Archive for the ‘CRESTOMAZIA DVRACRVXIANA’ Category

SENECA: “IL MEDIOCRE, L’INERTE E L’IGNAVO SONO MORTI GIA’ PRIMA DI MORIRE” (crestomazia dvracrvxiana )

aprile 27, 2018

Non belate, non soggiacete al conformismo altrui, non morite dentro quando siete assaliti dalla netta sensazione che ve lo stiano mettendo nel culo. Militate. Vivere è reagire.

https://www.youtube.com/watch?v=Aq7sJrNGe4k

G.dX.

 

<<Vive veramente chi è utile a molti e sa usare se stesso. Mentre coloro che stanno appartati e nell’inerzia, fanno della loro casa una tomba. Sulla soglia, al posto del nome, si potrebbe scrivere come sorta di epigrafe marmorea: “sono già morti prima di morire”>>.

Seneca, epist.LX, 4

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SENECA: “IL PASSATO NON PUO’ PIU’ DIPENDERE DAL CAPRICCIO DI ALCUNO” (crestomazia dvracrvxiana)

aprile 27, 2018

La bellezza che è stata resterà per sempre e nessun progresso peloso potrà mai violarne la purezza. Se poi sapremo anche perpetrarne la durata nel presente e nel futuro, combattendo contro l’ignavia dell’oblio e contro la perversione del cambiamento, sarà ancora meglio per Noi.

G.dX.

 

<<La vita si divide in tre momenti: passato, presente e futuro. Di questi il presente è breve, il futuro dubbio, il passato certo.

Su quest’ultimo la sorte ha perduto ogni potere: il passato non può più dipendere dal capriccio di alcuno. …Ed è la parte più inviolabile del nostro tempo: sta al di sopra di tutti gli eventi umani, fuori dal dominio della sorte, non presenta incognite, non è toccata da povertà o malattie, non può essere sconvolta né esserci strappata: la si possiede così com’è per sempre, senza brividi.

Basta un cenno e il passato ci starà davanti e lo potremo valutare e trattenere…>>

Seneca, De Brev. Vit. 10

<<Cerchiamo dunque che ogni momento ci appartenga: ma ciò non sarà possibile se, prima, non cominceremo noi ad appartenere a noi stessi>>.

Seneca, Epist. LXXI, 37

 

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IL MARCHESE MANZONIANO ANTESIGNANO DEI RADICAL-CHIC

ottobre 4, 2017

E’ fuor di dubbio che “I Promessi Sposi” siano anzitutto un trattato antropologico su come l’immanenza dei difetti umani abbia saputo colorare nei secoli la contingenza di epoche e vicende storiche diverse e specifiche.
Tale esercizio drammaturgico, magistralmente condotto dal Manzoni, rappresenta una mano santa nell’aiutarci a contestualizzare ai nostri tempi figure letterarie che in realtà esistono da sempre, ma alle quali non sempre è stato dato un nome: quel nome che, con sublime disprezzo, oggi possiamo riassumere nella definizione un po’ “pop” di “radical-chic”.

E dal momento che, a causa loro, viviamo un assurdo (e sempre meno democratico) periodo storico dove il bello è considerato brutto e il brutto viene imposto come bello, ricorrere alla letteratura resta uno dei metodi più efficaci per mantenere la barra a dritta.

E’ il caso del Marchese che succederà al perfido Don Rodrigo, il cattivo del Romanzo giustiziato dal fato come ogni cattivo che si rispetti proprio per illudere beffardamente il lettore che la perfidia umana sia qualcosa di individuabile attraverso il nero colore d’una casacca qualsiasi, anziché spulciando fra le pieghe della quotidianità di chi si veste di bianco e solo per questo pretende di insegnare agli altri a campare.

Sul finale de “I Promessi Sposi”, morto Don Rodrigo e celebrate finalmente le fatidiche nozze fra Renzo e Lucia.. <<il marchese accoglie benevolmente gli sposi e fa loro molti complimenti, quindi li conduce in un tinello e mette a tavola gli sposi, insieme ad Agnese e alla vedova; si ritira poi a pranzare in un’altra sala in compagnia del curato, benché sarebbe molto più semplice preparare una sola tavola (il marchese è un brav’uomo ma non un originale, per cui non si può pretendere che si metta sullo stesso piano di tre popolani e di una borghese).
(capitolo XXXVIII de “I Promessi Sposi”, di Alessandro Manzoni ( 1785-1873 d.C.)

Ebbene, l’insegnamento che ci propone questo passo è manifesto: il lupo cambia il pelo ma non il vizio, e ora come allora, quanti si mascherano da democratici e accoglienti per ingraziarsi i favori della povera gente, mai ci si siederebbero a tavola assieme, poiché il senso di umanità non sarà mai una virtù politica calata dal cielo, ma nulla più d’una prerogativa individuale intrapresa per libera convinzione etica.

HELMUT LEFTBUSTER

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IL MARCHESE MANZONIANO..2

GIA’ UGO FOSCOLO INTRAVEDEVA LA SINISTRA MANO DEL GLOBALISMO NEL TENTATIVO DI SOPPRESSIONE DELLA LINGUA LATINA

maggio 4, 2017

Come sempre dal Passato arrivano i migliori insegnamenti di libertà, di resistenza e di coraggioso irredentismo; ed è per questo motivo che l’Oscurantista di ogni epoca non perde occasione per tentare di occultarne le tracce.
E’ in corso un evidente tentativo di sradicamento, lo sappiamo; va tuttavia considerato che non si tratta d’un fenomeno storico così inedito, tenendo conto del fatto che gli attuali nemici dell’identità sono gli stessi di sempre, e, quindi, anche gli stessi dei tempi di Foscolo.
In particolare, il regime napoleonico, frutto perverso del peggior giacobinismo laicista post-rivoluzionario e pluto-massonico, si rivelò la più letale minaccia anti-imperiale, travisata da “grandeur bonapartiana”.

Napoleone proverà a decretare a tavolino la fine di quel Sacro Romano Impero che già un suo “illustre” predecessore, Carlo Il Calvo (“le premier roi de France”, come è spesso citato) aveva tradito.
Ma non ci riuscìrà, poiché, nonostante la deposizione della corona romano-imperiale da parte di Francesco II seguita alla disfatta di Austerlitz, la Restaurazione riconsacrerà di lì a poco quella naturale consecutio politica inaugurata da Carlo Magno e durata un intero millennio; millennio non certo cancellabile con qualche timbro e con la firma di un imperatore austriaco pavido e probabilmente complice degli stessi giacobini.

Ebbene, Ugo Foscolo rilancia, attraverso un’epopea letteraria venata di militanza e provocazione politica, quel sogno di “italianità” figlia di Roma cavalcato dall’Alighieri cinque secoli prima.

Ben meno nota della tematica sull’importanza testimoniale dei sepolcri e della feroce condanna dell’editto napoleonico di Saint Claud, col quale s’intendeva sottrarre il culto delle lapidi alla disponibilità dei cittadini attraverso bieche argomentazioni pseudo-sanitarie, questa apologia foscoliana della lingua latina che vi proponiamo è una strenua difesa di quella cultura classica minacciata dal nichilista assolutismo giacobino/napoleonico che vedeva nello studio del Latino un formidabile intralcio ai propri intenti globalisti e modernisti, gli stessi oggi portati avanti dagli attuali svenditori dell’identità occidentale.

https://aristocraziaduracruxiana.wordpress.com/2014/08/08/mondialisti-ostili-allinsegnamento-classico-come-i-batteri-lo-sono-allantibiotico/

Con tale composizione Foscolo rivendica il fondamentale ruolo identitario della memoria inscritta nel genoma linguistico di un popolo, sia in senso prettamente filologico, sia in uno più spirituale, connotando una volta di più la maggior parte delle proprie composizioni come “politiche”.

Lingua latina e tombe (con relativi nomi ed epigrafi) come testimonianza di glorie nazionali ed esempi di valore militante, dunque.
E allora non esitiamo a vitalizzare i componimenti foscoliani, affinché la loro eco possa giungere sino alle odierne coscienze addormentate carica del suo valore simbolico e identitario, attraverso letture, rescritti, immagini e persino musica: i goth-metallers Deviate Damaen inseriranno versi de “I Sepolcri” nell’intro del brano “Sacre Gesta Cavalcano Il Metallo” (terza traccia dell’album “In Sanctitate, Benignitatis Non Miseretur!”), affinché quei versi possano continuare a cavalcare il presente delle nuove generazioni al fine di preservare loro un futuro migliore.

La morte dei poeti è un fatto ineluttabile; ma tramandarne illibata la vis poetica dipende solo dai vivi.

HELMUT LEFTBUSTER

Foscolo

CATONE IL CENSORE E I FICHI CARTAGINESI

ottobre 6, 2016

“Carthago delenda est!”: Cartagine deve essere distrutta!
Con questo monito, Marco Porcio Catone, passato alla storia come Catone il Censore, soleva chiudere i propri discorsi al Senato romano negli anni compresi fra il 149 e il 146 a.C. E cioè fino a quando la città nemica giurata di Roma non venne distrutta ad opera di Scipione l’Africano, nel corso della terza Guerra Punica.

Catone, con gran lungimiranza, riteneva che Cartagine, in quel momento, costituisse il maggiore pericolo per la Città eterna. Tuttavia, molti senatori non volevano dargli ragione, ritenendo, il più delle volte in malafede, che Cartagine fosse talmente lontana dalle rive del Tevere da non rappresentare alcuna minaccia per i Romani.

Per convincere i colleghi, un giorno Catone si presentò in Senato con un bel cesto di fichi, catone-il-censore-e-i-fichiinvitando tutti ad assaggiarli; invito accettato di buon grado, dato il succulento aspetto dei frutti che, difatti, si rivelarono buoni e freschi come fossero appena colti!

A quel punto, Catone, che fino ad allora aveva osservato la scena in silenzio, limitandosi ad assumere un’espressione divertita, disse: “Ebbene, senatori, sappiate che i fichi che avete or ora gustato provengono da Cartagine!…”. Imbarazzati, i Padri Coscritti incassarono il colpo, compresero l’antifona e si convinsero a votare per la distruzione della potenza africana che, infatti, di lì a poco, verrà annientata.

Ebbene, dar ragione domani a chi già c’aveva visto giusto ieri, oltre che sciocco, può rivelarsi molto pericoloso.

HELMUT LEFTBUSTER

UGO FOSCOLO CI RICORDA CHE IL “GENOS” E’ AFFEZIONE INELUDIBILE – crestomazia dvracrvxiana –

febbraio 8, 2016

«Quantunque italiano d’educazione e d’origine, e deliberato di lasciare in qualunque evento le mie ceneri sotto le rovine d’Italia anziché all’ombra delle palme d’ogni altra terra più gloriosa e più lieta, io, finché sarò memore di me stesso, non oblierò mai che nacqui da madre greca, che fui allattato da greca nutrice e che vidi il primo raggio di sole nella chiara e selvosa Zacinto, risuonante ancora de’ versi con che Omero e Teocrito la celebravano.»
(Ugo Foscolo, Epistolario, lettera del 29 settembre 1808 d.C.)

In un momento storico nel quale “ricordare” e rivendicare ciò che siamo appare atto foscoloeversivo, ci apprestiamo a scoperchiare quei sepolcri foscoliani che ambienteranno il brano “Quando I Versi Cavalcano Il Metallo”, III traccia dell’album “In Sanctitate, Benignitatis Non Miseretur!”.

Nessuno può fermare la Memoria: tantomeno ci riusciranno certi sottoprodotti del nichilismo materialista che vedono Hitler dappertutto quando si tratta di demonizzare lo “Spirito”.
http://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/11875682/-Oliviero-Toscani-choc-su-Padre-Pio-.html

Quello stesso nichilismo che sta portando un’intera civiltà a non commemorare i suoi morti ammazzati pur di scoraggiare la resistenza dei sopravvissuti.
http://www.ilgiornale.it/news/mondo/svezia-non-commemora-volontaria-uccisa-profugo-immigrati-pot-1221093.html

Ma non temere, bella Alexandra, ti commemoreremo Noi con questo post e ti dedicheremo questi versi.
G/Ab & DEVIATE DAMAEN

SENECA DECANTA L’IMPORTANZA DELLE DIFFERENZE DI GENERE NEL RUOLO EDUCAZIONALE DEI FIGLI

dicembre 16, 2014

“Non vedi quanto le madri siano ben più indulgenti dei padri? Quelli comandano ai figli di affrontare precocemente gli studi, anche nei giorni di festa non permettono che stiano senza far nulla e spremono loro il sudore e non di rado anche le lacrime; invece, le madri se li stringono al petto, li vogliono tenere nell’ombra: per loro i figli non dovrebbero mai essere tristi, mai piangere, mai stancarsi. Il dio invece nei confronti degli uomini di valore adotta un atteggiamento da padre: li ama virilmente, e ripete: <<siano pure tormentati dalla fatica, dal dolore, dalla perdita, a patto che conseguano l’autentica forza>>. “

Seneca, De providentia, 2 5-6

Con queste righe, il grande filosofo romano coevo di Augusto e di Cristo ci induce ad una duplice riflessione: e cioè, anzitutto che le fondamentali determinazioni della Natura sono impermOLYMPUS DIGITAL CAMERAeabili al tempo, altrimenti la natura stessa le avrebbe modificate sequenzialmente alla trasformazione degli usi e dei costumi degli uomini; e invece non l’ha fatto.

E, poi, che la divinità per eccellenza, maschile per i pagani come per i cristiani, declina il suo canone affettivo a seconda che esso sia rivolto verso un amico, verso una donna o verso un figlio; ebbene è a tale differenziazione che sembra essere affidata, a detta di Seneca, l’ultima parola per una sana evoluzione della società.

La civiltà occidentale è figlia della Romanitas; e Roma è figlia di due distinte divinità, una maschile, Marte, progenitore di Romolo, ed una femminile, Venere progenitrice di Enea. Se nessun altro paradigma ci deriva dalle origini, è evidentemente questo il solo applicabile.

HELMUT LEFTBUSTER 

L’ETIMO DI “PIETAS” E’ TUTT’ALTRO CHE PIETOSO – crestomazia dvracrvxiana –

luglio 18, 2014

Là dove la tracciabile sacralità del percorso etimologico di un vocabolo è, inquanto storicizzata, di natura scevra da ideologismi contingenti, la sua vulgata attualizzata può, paradossalmente, risultare contagiata da influenze culturali successive alla sua venuta in essere.

E’ il caso del concetto di “pietà”, oggi concepito in esclusiva chiave “pietista”, nel più totale disprezzo di quello che è stato il suo reale percorso filologico.

Ma che cos’era originariamente quel sentimento di “pietas” la cui evoluzione semantica è oggi ridotta ad un grottesco feticcio usato masochisticamente per conculcare la sfera della nostra appartenenza, immolandone ogni vigore ad un altruismo vuoto, ipocrita e anaffettivo?

<<Fondamento di tutte le virtù>>pietas 2

Cicerone, Pro Plancio, 29

<<La pietas è quell’attitudine che ci induce ad osservare il nostro dovere verso la patria, i genitori, e gli altri parenti di sangue>>.

Id., De Inventione, II, 66

<<Attraverso la pietas viene prestato ai parenti di sangue e alla patria un benevolo dovere e un fervido culto>>

De Inventione, 161

E l’interpretazione letterale che una lettura profana di questi testi suggerisce è ampiamente confermata dagli addetti ai lavori moderni, a riprova del fatto che il tempo non influisce sulla verità, cosa che fanno invece le distorsioni:

<<Se l’aspetto più propriamente affettivo [di queste definizioni] non è tralasciato, ad essere enfatizzate da Cicerone sono però le connotazioni del dovere e della dissimetria tra agente e destinatario della pietas, quest’ultimo collocato di norma in una posizione sovraordinata>>. (Il Mito di Enea, Il Figlio di Anchise e Venere, di Bettini-Lentano, ed.Einaudi).

E ancora, Lucano:

<<Duae sunt praecipuae Romanae virtutes, militaris virtus et pietas>> (Lucano, Bellum civile, I, v.II.)

Properzio:

<<Quantum ferro tantum pietate potentes stamus>> e cioè: la nostra potenza si fonda in pari misura sulle armi e sulla pietas. (Properzio, Elegiae, III, 22, vv 21-22)

Infine, anche in Dante, padre di tutti noi italiani, nel canto di Ulisse, il termine “pietas” viene riferito a quell’inestricabile groviglio affettivo fatto di amore filiale e rispetto reverenziale che in epoca classica come in epoca medievale (e quindi cristiana) il sangue della discendenza nutriva per il sangue dell’ascendenza; ascendenza che, a sua volta, mai si esimeva dal ricambiare tale cura filiale con l’amorevolezza paterna, al punto dall’averne lasciato tracce precise nella branca umanistica più catalogativa dello scibile umano, quella giuridica: la “cura del buon padre di famiglia” è una citazione tipica di formule del diritto che implicano quel buon senso ed quella responsabilità verso la cura della Cosa Pubblica, “familiarizzata” su base di sangue, che si fanno dogma proprio a cagione della loro irrinunciabilità morale.

Lo stesso aggettivo “pius”, apposto fra gli altri nomi propri a titolo di onorificenza da imperatori e santi, indica tale “devozione ai padri”, devozione declinabile in chiave pagana o cristiana senza differenze abissali.

Allora, in forza di queste verità filologiche, prima di essere pietosi con qualche sconosciuto, sarebbe il caso essere pietasreverenti e riconoscenti anzitutto verso coloro dei quali possediamo il medesimo sangue; quel sangue che non a caso, su tante targhe marmoree esposte in pubbliche piazze, viene definito “sangue patrio”.

G.dX (Aristocrazia Dvracrvxiana & Deviate Damaen)

CHI PIU’ MISCHIA PIU’ DIVIDE – crestomazia dvracrvxiana –

marzo 22, 2014

Da “Clitemnestra”, tragedia eschiliana del V secolo a.C. imperniata sull’ardore materno schierato a difesa dei propri figli, impariamo una lezione che attinge tanto alle leggi della fisica quanto a quelle dell’antropologia.

 “Oggi stesso gli Achivi han presa Troia.CHI PIU MISCHIA PIU DIVIDE
Dòmina, penso, un ululo discorde
per la città: ché se nel vaso istesso
l’olio mischi e l’aceto, li vedrai
nimicamente scindersi. Cosí
per la sorte diversa udrai diverse
voci levare vincitori e vinti”.

(Eschilo, Clitemnestra, vv 296-302, traduzione E.Romagnoli)

Non solo la fisica mai potrà cambiare le proprie stesse leggi, ma neanche l’Uomo mai potrà elevarsi sopra ciò che è stato stabilito da chi tutto ha creato, si decida di chiamarlo Natura o lo si voglia chiamare Dio.

Le differenze esistono per garantire differenti bellezze e differenti destini: guai a colui che dovesse cessar d’esser schierato a favore dei propri.

G.dX  –   Aristocrazia Dvracrvxiana & Deviate Damaen

IL CERBIATTO E IL CERVO (crestomazia dvracrvxiana)

ottobre 2, 2013

Una volta un cerbiatto disse al cervo: <<Babbo, tu sei più grande e più veloce dei cani e, per di più, hai un magnifico paio di corna Il cerbiatto e il cervoper difenderti. Come mai, dunque, hai paura di loro?>>

Il cervo rise e rispose: <<Figlio mio, quel che tu dici è vero; ma io so una cosa sola: che quando sento abbaiare un cane, non so come, ma bisogna che me la dia subito a gambe>>.

 La favola mostra che non c’è incoraggiamento che valga a rinfrancare chi ha ragioni naturali per temere qualcosa.

(Esopo, autore greco del VI secolo a.C.)

La paura è un sentimento naturale messoci a disposizione dal creato per prevenire un disagio o un’aggressione prima che essi si compiano a nostro danno; al contrario, una cieca e indiscriminata fiducia apatica, scevra da appropriata contestualizzazione logica dell’incombenza o meno di un pericolo ambientale, non può essere altro che fanatica imposizione ideologica volta a violentare il diritto inviolabile dell’individuo alla propria difesa e sopravvivenza.

Ricordiamolo agli invasati che aspergono senza senno parole e intenzioni “buoniste” che ben poco hanno a che fare con la reale natura umana e col mosaico d’istinti antropologici che la caratterizzano.

 HELMUT LEFTBUSTER