta assai di qualsivoglia lingua che più non si parli né scriva.”Lo Zibaldone

Giacomo Leopardi, 23 agosto 1823  (lo Zibaldone)

L’uniformità uccide la fantasia, e forse è questo che vogliono i fautori dell’abbrutimento del corpo e dello spirito:

Chi vuol vedere quanto abbia la natura provveduto  alla varietà, consideri quanto l’immaginazione sia più varia della ragione, e come tutti si accordino in ciò che spetta o  è fondato su questa, e viceversa. Per esempio osservi come fossero varie le lingue antiche architettate sul modello  della immaginazione, e quanto monotone quelle moderne che più sono architettate sulla ragione. Osservi come una lingua universale debba esser modellata e regolata in tutto e perfettamente dalla ragione, appunto perché questa è comune a tutti, ed uguale e uniforme in tutti.

Giacomo Leopardi, 13 Maggio 1821  (lo Zibaldone)

Potranno aprirci la bocca con un forcipe per ficcarci dentro del cibo avariato; ma non potranno mai costringerci a farne uscire suoni diversi da quelli forgiati, non senza giusta e naturale causa, nei secoli, da chi c’ha preceduto.   

– Aristocrazia Dvracrvxiana –