Archive for the ‘DVRACRVXIANI CENNI DI VITA IDENTITARIA’ Category

LA “NEVIERA”: QUANDO ANCHE PER GUSTARCI UN GELATO DOVEVAMO SGOBBARE DURO

marzo 10, 2017

E forse ce lo si godeva di più.
La vita era più dura, un tempo, certo; eppure, c’era più genio nell’aria e più vitalità sulla terra.
Il gelato, sebbene il ciarpame mediatico globalista voglia farcelo credere nato in chissà quale buco del culo del mondo, nasce nostrano.
E la testimonianza di tale dato storico è lì, fra i boschi partenopei, ed è resistente al tempo come la pietra.

Le neviere erano strutture coniche in pietra interrate e profonde una decina di metri, OLYMPUS DIGITAL CAMERAprogettate per funzionare come celle frigorifere per la conservazione del ghiaccio, in epoche nelle quali non esisteva l’elettricità né tantomeno i frigoriferi come noi oggi li conosciamo.

Esse sfruttavano un principio termodinamico in forza del quale la particolare pietra lavica con cui eran costruite creava una camera stagna refrigerante capace di preservare allo stato solido il ghiaccio con cui poi, nella stagione estiva, poter continuare a fare i gelati e le granite così celebri e gustosi soprattutto alle latitudini partenopee, cioè dove nasce la gloriosa tradizione gelataia.

La neviera del riferimento fotografico è sita, in particolare, nei boschi di Roccneviere 2amonfina, fra Lazio e Campania, e, alla stregua di nuraghi, trulli e mura ciclopiche, costituisce una testimonianza ingegneristica di epoche nelle quali era indispensabile acuire l’ingegno e rinforzare braccia e schiena per poter godere di quel benessere che oggi ci siamo ridotti a rimediare “on line”, digitando pigramente su una tastiera senza minimante domandarci chi mai produrrà ciò che acquistiamo (e paghiamo), né tantomeno con quali materie prime (di merda) lo farà.
E allora: siamo così certi che benessere e modernità siano due grandezze direttamente proporzionali?!
Noi no.

Intanto, grazie a chi non ha ancora smarrito l’amore per il passato e per il senso della tradizione, ecco a voi gelaterie tradizionali che tuttora si ostinano ad usare prodotti del territorio oltre che a fregiarsi d’un nome che ci riporta all’archetipo della gelateria moderna: la neviera.

HELMUT LEFTBUSTER

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AVER CONSERVATO QUADERNI CON TEMI E DETTATI DA SCOLARETTI ANNI ‘70 CI AIUTERA’ A DIMOSTRARE LA PROSTRAZIONE DELLA MAIEUTICA MODERNISTA

febbraio 5, 2017

“Carta canta!” è un motto di rara infallibilità: i documenti, le fotografie, il cartaceo in generale, testimoniano sin dal giorno della loro invenzione quel che gli uomini sono stati, come sono vissuti, come hanno percepito e interagito con la realtà circostante.
E non a caso, quel coacervo di interessi malsani e ideologie depressive, che l’antropologa Ida Magli chiamava nei suoi libri “Laboratorio Per La Distruzione”, implementa costantemente condotte sociali volte a disintegrare le prove di ciò che siamo stati, complici le nuove tecnologie digitali la cui tenuta nel tempo non è stata ancora empiricamente dimostrata.
http://www.qelsi.it/2014/dopo-loccidente-ida-magli-spiega-come-salvare-leuropa-da-politicamente-corretto-e-multiculturalismo/

Ed ecco che il dettato o il temino di un bimbetto classe 1970 d.C. possono diventare armi mediatiche formidabili a dimostrare quanto e come il progetto mondialista stia improvvisamente contravvenendo a quell’ordine naturale delle cose un tempo trasmesso ai giovanissimi sin dai primi passi della maieutica scolastica.

Il trinomio “fotografia-calligrafia-contenuto” delle immagini sottostanti non necessita di alcun commento o didascalia specifici, bastando da solo ad indurre il libero lettore alle più fiammeggianti riflessioni logiche circa quali nefaste intenzioni siano in animo a chi vuol stravolgere la nostra Civiltà attraverso l’evidente regressione e il palese abbrutimento della didattica, della pedagogia e dell’educazione.

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In conclusione: i soliti musi storti diranno che <<non c’è società umana senza progresso>>, che <<la cultura non può restare immobile>>, che <<tutto cambia e si trasforma>> e, a seguire, le altre solite 3 o 4 ovvietà tratte dal diabetico glossario progressista.
Ebbene, noi rispondiamo a tal belare con l’ennesimo quesito logico: se al gioco del Tiro alla fune non ci fosse chi tira da entrambe le parti…il gioco esisterebbe inquanto tale ?!
Ecco, Noi siamo quelli che tirano dalla parte del Proprio e della Bellezza; gli altri tirassero dove vogliono loro, ma senza rompere i coglioni alle convinzioni altrui.

HELMUT LEFTBUSTER

 

PIATTI ROMANESCHI: IDENTITA’ COMBATTENTE!

aprile 23, 2016

Perché starebbero sorgendo ovunque orrende friggitorie globalizzate, gestite da anonimi ragazzotti “low-cost” col cappellino al contrario, ove le orrende pietanze unte e bisunte, per poter essere omologate in ogni filiale del globo, sono costituite da materie prime di astrusa provenienza e qualità, se non con il preciso intento di alterare la consapevolezza culturale delle nuove generazioni iniziando dall’unica attività umana che si reitera ininterrottamente per tutta la vita, tutti i giorni, almeno tre volte al giorno, e cioè il “mangiare?!
http://www.milanotoday.it/cronaca/coda-arese-centro-commercale.html

Demolire le consuetudini gastronomiche e nutrizionali di un popolo è il modo più rapido ed efficace di smantellarne, in un sol colpo, la produttività, la salute e l’identità.

E lo stanno facendo, in parte sostituendo la demografia autoctona, che da sempre governa il rapporto quantità/tipologie di consumo, con genti che per eccessiva diversità culturale modificheranno tale rapporto inesorabilmente; in parte alterando con proposte gastronomiche deteriori la naturale dieta dei giovanissimi, sedotti così da modaiole porcherie a basso costo volte ad alimentare un’industria del “fast food” totalmente aliena e concorrenziale a quella nostrana. Insomma ci avvelenano boicottando la nostra economia, o, se preferite, boicottano la nostra economia avvelenandoci.

Eppure, questa analisi è fin troppo lapalissiana; meno lapalissiano è invece il come reagire a questo scempio programmato.
Ebbene, se la guerra è guerra, che lo sia anche in tavola: almeno nei giorni di festa, facciamo venire ai nostri figli l’acquolina in bocca con piatti densi di identità e pregni di materie prime la cui genuinità sia direttamente ricollegabile al loro territorio di nascita. Insomma, quello che dovrebbe essere il naturale equilibrio millenario di ogni popolo e che invece, un laido gruppo di balordi globalisti, vorrebbe minare per far saltare quel che siamo.

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i rigatoni co' la pajata

la trippa

carciofi e patate

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Sia ben chiaro: da Romani trattiamo di ricette romane; ma da Ragusa a Bolzano ce ne è per tutti i gusti.

A questo link del nostro blog troverete esercenti “certificati” nella loro ortodossia produttiva e professionale da cui rifornirvi e servirvi serenamente…

https://aristocraziaduracruxiana.wordpress.com/2011/05/08/guida-dvracrvxiana-a-locande-ristori-e-commestibili-identitarii/

maritozzi co' la panna

HELMUT LEFTBUSTER, CUGA e TESS LA PESCH – Aristocrazia Dvracrvxiana –

LA MISSIONE IDENTITARIA DI UN ARTISTA PASSA PER LA PORCHETTA (Ferragosto pescolano con Mario “The Black” Di Donato e la sua “Ars et Metal Mentis”)

ottobre 2, 2015

Le forme, i suoni e l’amore che ci lega alle une e agli altri non si inventano, esistono. L’Artista che nasce in grembo al suo Libro Mario T.B.territorio ne vive, elaborandone la spiritualità sotto forma di suggestioni estetiche, la natura morfologica in tutti i suoi aspetti sensoriali.
E così come egli stesso risulta irripetibile anello evolutivo di ciò che lo ha partorito, la sua arte non potrà che essere fonte testimoniale di ciò che il suo grembo materno è stato per lui.

Quindi, sessantottini, aridume materialista e compagnume vario, rassegnatevi: funziona così ovunque, tranne che per le mosche annidate nella vostra merda ideologica!

https://aristocraziaduracruxiana.wordpress.com/2015/10/02/i-deviate-damaen-a-pescosansonesco-

per-la-mostra-di-mario-the-black/

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L’estro dell’Artista non è mai libera invenzione ex-novo; esso è filone esperienziale all’interno del quale costui sceglie i

pezzi di creta da riamalgamare a proprio gusto, secondo la propria sensibilità, dando vita ad opere che sono frutto del meglio del suo habitat e dei trascorsi storici della sua comunità di nascita e d’appartenenza.

La pittura, da questo punto di vista, non è che la fedele ritrascrizione visuale, quindi morfologica, di ciò che il pittore vive e ripropone alterandone il tratto originale attraverso il suo personale immaginario.Elementi estetici identitari OK

Con i nostri occhi abbiamo visitato i teatri figurativi a cielo aperto usati da The Black per il suo ciclo pittorico dedicato al beato Nunzio Sulprizio (allestito permanentemente all’interno della pinacoteca sulpriziana): la buca del diavolo, le cripte, i paretoni scarrupati che costeggiano il corso della cascata di San Rocco; i mascheroni della Fonte Romana, ove il Beato viene cacciato dalle donne (come raccontato nella vivida e omonima pittura ad olio del 1980 riportata Fonte Romananel link a fondo pagina).

Abbiamo raggiunto la spettrale chiesa di San Nicola, per accedere alla quale ci si scortica i polpacci con quegli stessi rovi protagonisti di tanti scenari pittorici animati da The Black, e che dal vivo fanno sanguinare veramente.

E allora se tutto ciò ha ispirato o potrebbe ispirare anche voi, prima di rimpirvi la bocca con demoni e tombe pacchianamente sorbiti, dovrete farne vostra la sacralità morfologica, poiché nessun dettaglio in natura è casuale o sostituibile; e contaminata l’Opera d’Arte da amenità

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allogene, nessuno di noi potrebbe più bearsene esattamente così come l’ha goduta sinora. Ecco perché è fondamentale la missione di “preservazione” e difesa identitaria a cui il Sottoscritto e la sua band non si stancano mai di inneggiare, amando sovrumanamente ciò che siamo e disprezzando (e sputtanando) militantemente chiunque ne accenni l’auto-demolizione.

Da fieri rielaboratori di identità abbiamo a nostra volta concimato questo suolo gotico con qualcosa di nostro: qualcosa composta e realizzata ben prima di calpestare questi sassi, ma che, essendo frutto delle medesime suggestioni estetiche, culturali, e filosofiche RMK donato a Pescosansonescovitalizzate a queste latitudini, gli somiglia, gli appartiene; e, pertanto, nei suoi meandri più scoscesi, ivi sarà celata per l’eternità una copia del nostro “Retro-Marsch Kiss”

Aver brindato al ferragosto 2015 d.C. con Mario “The Black” Di Donato, dopo esserci artisticamente ed umanamente goduti l’artista che da adolescenti ascoltavamo di notte nella medesima lingua antica che la mattina studiavamo a scuola, è stata emozione di cui GAb T.B. e le Madonneesser grati alla vita. Così, donatogli nel bel mezzo della piazza di Pescosansonesco il nostro dipinto per la sua collezione di opere pittoriche realizzate dalla “creme de la creme” dell’italico Metal, e dopo aver fatto, su suo invito, il discorso di brindisi al tavolo del Sindaco inneggiando all’identità e al trionfo autarchico dei prodotti e delle bellezze della zona, ci siamo nutriti di quella sodalità che solo buon pane, vino, birra e porchetta avrebbero potuto accompagnare: poiché tutti noi mangiamo il maiale da sempre, e la nostra musica non può che essere impregnata del suo unto.

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https://www.youtube.com/watch?v=BINd-CZGzW0

Noi abborriamo il grigio e depressivo mondo dell’uguale: Arte è anzitutto diversificazione e identità.

Ora, che tutto ciò lo dicano gli sprezzanti Deviate Damaen può apparire tautologico: ma se per Noi “The Black” è una fonte d’ispirazione e un Amico, in ambito pubblico costui è un’autorevole icona per la quale sono state usate parole altisonanti da esperti d’arte e da amministratori pubblici che ne hanno valutato lo spessore culturale; parole accorate che pure non sono così lontane dalle nostre.. (come potrete leggere qui sotto).

http://www.qelsi.it/2015/mario-di-donato-il-pittore-metal-che-vivifica-le-leggende-della-sua-terra/LA PORCHETTA E' METAL 2

G/Ab SVENYM VOLGAR DEI XACRESTANI

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IL PARROZZO DANNUNZIANO

settembre 30, 2015

C’è poco da fare: come tutto ciò che è performato da Madre Natura, anche il cibo è inflessibile testimone di identità, tradizione e verità storiche.

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Ed ecco spuntare dalle lande abruzzesi un nesso storico-gastronomico misconosciuto ai più: il “Parrozzo”, etimologicamente “Pan Rozzo” (dicitura che, ça va sans dire, farebbe inorridire ogni radical chic che -non- si rispetti), è un meraviglioso dolce creato nel 1920 dal pescarese Luigi D’Amico, che s’ispirò ai canoni estetici e valoriali più in voga nelle epoche felici: i sapori semplici della propria terra ed il duro lavoro che essa richiede per dare i suoi frutti.
Così, il pasticcere abruzzese si rifece, nel dar vita ad un dolce natalizio, al pane dei contadini della sua regione fatto di granoturco per durare di più; e ne imitò il giallo della mollica attraverso l’uso di uova, mandorle e miele, e il brunito della crosta attraverso una copertura di cioccolato.
Vuole la tradizione, che la prima persona alla quale Luigi D’Amico abbia fatto assaggiare il parrozzo sia stato

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Gabriele d’Annunzio, il quale, innamoratosi del nuovo dolce, scrisse un madrigale “La Canzone del Parrozzo”
<<È tante ‘bbone stu parrozze nove che pare na pazzie de San Ciattè, c’avesse messe a su gran forne tè la terre lavorata da lu bbove, la terre grasse e lustre che se coce… e che dovente a poche a poche chiù doce de qualunque cosa doce…>>.

E Noi ve lo raccontiamo dopo essercene sbafati a dovere.
HELMUT LEFTBUSTER, TESS LA PESCH & ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA

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IN RICORDO DELL’ULTIMO EREMITA

settembre 19, 2015

Mentre la modernità fa di tutto per desertificare lo Spirito d’Occidente, Noi, esuli retrogradi, non restiamo certo con le mani in mano, e “ricordare” è senz’altro una delle strategie più efficaci a resistere e a fare casino.

http://www.ilrestodelcarlino.it/fermo/morto-padre-pietro-lavini-frate-eremita-1.1207815

Oggi, con una Chiesa ridotta a fare da raccattapalle migranti sfaccendati e impegnata solo a sgraffignare danari dalle don Alexio e Padre Pietrocassette delle offerte per destinarli alla costruzione di moschee in mezza Europa, parlare di “eremiti” può apparire quantomeno anacronistico. Ma proprio per questo va fatto: per ricordare che l’Occidente è stato ben altro e che farcelo tornare ad essere è solo una questione di scelte: ma per scegliere bisogna conoscere ciò che siamo stati.
In occasione della morte di padre Pietro, il “muratore di Dio”, l’ultimo eremita vivente sul territorio italico, un uomo che col solo suo lavoro fisico è stato capace di costruirsi una chiesa di pietra fra i dirupi delle Gole dell’Infernaccio, sui monti Sibillini, pubblichiamo postuma una sua intervista rilasciata a “Dvra Crvx”, la fanzine cartacea antesignana di questo blog, fondata da don Alexio Bavmord nel ’95, all’epoca organista dei Deviate Damaen.
Infatti, nel giugno del ’96, un’avventurosa combriccola dvracrvxiana formata dallo stesso don Alexio, interessato a conoscere ed intervistare l’eremita, da Volgar, aggregatosi al fine di registrare sfondi naturalistici per l’album del Deviate Damaen allora in lavorazione, “Religious As Our Methods”, e una collaboratrice della fanzine, Valium, si inerpicò lungo i sentieri di quelle gole dell’Infernaccio che ispirarono Gustave Dorè e che, dopo ore di impervia risalita, avrebbero condotto alla chiesina di Padre Pietro, consentendo così ai Nostri di riportare alla base un resoconto audiofonico e fotografico del quale, a distanza di ben 19 anni, pubblichiamo qui gli estratti grafici originali.
Del resto, il fenomeno spirituale dell’eremitismo, in seno a quello più ampio del monachesimo occidentale, è da sempre materia cara alla nostra opera di ricerca storica e alla nostra indole compositiva di Artisti.
https://aristocraziaduracruxiana.wordpress.com/2014/11/22/san-silvestro-guzzolini-leremita-conservatore-che-sapeva-negare-clemenza/

Che la terra ti sia lieve, Pietro, preservatore di quell’eremitica spiritualità occidentale che tanto ha dato ai suoi posteri e che, attraverso te, abbiamo potuto toccare con mano anche Noi “conservatori” del terzo millennio.. che ben sapremo come immortalarne le gesta!

                                                                    ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA

1 DCC x P. PIETRO

2 DCC x P.PIETRO

3 DCC x P.PIETRO

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5 DCC x P.PIETRO u

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ALBERO DI NATALE 2014 d.C. : fiamma, archetipo di luce identitaria!

dicembre 29, 2014

La modernità fa danni ovunque, soprattutto quando Albero di Natale 2014 x AD
ad arricchircisi sono venditori di oggettistica
a basso costo e anonima estrazione culturale.
Torniamo dunque a far sì che la luce natalizia
ci filtri da ciò che forgiano i nostri fabbri
e scaturisca dal pregio che partoriscono le nostre api,
tornando ad illuminare la bellezza che siamo NOI.

– Aristocrazia Dvracrvxiana –

SE I GLOBALISTI HANNO PAURA DELLE TELLINE…ABBUFFARSENE E’ COSA BUONA E GIUSTA!

settembre 5, 2014

Ma ce lo ricordiamo che “zucchero” il sapore degli spaghetti con le telline?

La tellina è un piccolo mollusco autoctono dei nostri litorali sabbiosi. Sino a qualche tempo fa’ la loro grande diffusione era dovuta alla reperibilità quasi familiare che consentiva, nei periodi d’oro, a famigliole con secchiello e paletta di scavare liberamente nel bagnasciuga sino a scovare fra la sabbia bagnata grandi quantità di queste “conchigliette” che poi, portate a casa e opportunamente lasciate a mollo in acqua salata per dissabbiarle, venivano cotte alla stregua delle cozze o delle vongole, dando vita ad un sughetto, a nostro avviso,  infinitamente più dolce e intenso di qualsiasi altro intingolo a base ittica e praticamente a costo zero.

Poi, negli anni ’90, con la cementificazione del litorale, l’esplosione di stabilimenti da “apericena” e altre bellurie moderniste, le telline scomparvero per oltre un decennio; ma poiché la natura ha sempre più assi nelle maniche rispetto a quelli in possesso dei suoi  “snaturatori”, ora le telline sono riapparse, dando vita addirittura a sagre ed eventi tematici che ridanno respiro alla figura del “tellinaro”, colui che le pesca per conto di rivenditori e ristoranti attraverso l’uso di faticosi strumenti manuali capaci, a forza di gambe e braccia, di dragare i fondali immediatamente attigui alla battigia, senza danneggiarne la conformazione.

Ebbene, le telline sono un prodotto “No Global” per definizione: non possono essere conservate né tantomeno congelate; son troppo poche per esserne industrializzata la coltura, e resteranno una voce di consumo di nicchia e da intenditori lontani anni luce da quel radical-chicchismo esotico “ostriche & champagne” proveniente dai lidi dell’incularella.

Ecco perché ce n’è quanto basta per rendere la tellina il tipico prodotto autarchico, naturale e a km 0 capace di spaventare i grigi mercanti della globalizzazione.

http://www.sostenitori.info/allarme-della-coldiretti-addio-alle-telline-per-colpa-della-ue/

Basta poco per far loro grattare gli zebedei, eh?! E allora forza, ficchiamo le mani nella sabbia, e abbuffiamoci di telline!SE I GLOBALISTI...

HELMUT LEFTBUSTER

IL FASCIO LITTORIO DOVREBBE RICORDARCI CHE SENZA COESIONE NON V’E’ CONSISTENZA

giugno 24, 2014

Era il simbolo dell’”imperium” dei magistrati romani, ovvero dell’esercizio del loro potere giurisdizionale, che nel FASCIO LITTORIODiritto romano abbracciava competenze militari, giudiziali e amministrative.

La sua estetica è talmente bella e significante che, a dispetto delle strumentalizzazioni ideologiche che “il Fascio” ha subito dopo il Ventennio, esso è tuttora adottato in molti stemmi di paesi democratici occidentali, compresi quelli delle polizie norvegese e spagnola, solo per citare alcuni esempi (oltre che impresso sui vecchi tombini romani, come quello della fotografia di corredo all’articolo).

Esistono miriadi di fonti enciclopediche che descrivono egregiamente il percorso eziologico, semantico e stilistico di tale emblema; qui vorremmo limitarci a rilevare l’archetipo messaggio di coesione che esso trasmette: un messaggio fisico, empirico, ma dalla forte valenza filosofico-spirituale e quindi politica. Se i portatori di una concezione identitaria e tradizionale di Comunità proseguiranno a bisticciare come donnicciuole che litigano per un posto privilegiato a lavar panni al fiume, continueremo tutti a bere acqua sporca, come ci mostra l’evoluzione delle alleanze al parlamento europeo.

http://www.qelsi.it/2014/salta-leurogruppo-di-marine-le-pen-e-lega-che-ora-si-ritrovano-tra-i-non-iscritti/

Tutti sappiamo cosa non ci piace dell’andazzo progressista, modernista e globalista imperante; andazzo che ha il solo merito di non lesinarci genuinità nelle proprie intenzioni distruttive. Quindi non sarebbe difficile partire da tale consapevolezza per trovare coesione fra anime, fortunatamente diverse poiché non siamo cloni giacobini, ma legate assieme su base comunitaria di “somiglianza”, alla pari di quelle verghe che singolarmente si spezzano, ma tenute insieme da lacci ben stretti, resistono.

Pensiamoci, prima di arroccarci sui nostri catafalchi ideologici per poi fare la fine dei capponi di Renzo: non sarebbe una fine da eroi (come qualcuno crede), ma da pennuti indegni di quelle aquile romane dalle quali noi tutti – volenti e nolenti – discendiamo.

– Aristocrazia Dvracrvxiana –

IL RISTORANTE STRANIERO E’ UNA BUONA ALTERNATIVA A QUELLO “MULTIKULTU”

giugno 7, 2014

L’assetto culturale di una grande tradizione gastronomica è basato sulla logica, non sugli intellettualismi radical-chic o sul sottocosto che imperversa fra i lavoranti.

Al netto del fatto che risulti logicamente incongruo trovare per lo più personale straniero nei ristoranti italiani quando i dati sui diplomati negli istituti alberghieri ci dimostrano quanti giovani cuochi e camerieri vengano ogni anno resi disponibili in quel precipuo settore del mercato del lavoro, qualche anima bella dovrebbe spiegarci come possa un cuoco islamico cucinare un buon cotechino con le lenticchie senza nemmeno poterlo assaggiare per via del suo Credo, o come possa un cameriere orientale illustrarci la storia dei vini e dei piatti che ordiniamo, sminuendo così quella fascinazione culturale comprensiva di “accento locale del buon oste” che è parte integrante della godibilità d’una serata a cena fuori.

 

http://www.youtube.com/watch?v=h5qHIYl28W8

 

Durante qualche giorno di permanenza nella città di Milano, siamo rimasti allibiti da come sia stato impossibile rintracciare la minima corrispondenza fra culturalità proposta dal climax del locale visitato (es. “osteria di cucina tipica lombarda”), e personale lavorante al suo interno.

Dal punto di vista statistico, vi pare plausibile che, con gli italiani che tornano a fare gli operai siderurgici o le badanti per via della crisi, non ve ne sia mezzo disposto a fare il pizzaiolo o il cameriere? Non sarà che gli stranieri costano comunque meno di noi, finanche in tempo di crisi?

Ebbene, se scegliamo di andare a mangiare cucina indiana è perché vorremo gustare quel tipo di climax estetico, culinario e organolettico; e così per qualsiasi altra tradizione gastronomica la cui varietà di scelta contribuiscano a rendere più bello e colorato il mondo.

Ciò detto, qualcuno dovrebbe spiegarci che cosa significhi “cucina cinese-giapponese”, assurda dicitura sempre più IL RISTORANTE STRANIEROconsueta nelle nostre città, connotata dall’orrendo confronto fra due menù (uno cinese ed uno giapponese) differenziati solo dal prezzo, anziché, come dovrebbero, dall’abissale distanza culturale esistente fra le due diverse proposte gastronomiche: ma che cosa pensano, questi furbacchioni, che bastino gli occhi a mandorla per darci un sapore “etnico” generico che ci faccia sentire ad est di Trieste? E’ forse tutto qui il miracolistico progressismo multiculturale invocato dalle intellighenzie mondialiste: due menù con qualche euro di divario?!

E allora, piuttosto che mangiarci un’Amatriciana cucinata da un aborigeno dell’Australia o un Sushi cucinato da un cuoco mongolo, preferiamo un sano ristorante di carni argentine, o un buon messicano (magari genere “Far West” con le porte girevoli da saloon) che perlomeno ci assicuri piena corrispondenza fra atmosfera, sapori proposti, e personale lavorante; insomma ci garantisca la “culturalità” scelta per quella determinata serata, senza troppi pastrocchi a basso costo per pagare i quali non sapremo mai realmente a chi saremo andati a regalare i nostri soldi, né da dove provenga il cibo che ingeriamo.

Abbiamo provato, in particolare, la catena “Old Wild West”, e la carne non era male. Ma lo stesso può valere per un buon ristorante indiano o giapponese d.o.c. : allora sì che la seratona esotica ci sta tutta, un po’ come andare al luna-park!

Se i multiculturalisti ad oltranza capissero quanto danno fanno alla bellezza delle differenze con la loro ossessione per i “pastoni”, forse potremmo persino offrir loro la cena…

HELMUT LEFTBUSTER