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IL CULTO DELLA DISCENDENZA NELL’ANTICHITA’ CLASSICA E NELLA SUA “CONSECUTIO GHIBELLINA”

gennaio 16, 2015

Con questo elaborato intendiamo esaltare quell’aspetto primordiale della discendenza che, nel mondo rigirato di oggi, è paradigma di lesa maestà verso il progetto di omogeneizzazione del Tutto.

Tre i passaggi proposti: dal poema virgiliano come declinazione del mito esiodiano nella Romanitas, ad espressioni giuridiche su base dinastica come la “Prammatica Sanzione”, sino a cantiche contemporanee frutto di coraggiosa militanza poetica di avanguardie musicali anti-mondialiste.

Iniziamo partendo dalla parafrasi di un testo epigrafico di epoca romano-repubblicana che disquisisce sulle implicazioni spirituali del legame agnatizio.

(da “Il Mito Di Enea” di M.Bettini e M.Lentano, ed. Einaudi):OLYMPUS DIGITAL CAMERA

“E’ il padre che indica al figlio i modelli <<domestici>> cui questi deve ispirare la propria azione, e che contestualmente addita se stesso come colui nel quale quella ispirazione si è già compiutamente realizzata. A Roma, ad un figlio si chiede anzitutto di eguagliare le azioni del padre, restando implicito che così facendo egli imiterà anche quelle dei suoi antenati. Questo complesso gioco di specchi è illustrato con particolare chiarezza in un importante testo epigrafico, l’elogio di Cornelio Scipione Ispano, risalente alla seconda metà del II secolo a.C.

<<Ho accresciuto le virtù della famiglia con i miei costumi; ho generato una discendenza, ho emulato le azioni del padre. Ho ottenuto la lode dei miei antenati, ed essi si rallegrano che io sia disceso da loro: l’onore che ho raggiunto ha dato lustro alla stirpe.>>

Il testo epigrafico assegna dunque un compito di mediazione analogo a quello riconosciutOLYMPUS DIGITAL CAMERAo ad Anchise nel poema virgiliano; la sua funzione è quella di additare al figlio gli <<exempla domestica>>, i grandi archetipi familiari dei quali il padre rappresenta la prima e più diretta incarnazione.”

 

La linea maschile di tale impianto, che, dal mito virgiliano, confluisce sin nel Diritto romano, è ribadita successivamente in emanazioni e provvedimenti giuridici che non solo confermano quanto di “latinitas” siano impregnati la lingua e i formulari in uso durante l’intero millennio di vita del Sacro Romano Impero, ma determina altresì l’ancestrale esigenza successoria del tramandare, attraverso lo strumento statuale-familiare (la “gens”), quella “consegna” che universalisticamente diviene imperiale nell’accezione dantesca del termine.

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E’ il caso della “Prammatica Sanzione” (1703 d.C.): scopo di questa legge fondamentale della monarchia danubiana era quello di consolidare dal punto di vista dinastico il dominio asburgico attraverso un trattato di famiglia che regolava i diritti successorii: i possedimenti degli Asburgo furono dichiarati indivisibili e dovevano essere ereditati dai primogeniti, iniziando da quelli dell’imperatore regnante, e solo in mancanza di eredi maschi, delle sue figlie.

(da “Il Sacro Romano Impero”, di Friedrich Heer)

 

Ora, per quale astruso motivo, se qualcosa è già stata apprezzata nell’umano passato, dovrebbe divenire bandita nell’umano futuro? Non è forse la ripetibilità di un fenomeno antropologico l’espediente OLYMPUS DIGITAL CAMERAfondamentale della migliore evoluzione umana alla luce d’una saggezza vincente? Come potrebbero mai Passato e Futuro esser dicotomici, essendo il secondo figlio del primo? E’ nel concetto di “discendenza”, dunque, che non può che trovarsi l’unica verità plausibile.

 

L’idea di costruire il Walhalla di Regensburg, il grande tempio votivo voluto da Ludovico di Baviera nel 1830 su progetto dell’architetto Leo von Klenze, per contenere i busti, infallibili testimoni di fisiognomica, e le targhe commemorative dei più grandi uomini della sua terra (da Barbarossa a Mozart), sul precipuo canone estetico ed architettonico del Partenone di Atene, e con lo stesso Ludovico scolpito nei panni degli antichi Cesari suoi predecessori, ci dimostra quanto aggiornata sia l’intenzione dei grandi Uomini d’Occidente di perpetrare ciò che da sempre l’Occidente è.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Ora però tocca a noi tutti essere quegli uomini: questa, la solenne e libera riflessione, nonché personale impegno di chi scrive, che è il punto d’approdo dell’incipit storiografico dal quale siamo partiti.

Concludiamo riportando due stralci di liriche ascrivibili al contemporaneo alveo poetico-musicale occidentale, a dimostrazione di come l’”armata Brancaleone” dei becchini della memoria e della traditio, per quanto formicolante e molesta, sia ben lontana dal riuscire a farci dimenticare chi siamo.

 

Da “Ancient Dreams” dei Candlemass (tradotto dall’inglese):OLYMPUS DIGITAL CAMERA

“Grandi re e tiranni, unicorni e signori degli elfi, diavoli e demoni, segrete e draghi;

la fenice sta sorgendo dalle ceneri del vento, nata nella gloria, tornata ancora una volta alla cenere; in alto vola il drago, il sovrano dei sette cieli. Cavalca i venti, non sapendo che non può morire. Insegui l’orizzonte, cattura l’illusione, ricorda il bambino che è in te; non c’è un domani, solo tristezza e dolore, aggrappati agli Antichi Sogni.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 Da “Basta Non Basta” dei Deviate Damaen:

“…si tratta soltanto di volgerci indietro a poeti, statisti e sculture di vetro; di tornare a parlare di quanto fum belli e far d’ogni resa il culo a brandelli!”.

 

G.dX (con la collaborazione di Helmut Leftbuster, terminato di scrivere presso il Walhalla di Regensburg e l’abbazia di Weltenburg, in Baviera).GdX x artic DISCENDENZA

SAN SILVESTRO GUZZOLINI, L’EREMITA CONSERVATORE CHE SAPEVA NEGARE CLEMENZA

novembre 22, 2014

Come sempre affrontiamo biografie di personaggi storici non per partecipare del loro credo politico (nel caso di un San Silvestro effigecondottiero) o religioso (nel caso di un Sant’uomo come quello in esame), ma per testimoniare del loro “exemplum” personale all’interno del percorso filosofico occidentale, troppo spesso tendenziosamente offuscato da una storiografia partigiana e piegata a dinamiche mercantili.

Già dal nome, Silvestro, questo santo ci conduce in un bosco: ed è sin lassù che siam saliti a respirarne le suggestioni e a ripercorrerne le tracce, nel cuore della gola Rossa, pieno appennino marchigiano, attraverso un percorso ideale e geografico che, partendo dagli albori del suo eremitaggio, lo ha poi condotto alla costruzione di un imponente monastero sulla cima del Monte Fano (o Montefano) presso Fabriano (da non confondersi con l’omonimo paesino dell’entroterra anconetano).

Coevo di Dante (1177-1267), figlio d’un insigne giurista di fazione ghibellina, Silvestro Guzzolini aderisce alla Regola benedettina (che all’epoca non era l’unica, ma quella più incline a rappresentare una vera e propria “legislazione” del Monachesimo occidentale), decidendo di viverne il perfezionamento attraverso l’eremitaggio. E così si ritira presso l’eremo di Grottafucile, costruito sulla cima del monte Revellone, massiccio di Genga-Frasassi.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Di quell’eremo resta l’agglomerato pietroso a cielo aperto che già allora ne costituiva il sito in modo non così diverso da come si para oggi alla nostra vista.

Per capire quanto potenti possano essere le suggestioni della natura, basti pensare a come i registi fatichino non tanto a reperire “location” naturali per film storici ambientati in epoche lontane (prati, cavalli e ruscelli), quanto a ricostruire ambientazioni caratterizzate dalle diverse formule estetiche e sociali di antropizzazione susseguitesi nel tempo, come modelli di utensili riferibili ad un determinato decennio, vestiario compatibile con una determinata moda in auge in un periodo specifico, e via dicendo. Ebbene, da assidui perpetratori di esperienze come questa, anche Noi possiamo giurare che le asperità di un pernotto sotto le stelle non siano più sconvenienti alla natura OLYMPUS DIGITAL CAMERAumana di quanto lo sia l’obbrobrio a-spirituale che oggi viene spacciato come “vita moderna”.

 

La sommità del monte si raggiunge con un’ora di marcia serrata lungo un sentiero quasi sempre ombreggiato che si diparte dalla gola attraversata dal fiume Esimo, non appena lasciataci sulla sinistra la cava di pietra.

Una volta giunti alla cima, un portale diroccato in pietra c’introduce nell’ampio antro boschivo che ambienta la sala sullo sfondo della quale si erge la parete di roccia che funse da altare e da giaciglio a Silvestro.

E’ lì, fra quelle pietre, che, in totale solitudine, ci siam messi a sfogliare la biografia del santo firmata da Vincenzo Fattorini e donataci dai monaci di Montefano, il secondo eremo silvestrino, che fu fondato sulle preesistenti vestigOLYMPUS DIGITAL CAMERAia di un tempio pagano.

Quel che segue è il resoconto della nostra lettura.

 

L’aspetto miracolistico delle opere di san Silvestro, come il misterico spostamento della gigantesca pietra per l’altare, da un lato assimila l’eremita a san Benedetto, quando costui, secondo la leggenda, fermò la rupe che stava per franare addosso alla sua comunità sublacense; dall’altro ricalca lo stilema pagano d’una eccezionalità di fatti nei quali la volontà divina “eroicizza” l’Uomo elevandolo rispetto alla mediocrità degli altri suoi simili e rendendolo OLYMPUS DIGITAL CAMERAstrumento della Provvidenza.

 

Tuttavia non è stata l’eccezionalità dei miracoli di Silvestro a segnarne la fama, quanto la sua tenacia politica e dottrinale: tanto costui si diede da fare in tal senso, che il 27 giugno 1248 papa Innocenzo IV approva l’Ordine silvestrino basato sulla Regola benedettina, ponendolo così al riparo da ogni contestazione di eresia. I primi due monasteri citati nella Bolla papale d’approvazione saranno proprio Grottafucile e Montefano; ed è interessante notare il fatto che al momento della consacrazione canonica di entrambi i templi da parte del papa, Silvestro detiene la proprietà territoriale sulla quale ne poggiano le mura, avendola stanzialità okpreventivamente acquistata sia attraverso risorse di famiglia, sia attraverso donazioni di privati e permute, e sfatando l’ideologismo in base al quale una comunità monastica o un singolo monaco dovrebbero sconfessare, in nome d’un pauperismo strampalato in salsa comunista, quel naturale diritto di proprietà dato da Dio ad ogni uomo attraverso la legge di Roma.

Insomma, per citare il virgolettato dell’autore, “pur entro l’ambito della Regola benedettina, Silvestro si muove con inventiva, consapevole del proprio ruolo di fondatore e attento alle richieste che i tempi nuovi avanzano al monachesimo

Un “innovatore reazionario”, dunque? Già, perché “innovazione” è sinonimo di “lassismo” solo nella distorta visione a OLYMPUS DIGITAL CAMERAsenso unico propria dei nostri tempi; in tempi più assennati, tale parola stava ad indicare semplicemente il significato che l’etimo le conferisce: un qualcosa di nuovo che interferisce, indifferentemente rivoluzionando o reagendo, rispetto allo status quo ante.

 

Ed eccolo il tema cruciale della “rivisitazione reazionaria” che Silvestro fa della Regola e del proprio Credo. Prendiamo in esame il tema della severità e della misericordia: l’aneddoto narra che transitando per la Gola Rossa, egli si sia imbattuto in tre briganti ai quali profetizzò senza troppi complimenti una morte immediata e violenta se non avessero cambiato vita (pag 55). Ecco che il tema della “pietas”, oggigiorno penosamente diabetizzato dal “pietismo” dilagante, torna a normalizzarsi secondo canoni di giustizia filosoficamente accettabili, sani, quasi pagani nella loro umana esigenza di contrapporre ad un’offesa ricevuta l’equilibrata difesa inferta e il giusto contrappaOLYMPUS DIGITAL CAMERAsso, cristiano o pagano che sia.

Del resto, “alla scuola di Silvestro la mediocrità non trova posto”; la corporeità, non sempre fatta propria dalle spiritualità di stampo monoteistico, “trova robustezza di sentimenti che non rifugge da manifestazioni esteriori, dal momento che l’uomo non è solo fredda intelligenza, ma cuore ardente che ha bisogno di espandersi, coinvolgendo anche il corpo”.

E ancora: “Che dire poi di quel tale che, non riuscendo ad arrivare in cima alla montagna, se ne resta triste e sfiduciato in pianura senza muovere un passo? Su, svegliati!”

Parole chiare, coraggiose e forti anche per i tempi di Silvestro e Dante; figurarsi per i nostri!cane sbranato OK

 

Passiamo all’altro testo in nostro possesso, intitolato “Alle fonti della Spiritualità silvestrina” e a cura di Ugo Paoli.

Qui troviamo altri aneddoti eloquenti ove persino il mito cristologico del lebbroso, solitamente riportato in chiave assolutoria, viene proposto con finale e finalità capovolti: un certo Trasmondo, in un impeto d’ira, colpisce Silvcane in latino OKestro al volto; quest’ultimo rimarrà impassibile, sino a che la Divina provvidenza stessa, al pari della reazione vendicativa d’un dio olimpico, ricoprirà di lebbra il corpo dello sciagurato iracondo, costringendolo ad invocare il perdono del monaco per quel gesto abietto. (pag 34)

Il perdono non è un diritto di chi lo riceve né un dovere di chi lo concede; esso è una liberalità che dev’essere meritata con l’espiazione e il pentimento: altrimenti, che non se ne faccia nulla!

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Persino il tema della “stanzialità”, da sempre caro al Pensiero conservatore e per questo motivo visto dalla vulgata contemporanea con ben meno simpatia di quello del “nomadismo”, appartiene alla strategia predicatrice del Santo: costui non se ne andrà a predicare ciò in cui crede in giro per il mondo, ma lo destinerà alla propria terra come sarebbe giusto che ogni benefattore facesse, sconfessando il detestabile luogo comune del “nemo profeta in patria”. (pag 21)

E ancora, gli animali, la cui indole è normalmente letta in una chiave più adatta a descrivere dei peluches cheOLYMPUS DIGITAL CAMERA non delle

belve, con Silvestro riacquistano la loro naturale dignità, per cui un cane eccessivamente ribelle e prepotente, pur ammonito, viene fatto sbranare dai lupi più forti di lui per reprimere la sua violenza e punirlo della sua disobbedienza. (pag. 51)

Non manca in Silvestro neppure la rivalutazione della gaudenza (troppo spesso compressa da certo cattolicesimo di stampo pauperista e nichilista) propria del canone occidentale di fruizione della vita e del piacere che con essa ci è stato donato da Dio: nel miracolo del vino (pag 65), Silvestro tramuta acqua semplice in vino di pregio non per intenti cerimoniali o simbolici, ma proprio per goderne lui e i suoi commensali, così come da sempre l’Uomo occidentOLYMPUS DIGITAL CAMERAale ha fatto per premiarsi delle sue fatiche fisiche e per ristorarsi nello spirito; e si sa che nelle Marche si è sempre bevuto alla grande!

Così, dopo una bella bevuta cumulativa, chiudiamo questo viaggio marchigiano nella santità di un grande Uomo occidentale del passato, con la raffinatezza di pensiero di una grande Donna occidentale del presente, l’antropologa Ida Magli, che rivendica la titolarità della difesa dei lavoratori in capo proprio a quel San Benedetto che tanto ha ispirato il protagonista di questa nostra monografia (pag.226 del libro “Difendere l’Italia”, Rizzoli ed.):OLYMPUS DIGITAL CAMERA

<<Il concetto di “lavoro”, il rispetto per il “lavoratore” e per le sue braccia, non è nato con Marx. Il primo a metterne in luce il valore è stato un frate italiano: Benedetto da Norcia..con il suo “ora et labora”. Un detto positivo, in cui il lavoro è talmente bello e fruttuoso da essere equiparato alla preghiera: “lavorare e pregare”, lontanissimo da quel lavoro come fatica e condanna prospettato da Marx>>.

Rileggiamo dunque la Storia coi giusti occhi; e se li sentiamo stanchi o annebbiati, stropicciamoceli ben bene e, all’occorrenza, laviamoceli con del buon collirio.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 

G.dX (con la collaborazione di Helmut Leftbuster)

IL MATERIALISMO POST-ILLUMINISTA E’ DEMOLIZIONE DI SPIRITUALITA’ TANTO CRISTIANA QUANTO PAGANA

settembre 15, 2014

Lo Spirito, il Credo, il Trascendente, il Mito: per noi occidentali sono l’ininterrotta stratificazione del sogno, dell’ideale umano (lo si voglia chiamare “Kalòs kaì Agathòs” o purezza angelica) e dell’ascensione ultraterrena (che sia verso l’Olimpo, il Paradiso o il materialismo post ...3
l’Ade); ascensione della quale l’Aquila (emblema di Giove, ma anche dell’evangelista Giovanni) resta l’icona imperiale per eccellenza, la cui sacralità è immortalata da Dante nella Divina Commedia, la più alta espressione del sincretismo poetico pagano-cristiano.

https://aristocraziaduracruxiana.wordpress.com/2013/12/28/ettore-cozzani-e-luigi-valli-la-scorrettezza-politica-di-dante-monografia-dvracrvxiana/

 Quindi la nostra tesi è: chi è nemico dell’Anima è nemico tanto della spiritualità cristiana quanto di quella pagana.

Non è un caso, infatti, che le uniche forme di spiritualità che il laicismo anti-tradizionale accoglie siano quelle allogene (come quelle animiste o “new age”) e anti-occidentali ( come l’Islam), nonostante anch’esse contengano a pieno titolo crismi fideistici che dovrebbero essere indigesti ai laicisti almeno quanto il dogma della sacralità dell’Imperatore romano o quello della verginità della Madonna.

Il laicista abbraccia, pur detestandole comunque nello specifico, tutte quelle religioni prive di antropomorfizzazione della divinità che non rischino così di identificare iconograficamente il rapporto fra la divinità stessa ed il suo bacino etnico cultuale di riferimento: e anche in tale prospettiva torna il caso dell’Islam, la religione che forse più di tutte mortifica il corpo umano sia maschile che femminile.

E’ quindi inevitabile che la meccanicistica dell’egalitarismo giacobino, soprattutto recepito nella sua dimensione mondialista, privilegi la brutale legge della massificazione rispetto ad una porzionatura specifica dell’esperienza umana che tenga conto delle diverse evoluzioni spirituali declinatesi nelle differenti civiltà del pianeta. Del resto, è di questi concetti che si compone l’arido deserto dei “compagni”, dei “giacobini”, dei globalisti.

Il “giacobino” d.o.c. livella tutto verso il basso, verso una sabbia i cui granelli, aridi, asettici e serializzati, non sono che i sudditi di una fantomatica cittadinanza dell’Indistinto solo apparentemente democratica; poiché prima o poi un qualche “compagno leader” sarà certamente fatto saltare fuori dal cilindro delle pseudorivoluzionarie prodezze progressiste.

E ancora, l’”egalitarista-compagno-giacobino” è il nemico giurato di qualsiasi aristocratica tensione verso l’Alto poiché, da commerciante di sabbia che è, paradossalmente,  odia la “terra” inquanto espressione di una dimensione troppo identitaria e stanziale del lavoro, capace di creare pericolosa affezione fra Uomo e Territorio, e foriera di prosperità differenzialiste anch’esse viste come fumo negli occhi da chi odia il concetto di “diversificazione”.

Suolo, Identità, Eroicità e Patriziato spirituale: esattamente gli elementi fondanti di Sparta, Roma e Aquisgrana, le tre capitali di un’unica grande spiritualità occidentale vasta nel tempo 3000 anni e le cui evoluzioni iconografiche non sono che dettagli pittorici rispetto ad archetipi semantici rimasti invariati nel tempo e assolutamente similari in quello spazio. Insomma, l’Aquila o la Lupa mai potrebbero essere gli emblemi di popoli che sui loro territori non abbiano mai conosciuto tali animali.

Ora, tracciate queste linee, bisognerebbe comprendere come e perché esistano movimenti d’opinione intestini all’Occidente (parlare di “filosofie” sarebbe troppo generoso) dedicati ad abbrutire l’Occidente stesso: finché non saremo capaci di spiegare alla gente questo punto, la gente stessa non sarà disposta a coglierne l’allarme, come spiega bene Ida Magli.

http://www.qelsi.it/2014/dopo-loccidente-ida-magli-spiega-come-salvare-leuropa-da-politicamente-corretto-e-multiculturalismo/

Ebbene, va anzitutto detto che questa avversione per “ciò che si è” non ha niente a che vedere con quelle dispute o contese interne ad una civiltà che sono organiche alla naturale evoluzione della civiltà stessa: Costantino contro Massenzio, Carlo Magno contro Vitikindo, Ruggero d’Altavilla contro Lotario o contro Giovanni Comneno non sono state che banali “liti condominiali”, utili anzi a potenziare la virilità dell’intero Edificio occidentale costruito nei secoli proprio grazie a quel confronto dei suoi elementi migliori nato nelle poleis greche.

No, non vanno confusi i personalismi un po’ bizzosi dei grandi edificatori d’Occidente con le nichiliste intenzioni di quei loschi minatori d’orgoglio che invece, odiando l’esito della trimillenaria Costruzione occidentale, avrebbero voluto (e vorrebbero tuttora) sostituirla con qualcosa di radicalmente diverso; un manipolo di frustrati cronicamente incapaci di proporre qualcosa di bello che hanno preferito vendere al diavolo anche quel po’ di anima che possedevano, pur di lasciargli distruggere le prove della loro discendenza.

Dal punto di vista storico, a peggiorare la situazione, s’è poi messa la scellerata collaborazione che tale ossessione di alcuni potenti ha trovato nel mercantile sodalizio con altri uomini molto ricchi e altrettanto pusillanimi: un binomio, quello mercantilismo-masochismo, deflagrante per i sudditi che ne rimangono merce da macello, basti pensare alla subdola alleanza turco-veneta che durante le crociate mise a repentaglio la sicurezza di mezza Europa, oltre che quella della stessa Venezia, per meri interessi commerciali.

Ma il periodo in cui maggiormente in Europa si è sviluppata questa pestilenza dello Spirito volta a minare l’integrità del naturale Amor proprio occidentale, è stato indubbiamente il XVIII secolo.

Per affrontare lo spinoso argomento prendiamo le mosse da un resoconto basato sugli atti del X Convegno del Centro di Studi Avellaniti avuto in dono dall’abate di Fonte Avellana durante un nostro ritiro spirituale presso il Monte Catria avvenuto nel 1997 IL MATERIALISMO POST ILLUMINISTA1d,C. .

Tale documento è stato compilato nell’estate del 1986 d.C. ad opera di insigni studiosi del ‘700, fra i quali il canonista e teologo marchigiano contemporaneo Pietro Palazzini, dalla cui prolusione possiamo leggere:

<<Non v’è dubbio che dire “Settecento” significhi dire illuminismo: un movimento culturale che si identifica pienamente con un’epoca.

Se nell’Umanesimo naturalistico leggiamo accanto alla corrente paganeggiante un’altra luminosa corrente che, utilizzando quanto di buono era nel rinnovato amore per la classicità , cercava di vivificare le antiche forme con il lievito cristiano, l’Illuminismo, che pure dell’Umanesimo era un prodotto, predicò sostanzialmente: negazione della storia e della tradizione come se tutto nel passato fosse oscurantismo, e tutti “i lumi” splendessero nel presente; esaltazione dell’esperienza empirica contro la verità metafisica…(omissis)…infine culto enfatico del Progresso, di un progresso fondato sulla natura, spesso sull’istinto, e avente un solo ultimo fine: la felicità da raggiungere sulla terra>>.

Esempio di quanto il laicismo sia una corrente di pensiero tendenziosa e parziale è infatti il suo atteggiamento positivo verso qualsiasi confessione anti-cattolica e anti-tradizionale:

<<La storiografia laica esalta la Riforma protestante come coraggioso atto di emancipazione dell’uomo moderno, quando una più serena visione storica dovrebbe considerarla come la più spaventosa lacerazione prodotta nel corpo vivo dell’Europa cristiana>>.

A questo proposito l’Illuminismo non fu una corrente politica del tutto trasversale in Europa, ma iniziò a dividerne le sorti stato per stato:

<<l’illuminismo era stato preparato da una lunga stagione e trovava un terreno troppo ben disposto sia nell’Inghilterra, che fuIL MATERIALISMO ...2 la sua patria d’origine, sia nella Francia dove si acclimatò e produsse i frutti più abbondanti e anche più velenosi, sia in Germania e in Italia dove il movimento attecchì non senza benefiche reazioni e correzioni>>.

Il riferimento è a quella geografia politica che già intorno all’anno 1000 tracciava un limes spirituale fra gli eredi di Roma, cioè la componente germanica dell’ex impero carolingio, e i defezionari Francesi e Inglesi da subito ostili a qualsiasi restaurazione romano-imperiale centralizzata.

 <<Le conseguenze durano ancora oggi in una diffusa atmosfera di naturalismo e di laicismo (in fondo anche il liberalismo e il marxismo sono figli dell’orgoglio illuministico), anche se molte delle superbe pretese del secolo dei lumi sono state ridimensionate e molti indirizzi di pensiero combattuti in una revisione consapevole e provveduta>>.

Ebbene, la più recente incarnazione di questa sciagura chiamata materialismo è la fazione politica cosiddetta “progressista”, la quale, oltre che aver abiurato ogni accento sociale plausibile a favore di un neoliberismo sfrenato e fagocitante, avendo dal Concilio in poi agguantato anche le leve politiche della Chiesa romana, ha preso inspiegabilmente a sostenere quelle dinamiche clericaliste che portano acqua al mulino multiculturalista e dell’accoglienza indiscriminata, costringendo le frange più ortodosse di seguaci del dettato evangelico a staccarsi e far valere autonomamente una voce minoritaria ma vera che, giusnaturalisticamente, renda accettabile la disobbedienza quando obbedire significa tradire il Verbo, oltre che tradire la propria coscienza.

http://www.qelsi.it/2014/e-possibile-sfatare-vangelo-alla-mano-il-dogma-ecumenista-dellaccoglienza-indiscriminata/

Il progresso non è né giusto né sbagliato in sé: progresso sono anche i Greci che respingono i Persiani; progresso è l’Impero che a Roma segue alla Repubblica; progresso è la Restaurazione che segue a Napoleone e alla Rivoluzione Francese.

Si può essere favorevoli al progresso senza essere progressisti, e si può essere fautori di spiritualità senza essere credenti; ma non si potrà mai fare a meno di amare ciò che si è senza essere degli idioti, o peggio delle prostitute.

La musica ce lo insegna in qualunque sua evoluzione dell’archetipo stilema occidentale: da Wagner a Bach nella classica, così come dai Celtic Frost ai Candlemass nel metal: cantare il Credo occidentale è cantare lo Spirito d’Occidente, pagano o dantesco che sia.

Finiamola dunque con i dissidi condominiali: ricordiamoci che senza il Monachesimo occidentale e senza Dante non avremmo preservato né l’Elegia né il De Bello Gallico, né il Diritto romano; così come, senza Roma, l’Occidente non avrebbe mai saputo forgiare alcun proprio “spiritus”. E per rintracciare, là dove fossesi sperso, il sentiero verso il “condominio comune” affidiamoci ai concetti naturali di “traditio” e di “somiglianza”, sfrondandone i rovi che l’aggrovgliano e seguendone quell’infallibile “Filo d’Arianna” che da tremila anni c’assicura il cammino.

Quanto al Credo d’ognuno, che resti libero così come c’hanno insegnato i nostri Padri romani.

G.dX (con la collaborazione di Helmut Leftbuster)

DEIFICATA DAI GRECI, “LA MEMORIA” NON PUO’ CHE ESSERE SACRA ED IMMORTALE

marzo 29, 2014

<<Mnemosine”, la memoria, custode della  Tradizione, senza la quale non può esservi società umana”>> (“Il mito in Grecia” di Fritz Graf, ed. Laterza)

Questa definizione della dea “Memoria”, divinità della quale ci narra Esiodo nella sua Teogonia, appartiene al filologo e archeologo contemporaneo svizzero Fritz Graf, ordinario di Latino e Religioni del Mediterraneo antico all’Università di Basilea.monografia MNEMOSINE 1

Ebbene, anche alla luce delle sue parole, è facile capire come non occorra essere filologi per prendere atto del fondamentale ruolo antropologico della “tradizione”, altresì definibile come memoria collettiva d’un popolo, indispensabile alla sopravvivenza della civiltà che tale popolo incarna.

Se già oltre tremila anni fa’ una civiltà filosoficamente evoluta come quella greca aveva sentito l’esigenza di deificare, alla stregua delle altre più nobili doti umane, la “memoria”, come potremmo Noi, eredi legittimi e diretti prosecutori di quell’eccelso cammino spirituale, dubitare del valore d’un simile archetipo?

Non possiamo, infatti: sarebbe come mettere in dubbio la necessità di star bene in salute!

Eppure, c’è chi vorrebbe farla ammalare, la Memoria. C’è chi tenta di convincerci tutti i giorni che di essa si potrebbe fare a meno, così come vorrebbero farci fare a meno degli Dei, del Mito, delle Leggende, dell’Amore, dell’Appartenenza, sommi capisaldi spirituali d’Occidente che “si vorrebbe” farci sostituire cmonografia su Mnemosine 2on astrusità plastificate e mondialiste quali “crescita economica” e “fratellanza universale”.

In Esiodo, autore della celeberrima “Teogonia”, l’opera magna incentrata sulla genesi dell’Olimpo e quindi sulla consecutio procreativa d’ogni personificazione dei fondamentali valori dell’Occidente classico, Mnemòsine occupa una posizione di assoluto rilievo, e figura tra le divinità primordiali dalle quali è stato generato tutto il resto.

 

Esiodo, Teogonia 49-60

<<Allietano così la mente di Giove in Olimpo

le Olimpie Muse, figlie di Giove, dell’ègida sire: le generava nella Pieride al padre Cronide Mnemòsine, che quivi regnava sui campi Eleutèri: ed esse dànno oblio nei mali, e riposo dai crucci.

Con lei Giove dal sonno profondo d’unì nove notti, salendo  –  e nulla i Numi ne seppero – il talamo sacro.

E quando poi un anno fu trascorso, e tornar le stagioni, furon distrutti mesi, compiuti molteplici giorni, essa, non molto lungi dai picchi nevosi d’Olimpo, nove fanciulle die’ a luce, di mente concorde, che tutte ammonografia su Mnemosineano il canto, e scevro d’affanni hanno il cuore nel petto>>. Pregiata traduzione di Ettore Romagnoli, ed.Zanichelli del 1929

 

Mnemòsine, dunque, è partorita da Cielo e Terra, è sorella del Tempo ed è amante prediletta del Re dell’Olimpo, dal quale partorisce le nove Muse, ovvero la progenie divina che massimamente esprime delizia e bellezza antropomorfe, incarnando e simultaneamente donando agli uomini ogni sensorialità da essi godibile.

Eccolo, dunque, l’irrinunciabile valore antropologico della bellezza, sigillo e sugello di memoria testimoniale che si tramanda di generazione in generazione: la mediocrità umana potrà imbruttire le mode, l’abbigliamento, l’architettura, persino l’arte nel momento in cui a patrocinarla venissero posti dei nichilisti cultori del brutto e del’alterità ad ogni costo.

Ma nessuno potrà mai imbruttire la genesi della bellezza finché le forme ne verranno determinate, incorruttibilmente, attraverso la discendenza, manifestazione della Memoria più cara agli dei, poiché direttamente da essi plasmata.

Così come fu, e come poi sarà a sua volta, per Mnemòsine, figlia del Prima e madre d’ogni Dopo.articolo si MNEMOSINE

 

 HELMUT LEFTBUSTER (con la collaborazione di G.dX.)

– monografie dvracrvxiane –

 

 

Ettore Cozzani e Luigi Valli: “LA SCORRETTEZZA POLITICA DI DANTE” – monografia dvracrvxiana –

dicembre 28, 2013

Non troverete queste righe ovunque, né come analisi, né come contenuti, né come forma.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Esse sono frutto di pervicaci ricerche bibliotecarie e librarie, che Noi, girovaghi avventurieri dvracrvxiani, abbiam seguito sulle tracce di quegli autentici scrigni di identità nascosti presso i “bugigattoli” di cartacee anticaglie, quei rigattieri stabili o ambulanti, spesso ignari delle preziosità che conservano.

https://www.youtube.com/watch?v=X0Vsdl7x7aA

Eppure sarà anche grazie a costoro se, un giorno, i testi più rari e preziosi dell’antichità sopravvivranno all’autodafè mondialista finalizzato alla cancellazione fisica della memoria identitaria d’Occidente.

I fuochisti dell’indistinzione, infatti, si recheranno presto e spavaldamente, coi loro lanciafiamme, nelle roccaforti più eminenti del sapere col compito di distruggere tutti quei testi letterari, poetici e musicali che, ad essi ostici come acido muriatico in una tisana, rischierebbero col tempo di intralciare quel farneticante  progetto di riprogrammazione della Storia.

Ma, fortunatamente, non potranno scovare né tutti i ripostigli clandestinamente organizzati dai cani sciolti della Resistenza identitaria (..Ida Magli docet), né tantomeno incendiare le masse d’acqua poste a protezione della multiformità dei supporti preservatori di Sapere e Bellezza che verranno disseminati da volenterosi aspersori lungo “quell’ovunque” ben arduo da tracciare!Ida Magli Dopo l'Occidente

E così, mentre Ida Magli, come descritto nel suo libro Dopo l’Occidente, prepara un “Pentolone” ove sigillare il meglio della poesia, della letteratura e della musica occidentali, seppellendolo in inaccessibili profondità carsiche (di cui Ella naturalmente non specifica l’ubicazione), Noi affidiamo ad una mediaticità variabile e poliedrica “heavy metal included” il messaggio dantesco, grazie anche ad un prezioso libello frutto di eredità familiare che avremo il privilegio d’immortalare e proporre divulgativamente a chi mai entrerebbe in possesso altrimenti dei suoi magnifici contenuti: i giovanissimi.

Del resto, ”questa è Aristocrazia Dvracrvxiana”:  una tesaurizzazione identitaria che si propone di raccogliere, preservare, celebrare e divulgare brandelli di patrimonio estetico, filosofico e letterario iscritto in un Dna DDn RMK x Dtradizionale, oggi messo in bilico sul crinale dell’esistenza da tutte quelle forze un po’ merdose che, non da ora, si propongono di cancellarlo, o, nella migliore delle ipotesi, di lasciarlo esclusivo appannaggio di elìte intellettuali avide e ingrate che, odiando il genos a cui appartengono, sopravvivono in onanistica ammirazione dei propri opachi intellettualismi ecumenici.

Così, mentre scriviamo questa monografia, i Deviate Damaen, la nostra controparte musicale, stanno incidendo “La Preghiera di Dante” nel loro nuovo album “Retro-Marsch Kiss”, brano votato a far inebriare dello spirito del Poeta capelluti sedicenni (troppo) inconsapevoli d’essere i discendenti naturali e culturali di cotanta genìa.

https://aristocraziaduracruxiana.wordpress.com/2012/05/26/la-preghiera-di-dante-crestomazia-dvracrvxiana/

La scomodità e la scorrettezza politica di Dante non reagiscono soltanto alla luce effettuale del nichilismo della nostra epoca, ma son tali da sempre.

Tale tesi è confortata da due corollari politologici di empirica verificabilità: in primis, che le insane pulsioni mondialiste sono esistite in ogni epoca, e puntualmente hanno teso al brutto, al prosaico, e all’indistinto. In secondo luogo, che i detrattori dell’ortodossia interpretativa di Dante hanno usato sempre gli stessi argomenti, nel tempo, per tentare di snaturare il pensiero politico del Poeta, talmente chiaro nel suo dispiegare le ali fra simbologie, metafore e condotta politica dell’uomo Alighieri, da far suonare qualsiasi tentativo distorsivo come pacchiano e palesemente in mala fede.

Partiremo quindi col citare una pietra miliare del testamento politico dantesco, tratta dal De Monarchia:

“Cessino pertanto di condannare l’Impero romano quanti si fingono figli della Chiesa, vedendo che il suo sposo Cristo lo ha approvato all’inizio e alla fine della sua milizia. E così ritengo sia chiaro a sufficienza che il popolo romano si è attribuito di diritto l’Impero del mondo”

De Monarchia libro II, XI

Citato direttamente il Poeta, affronteremo ora due dei suoi esegeti più eminenti, il Valli (1878-1931 d.C.) e il Cozzani (1884-1971 d.C.), entrambi devoti amici di Giovanni Pascoli e reciproci estimatori l’uno dell’altro, ma i cui testi critici sono di difficile reperimento.

Questo il commento tratto dal libro del Valli “Il Segreto della Croce e dell’Aquila” nel quale l’autore descrive la Paradiso Croce e Aquilaperfetta assonanza esegetica e spirituale fra la componente Romano-imperiale e quella cattolica, brillantemente sincretizzatesi nell’Idea del Poeta:

<<Senza il minimo dubbio vi è simmetria Croce-Aquila nel fatto che Cristo, la Croce, ha aperto la gran porta infernale, mentre Enea, l’Aquila, apre quella di Dite.>>

E ancora:

<<la visione del vero supremo è sotto l’autorità e la dipendenza della Croce, l’operazione nel bene è sotto l’autorità dell’Aquila>>.

Simmetria e complementarietà fra Croce e Aquila, quindi, e perfetta coincidenza fra imperatore romano e imperatore tedesco, in Dante. Il pensiero centrale della Divina Commedia, che cioè l’uomo deve essere redento, oltre che dalla Croce, dall’Aquila, e che oggi non è interamente redento per la mancanza dell’Impero, è ripetuto nascostamente, mirabilmente, limpidamente da Dante nella costruzione dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso (G.dX)

(pag 148): <<la perfezione spirituale della vita cristiana non si esplica se non in un mondo ove sia già attuata la perfezione della vita civile e la pace imperiale.

“Per giungere al Paradiso celeste bisogna passare dal Paradiso terrestre” vuol dire per Dante: “per giungere a Dio è necessario l’Impero”.>>

(pag. 146) : <<Ma nelle Epistole l’esaltazione dell’Autorità imperiale come virtù redentrice ha accenti anche più OLYMPUS DIGITAL CAMERAchiari. Dante paragona addirittura Arrigo VII di Lussemburgo al Cristo che assume su di sé le nostre pene>>

“Questo divino e trionfante Arrigo, baiulo dell’Impero romano, bramoso non di sue private utilità, ma del pubblico bene, assunse ogni ardua impresa per noi, partecipando per volontà sua alle miserie nostre”

E solo in quanto l’Impero ha assunto già nell’animo di Dante questa funzione redentrice, il poeta può pronunziare parole così terribili contro coloro che all’Impero resistono.

Nell’Epistola ai Re d’Italia egli grida che “chi resiste alla potestà dell’Impero resiste al comandamento di Dio…voi che osate trasgredire le umane e divine leggi, voi che attirati da una cupidigia insaziabile vi mostrate presti ad ogni delitto, non provate voi terrore della morte seconda da poi che, primi e soli, aborrendo dal giogo della libertà tumultuaste contro la gloria del Romano principe, re del mondo e ministro di Dio?” >> (pag 147)

Ebbene, dopo cotali altisonanti rivendicazioni estetiche ed esegetiche, qualsivoglia ciancia che volesse fare di Dante una di quelle ridicole figure giramondo e buone per tutte le stagioni, resterebbe pungente quanto dell’ortica ben cucinata in un risotto (HELMUT LEFTBUSTER)

Passiamo ora ad ascoltare il Cozzani nel suo commento al Pascoli, “Pascoli: il poeta di Dante”OLYMPUS DIGITAL CAMERA

(volume IV, introduzione):

“Nel momento di licenziare alle stampe questo volume che ho dovuto dedicare intero alle interpretazioni dantesche del Pascoli (tanto mi si sono rivelate, a un attento studio, vaste, profonde, innovatrici ed esatte) mi domando, quasi con sgomento, quali forze oscure abbiano potuto impedire che questa totale e finalmente armonica e conclusiva ricostruzione della Divina Commedia si sia affermata, e che questa luce di pensiero e di bellezza abbia raggiato, prima d’ora, sulla coscienza civile dell’Italia e del mondo, e sulla cultura nostra e occidentale.

Ho cercato in profondità, oltre gli interessi e le ambizioni e i pregiudizi dei singoli avversarii, e mi è parso di trovare le radici di tanta negazione e ostilità.

Da una parte l’idea pascoliana si è imbattuta in anime pavide che, nella concezione imperiale di Dante, e nell’interpretazione che la rivelava e documentava, han temuto qualche cosa di rivoluzionario e quasi ereticale; mentre l’analisi più severa dimostra che il concetto dantesco dell’impero che il Pascoli coraggiosamente ignuda, non solo non contrasta, ma potenzia ed esalta l’idea cristiana e cattolica della redenzione umana, invocando dall’ordine, dalla disciplina e dal senso gerarchico dell’impero la creazione di condizioni civili e sociali che dieno allo spirito tutte le possibilità di sublimarsi nella contemplazione dell’assoluto.

Dall’altra parte, e proprio al polo opposto, l’idea pascoliana ha urtato contro le forze disgregatrici del positivismo, che, insorte contro i valori spirituali della vita e dell’arte, hanno pian piano disintegrata la formidabile unità del poema sacro, staccando la sua materia umana e terrestre dalla sua significazione spirituale e sovrumana: hanno cioè sospinto a precipitar nel nulla la sua sostanza mistica, lasciando soltanto allo studio e all’ammirazione la forma estetica con le sue rappresentazioni drammatiche, i suoi impeti lirici, le sue musiche e il suo stile: hanno uccisa la creatura per adorarne le spoglie.

Noi attraversiamo un periodo in cui, non ostante la superba eruzione di potenze storiche che drammatizza la vita, la letteratura è minacciata dal più grave dei pericoli, quello di diventare formalismo, tecnicismo, sensualismo, esteriorità.

L’idea pascoliana disperde questo pericolo, perché riafferma la necessità – per l’opera d’arte, d’essere unità e totalità di spiriti e di forme – e per l’artista, di vivere e trasfigurare in bellezza la fede, il pensiero, la volontà dei suoi tempi, della sua terra, della sua razza, chiamando i millenni a testimonianza della missione del proprio popolo, e schiudendo ad esso la visione del suo avvenire sull’orizzonte del destino universale>>.

Le parole che seguono sono poi esemplari nella loro drammatica attualità:

<<Noi ci accorgiamo che tutto intorno a noi e in noi stessi si prepara ed è già in atto una vera palingenesi umana, nella quale lo scetticismo, la materialità, la prepotenza delle nude leggi fisiche, dei valori economici, delle abilità ed esperienze organizzative, tentano di violentare le forze morali, imponendosi come sola potenza creatrice, organizzatrice e dominatrice del cosmo umano.

L’interpretazione pascoliana della Commedia insorge; illuminando in tutte le coscienze la più alta delle verità: che la vita tende a sublimarsi nell’ideale, liberando alla lotta tutte le forze spirituali; e la civiltà, per quanto aspra e sanguinosa e scoraggiante d’arresti e di cadute sia la strada, tende a diventare nella giustizia e nella pace, ordinata, feconda e lieta.

Ed è forse destino che questa nuova apparizione di Dante ci si chiarisca proprio mentre l’Italia, animata da un OLYMPUS DIGITAL CAMERAimpeto di fede messianica, e tutta intenta a rimettere sul loro piano gerarchico le forze spirituali, in piena armonia con le forze materiali, attua la sua rivoluzione; e lavora a creare le moderne leggi della convivenza umana basate su tutte le più audaci conquiste della giustizia sociale e civile, che son l’avvenire, e sul concetto d’una universalità cattolica e imperiale che è il passato ancor vivo e vitale.

Destino e segno; segno che Dante, il quale da sei secoli è stato il testimone e quasi l’annunciatore d’ogni crisi e d’ogni assunzione del suo popolo, ancora una volta è con noi orientatore e maestro; e che noi, vedendo balenare di luce profetica nel suo mistero i nostri ideali di oggi, sentiamo di marciare nella verità, verso fini che ci sono imposti dal nostro carattere nazionale>>,

Ettore Cozzani

Al capitolo “Pietà e Vergogna” (s.v. 267-283) il Cozzani si spinge addirittura verso una geometrizzazione del concetto di “errore” – inteso come peccato – geometrizzazione che permeerebbe l’intero Poema, ribadendo l’immensità di Dante come magister tanto di mistica quanto di logica.

(pag 116): <<Come nell’andare di Dante a destra e a sinistra: a destra è la giustizia di Dio, il contrario a sinistra; per andare a Lucifero si va sempre verso la sinistra.>>

Non è casuale che anche in politica i portatori di istanze che, quasi mai davvero rivoluzionarie e creative, mirano solo a sovvertire la logica della bellezza naturale, siedono per loro stessa determinazione “a sinistra”.   (H.LEFTBUSTER)

In sintesi, verifichiamo anche dal Cozzani (e da Giovanni Pascoli stesso) come il cantare l’Impero romano e l’imperialità occidentale da esso promanante a mo’ di semiretta storico-spirituale che origina da un punto, Enea, e mai finisce, assicura il Poeta ad un destino di critica che, con la mondializzazione in corso del Cristianesimo, rischia di divenire censura.

(pag. 218): <<..Dante afferma, trasformando la colomba evangelica in aquila romana, che l’imperatore è un nuovo Cristo>>.

E (pag 298) si conferma indubitabile in Dante la triplice traslazione della missione che da Enea passa ad Ottaviano e da questi a Carlo Magno sino agli Svevi:

(pag 298) <<nel “buon Barbarossa” Dante non vede il nemico dell’indipendenza italica, ma il rappresentante dell’Impero, e quindi in Milano non la antesignana della libertà nazionale, ma la ribelle a Roma e alla missione di Roma.>>

Il Cozzani, sul finire del proprio volume, accenna un’incursione nel pensiero del Valli, col quale non a caso si trova perfettamente allineato:

(pag.324) <<Virgilio è l’anima ch’ebbe l’Augusto e non il Cristo, Dante l’anima che ha il Cristo e non l’Augusto.

Il morto desiderò il Cristo, il vivo desidera il Dvx>>…<<si vede spalancata in queste parole la porta per cui s’è gettato con profondo intelletto e impetuosa fede Luigi Valli, a raccogliere, ordinare, rendere simili a chiavi di volta del poema i due simboli dell’aquila e della croce>>.

Dante “uomo d’ordine”, dunque: una lettura che andrà per storto a quegli intellettuali moderni per i quali Dante è solo una briga da sbrogliare; una briga talmente complessa e imbarazzante nella sua chiarezza così ardua da rovesciare a proprio comodo, che la strada più semplice per risolverla sarebbe abbatterlo definitivamente cassandolo dai programmi scolastici; cassazione, del resto, che è già stata invocata e che in futuro lo sarà sempre più spesso. (H.LEFTBUSTER)

..pag.325): <<Dante, di fronte al disordine della vita comunale…lancia un allarme: “Se non ci sarà ordine, nella pace, e per mezzo della giustizia, ordine che non può essere ricondotto in terra che dall’Impero, la vita tempestosa, riempiendo ed eccitando di mali impulsi l’anima, le impedirà di meditare e di contemplare: e l’anima disorientata, stordita, snervata, non avrà possibilità di pensare alla sua salvazione e di salvarsi: ossia per essa la Redenzione sarà come non fosse stata”.

Soltanto che, secondo l’interpretazione del Pascoli, Dante queste verità le ha espresse in una maniera oscura e potente, profonda e scottante, misteriosa e abbagliante, perché le anime inadeguate a resistere non se ne spaventassero, e le anime preparate e forti ne fossero scosse come da un cataclisma interiore: che è il modo dei libri biblici e di tutte le profezie; delle apocalissi e delle catarsi: il modo con cui egli ridifendeva ancora la sua idea politica centrale, della necessità dell’Impero, e riaccendeva la sua speranzadell’avvento dell’Imperatore, del Veltro, del Dvx>>.

E conclude, il Cozzani, con un rabbioso disgusto richiamante quello provato dal Pascoli nel verificare come la faziosità ideologica (esistita in tutte le epoche a scapito di verità e giustizia) dei detrattori della sua critica dantesca non recasse onore all’intelletto umano:

(pag.329) <<Un’altra volta non si riesce a credere che la faziosità critica abbia potuto arrivare a questi termini di miseria morale>>.

Conclude, la trattazione del Cozzani, col furioso virgolettato del Pascoli, pregno di furore, ma di abnegazione personale e fierezza per l’Ideale cavalcato da Dante come dai suoi interpreti più ortodossi e liberi:

(pag.331) <<”..Io non chiedo né cattedre illustri né plausi né lodi né onori. Io aspetto. Ci vogliono ancora molti anni. Io sarò morto allora. Non voglio mica aver più fortuna di Lui! Ma verrà giorno che mi si crederà, che si vorrà dovrà e potrà credermi, che si (riconoscerà che credermi giova, oh non a me che sarò allora sotterra, ma alla poesia di Dante! Gloria! Gloria! Gloria!”>>. (GIOVANNI PASCOLI)

Ne desumiamo che le imprese vanno compiute affinché siano esistite, non necessariamente affinché i loro effetti restino eterni. Quindi, non arrendersi non è un imperativo volto necessariamente alla vittoria, ma può coincidere anche soltanto col perseguire del puro eroicismo, sia come atto estetico che come condotta garante di sopravvivenza (G.dX)

Concludiamo questa monografia dvracrvxiana con le parole di papa Benedetto XV nella sua lettera enciclica “In Praeclara Summorum” :

LETTERA ENCICLICA
IN PRAECLARA SUMMORUM

DEL SOMMO PONTEFICE
BENEDETTO XV

AI DILETTI FIGLI PROFESSORI ED ALUNNI
DEGLI ISTITUTI LETTERARI E DI ALTA CULTURA
DEL MONDO CATTOLICO
IN OCCASIONE DEL VI CENTENARIO DELLA MORTE
DI DANTE ALIGHIERI

<<Volesse il cielo che queste celebrazioni centenarie facessero in modo che ovunque si impartisse l’insegnamento letterario, che Dante fosse tenuto nel dovuto onore e che egli stesso pertanto fosse per gli studenti un maestro di dottrina cristiana, dato che egli, componendo il suo poema, non ebbe altro scopo che « sollevare i mortali dallo stato di miseria », cioè del peccato, e « di condurli allo stato di beatitudine », cioè della grazia divina

E voi, diletti figli, che avete la fortuna di coltivare lo studio delle lettere e delle belle arti sotto il magistero della Chiesa, amate e abbiate caro, come fate, questo Poeta, che Noi non esitiamo a definire il cantore e l’araldo più eloquente del pensiero cristiano. Quanto più vi dedicherete a lui con amore, tanto più la luce della verità illuminerà le vostre anime, e più saldamente resterete fedeli e devoti alla santa Fede.

Quale auspicio dei celesti favori ed a testimonianza della Nostra paterna benevolenza, impartiamo con affetto a voi tutti, diletti figli, l’Apostolica Benedizione>>.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 30 aprile 1921, nell’anno settimo del Nostro Pontificato.

BENEDICTUS pp XVLA SCORRETTEZZA POLITICA

 Ed è con queste parole del predecessore onomastico dell’attuale papa abdicatario (misteriosamente abdicatario..), Benedetto XVI, che concludiamo questa nostra monografia votata a dimostrare che le verità non vanno punto riscritte, bensì semplicemente rispolverate, tirate a lucido e messe a gettare luce contro quei sabotatori assoldati per far sembrare esse stesse le vere menzogne.

Natale 2013 d.C.

ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA

ESEGESI DEL “CORNETTO E CAPPUCCINO”: PER FARE COLAZIONE OGNI GIORNO COMMEMORANDO GLI STORICI PROTETTORI D’OCCIDENTE !

agosto 22, 2013

Tutti sappiam bene che cosa siano “cornetto&cappuccino”, ma quanti sanno chi sia stato Marco d’Aviano? Uesegesi CAPP e CORN 2n frate cappuccino piuttosto trascurato dai trattati enciclopedici moderni, per essere stato il condottiero riconosciuto dall’imperatore Leopoldo I, urbi et orbi, come l’eroe della battaglia di Vienna del 1683, grazie all’esito della quale noi stiamo scrivendo queste righe ..e lo stiamo facendo senza un turbante in testa.

D’accordo, ma che c’entrerebbe tutto questo con cornetti e colazioni?

Il programmato disinteresse verso l’origine di forme e significati relativi alla nostra cultura di base e al nostro quotidiano è parte integrante del progetto di demolizione della memoria storica dei popoli europei; non deve dunque meravigliarci se c’è qualcuno che rema contro il corretto percorrere a ritroso i sentieri della Storia: l’importante è remargli contro a nostra volta, rammentando – appunto, urbi et orbi – quanto valorosi siano stati i grandi condottieri europei del passato e quanto preziosa sia la libertà che costoro c’hanno donato e tramandato con le loro gesta a difesa d’un territorio che tuttora, inquanto europei, amiamo ed abitiamo da millenni.

Del resto, “politici” come il re francese Luigi XIV, doppiogiochista che aizzava gli ottomani contro gli Asburgo, o imperatori austriaci come Giuseppe II, che nel 1783 soppresse la rievocazione della liberazione di Vienna di cento anni prima (sebbene fosse evento talmente sentito dal popolo da essere salutato ogni anno con un’imponente processione), furono degni precursori di quanti, ancora ai nostri giorni, da scranni di potere più o meno legittimato dal loro popolo, cercano di affossare, probabilmente odiando se stessi e la propria appartenenza, il Filo d’Arianna del proprio DNA .RUA LEPANTO

Ecco, quindi, che venendo fatte sparire le tracce più macroscopiche di quello che dovrebbe essere l’orgoglio per la nostra Storia, censurandone qualsiasi manifestazione estetica e monumentale come fosse una vergogna, restano tuttavia incancellabili tutte quelle tracce meno appariscenti ma estremamente capillari, riscontrabili nella lingua, nei cibi, nelle piccole consuetudini popolari che ne sono intrisi. Lì gli impuniti “cancellatori” mondialisti se la passano molto meno bene, potendo solo limitarsi a sottacere le filologie intercorrenti fra un dolce da forno, un evento storico e un dipinto che ne raffigura la magnificenza.

E’ qui che diventa prezioso il lavoro informativo di tutti coloro che, anziché sbuffare innanzi a nomi e morfologie, decidono di ricercarne le origini per certificarne l’identità.

Ebbene, qualunque cosa v’abbiano raccontato sinora in proposito, la forma del “cornetto” non c’entra affatto con simbologie apotropaiche, men che mai con derivazioni zoomorfe: esso, molto semplicemente, rappresenta la mezzaluna islamica che, per sfregio agli invasori, i viennesi assediati mangiavano durante la ritirata del nemico ad assedio scongiurato.

I francesi, anche per via dei loro interessi coloniali, perennemente collusi con il mondo islamico, tenteranno di sviare tale derivazione simbologica attraverso l’uso del sostantivo “croissant” che letteralmente significa “crescente”, alludendo alla pasta lievitata che lo compone, quando invece l’aggettivo “crescente”, in origine, si riferisce appunto alla (mezza) luna crescente.

I fornai che li preparavano, d’altro canto, furono gli “angeli” della resistenza viennese inquanto, lavorando di notte, poterono dare l’allarme del subdolo assalto che il Gran Visir ottomano, Kara Mustafà Pasha, aveva ordinato avvenisse scavando gallerie sotterranee, il cui trambusto, fortunatamente, non sfuggì ai salvifici pasticceri.

Marco d’Aviano, cappuccino friulano di gagliardo temperamento e singolare capacità strategica, fu il deus ex machina cristiani resistono a Viennadell’intera epopea, e postosi alla guida di esigui ma valorosi contingenti europei (polacchi, capeggiati da re Jan Sobieski III, comandante in capo dell’intera armata, italiani, guidati da Enea Silvio Caprara e da Eugenio di Savoia, tedeschi, sia cattolici che protestanti, ungheresi, lituani, sassoni, svevi e bavaresi) riuscì a compiere quello che il governatore della città, von Starhenberg, definì un miracolo da intitolare alla Vergine, la quale, infatti, di lì innanzi campeggerà sui vessilli austroungarici sino alla prima guerra mondiale.

Nonostante la paurosa sproporzione di forze in campo fra assalitori e assaliti (gli europei erano privi di artiglieria pesante e inferiori di numero a causa della defezione francese, e del fatto che il grosso dell’esercito imperiale era impegnato sui fronti esterni, con lo stesso imperatore rifugiato a Passavia e con il Consiglio Aulico incapace di attuare strategie organiche), chi difendeva la propria terra potè vincere grazie ad una forza della disperazione concentrica alla consapevolezza che quella battaglia avrebbe deciso i futuri destini di tutte le genti europee. Tale inconfutabile dato storico, oltre che bellico, fu dirimente nell’aggregazione di eserciti pur diversi nella composizione delle uniformi, ma uniti nel tessuto spirituale che li rendeva gli ultimi depositari di quella grande civiltà greco-romano-germanica che tuttora chiamiamo Occidente.

Ritirandosi disordinatamente, gli islamici  lasciarono nelle gallerie scavate sino alle porte della città ed oltre, grandi sacchi di polvere nerastra (caffè) che, miscelata al latte, dava una bevanda color del saio del Cappuccino eroe della resistenza, da cui il nome del celebre alimento mattutino che da allora si accompagna al cornetto.

L’evento, ben più importante della stessa battaglia di Lepanto considerando che il nemico, stavolta, era arrivato alle porte dipinto del Gatti a Loretodella Seconda Roma d’Europa, sebbene meno decantato, è istoriato in varie opere e raffigurazioni, fra le quali citiamo e riportiamo l’affresco del Gatti (1913-1939) “Sobieski entra vittorioso a Vienna”, conservato nella cappella polacca della basilica di Loreto (An).

Dalla Rivoluzione Francese in avanti, l’intellettualismo europeo più giacobino e modernista ha compiuto e continua a compiere una pericolosa opera di rimozione testimoniale della ferocia dei nemici storici dell’Occidente, nonostante il suolo e la coscienza popolare europei siano costellati di testimonianze visuali e letterarie che ce la raccontano ad ogni pie’ sospinto.

Per quanto assurdo e illogico, molti europei sono convinti che il percorso di emancipazione del Pensiero occidentale, durato oltre 3000 anni e progredito verso una concezione di ripudio della conquista suprematista e della guerra come strumento d’offesa, appartenga sic et simpliciter a qualsiasi essere umano del globo, e non solo a quelle civiltà che ne sono permeate per estrazione geografica e culturale.

Certo, eventi risalenti a secoli addietro non debbono indurci a vivere il mondo come se esso fosse rimasto a quella data; ma nemmeno possiamo far finta che quella data non sia mai esistita solo perché i tempi, perlomeno da noi, son cambiati.

E a tal proposito val la pena sottolineare la fatidica data dell’evento in argomento (la Battaglia di Vienna): 11 settembre. Che dire, forse gli islamici hanno memoria più lunga della nostra…

Solo qualche decennio fa’, Pasolini ragazzo,  friulano come Marco d’Aviano, scrisse un dramma teatrale molto poco noto ( ! ) I TURCHI IN FRIULIintitolato “I Turchi in Friuli”, nel quale viene narrata la barbarie perpetrata durante la seconda metà del XV secolo dagli Ottomani ai danni delle popolazioni friulane, incluso il drammatico episodio dell’impalamento di Simone  Nusso, l’eroico comandante della resistenza cristiana. E Pasolini non era certo un torbido revisionista né uno storico militante, ma solo un grande drammaturgo ed un grande appassionato della bellezza e dell’Identità dei suoi luoghi, esattamente come ogni essere umano dovrebb’essere.

Tutt’oggi, nonostante il politicamente corretto appesti ogni anfratto della mediaticità sociale, troviamo precisi riferimenti iconografici al nemico della Cristianità per antonomasia nelle rievocazioni storiche come la Quintana che si tiene d’estate ad Ascoli Piceno, durante la quale, fra palìì, giostre e sfilate in costume, campeggia la competizione dell’“l’AAssalto al Morossalto al Moro” ove il bersaglio da centrare con l’asta da parte del cavaliere non è un anello da infilare come nella maggior parte dei tornei cavallereschi, ma uno scudo da colpire tenuto in mano da un fantoccio che ha le sembianze d’un “moro”, appunto, d’un saraceno.

 

In conclusione: l’unico modo per non dover temere il futuro è poter guardare serenamente al passato, senza ipocrisie, senza revisionismi idioti, ma nemmeno con quei sensi di colpa che sono indegni di una grande civiltà come la nostra.

Facendo colazione la mattina, dunque, godiamocene bontà e tranquillità memori anche di coloro ai quali anche dobbiamo quel potercele godere.esegesi CORN e CAPPUCC 1

 

HELMUT LEFTBUSTER, G.dX & TESS LA PESCH.

SCANDERBEG, indimenticato condottiero d’Occidente

aprile 18, 2013

Giorgio Castriota Scanderbeg, Croia, 6 maggio 1405 – Alessio, 17 gennaio 1468) è stato un grande condottiero d’Occidente, e uno strenuo difensore di cristianità latino-bizantina e territorialità europea.

Resistette per 25 a difesa dell’Europa e della fede cristiana dall’invasione ottomana; per tale motivo ottenne da Papa Callisto III gli appellativi di “Atleta di Cristo” e “Difensore della Fede“.

La prima biografia di Giorgio Castriota è opera di Marin Barleti, un sacerdote cattolico di Scutari, suo contemporaneo. Barleti_historia scanderbegEgli si basò sulle testimonianze di alcuni dei valorosi condottieri al seguito del “primo cavaliere” e su documenti ufficiali dell’archivio di Venezia, dove Barleti si era rifugiato dopo la caduta di Scutari sotto il dominio turco ottomano. Scritta in latino, la “Historia de vita et gestis Scanderbegi, Epirotarum principis” venne pubblicata a Roma all’inizio del XVI secolo (1508-1510).

Scanderbeg difese fisicamente ed in prima linea, con al seguito risorse umane sempre molto limitate rispetto alla preponderanza numerica avversaria, il limes orientale della Civiltà, allora come sempre, minacciato da chi, ottusamente incline a non accontentarsi di ciò che ha, mirava a varcarlo per depredarne popolazioni e territori che se ne trovavano oltre.

La differenza con l’oggi è che un tempo uomini del genere divenivano eroi per i loro compatrioti, mentre adesso sarebbero messi alla gogna mediatica come delinquenti; per cui, attualmente, se ne tollera lo scomodo ricordo con monumenti sempre più fatiscenti e tradizioni sempre più sbiadite, nell’ottica mondialista che sul Passato cali prima o poi la mannaia della consunzione materiale, generazionale e conseguentemente mnemonica.
Ecco perché occorre lavorare sodo per preservare!

Non a caso, già allora l’impeto patriottico e antiturco di un uomo come Scanderbeg condusse chi come lui si batteva per la libertà e l’identità della propria terra, in rotta di collisione con i Veneziani, i quali, da bravi mercanti d‘ogni epoca, pur di inseguire le rotte degli affari anziché quelle degli ideali, non vedevano di buon occhio il suo operato autarchico, a tal punto da finire per allearsi con il sultano ottomano contro di lui, e per poi essere comunque sconfitti nella celebre battaglia del 3 luglio 1448.

La fama di Scanderbeg fu incontenibile anche per il fatto che gli uomini a sua disposizione non furono mai più di 20.000; OLYMPUS DIGITAL CAMERAnonostante tale limitatezza di forze, al sultano turco toccò trattare la pace in ogni circostanza, e, puntualmente, il Castriota rifiutò ogni accordo, continuando la sua battaglia senza la concessione di condizione alcuna.

Diciamocela tutta: l’Europa è sempre stato un continente minore dal punto di vista territoriale e demografico: se ha sempre resistito ad invasioni e pressioni esterne (si pensi ai Persiani contro i 300 Spartani di Leonida, o alla resistenza cretese) non potrà non ricercarsene la ragione logica nella stoffa e nell’eroismo dei suoi grandi condottieri, oltre che nell’elevatezza spirituale dei suoi popoli. Ora tutto sta a continuare su tale strada…

Giovanni, figlio di Scanderbeg, sposò Irene Paleologa, ultima discendente della famiglia imperiale di Bisanzio. In virtù di tale imparentamento, i membri della famiglia Castriota Scanderbeg oggi sono tra i discendenti diretti degli ultimi imperatori di Costantinopoli.

Molte le effigi e i monumenti dedicati a Giorgio Castriota Scanderbeg in tutta Europa (ad iniziare da quello equestre di piazza Albania a Roma), nei quali è sempre raffigurato con una testa di capra sull‘elmo: si narra infatti che durante una furente battaglia contro i turchi che si prolungò oltre il tramonto, egli ordinò ad alcuni suoi soldati di recuperare un branco di capre, fece legare delle torce accese alle loro corna e le liberò in direzione delle file dei soldati turchi a notte inoltrata. I turchi credendo di essere assaliti da preponderanti forze nemiche batterono in ritirata. Per l’importante servigio reso dall’animale, il nostro eroe decise di assumerlo come suo emblema e raffigurarlo sul suo elmo.

Il 22 giugno 1718 il compositore Antonio Vivaldi mise in scena al Teatro della Pergola di Firenze il dramma Scanderbeg su libretto di Antonio Salvi.

A Civita, in Calabria, fra le vette del Pollino, sopravvive una piccola comunità albanese che ne ricorda orgogliosamente le gesta in difesa di ciò che i suoi membri ancora possono essere, anche grazie a lui, assieme all‘Occidente tutto: ed anche Noi, da eredi di Roma, ci uniamo con gratitudine a quel piccolo coro di verità e di ricordo.

– ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA –

murale civita Scanderbeg

LA SINDROME DI STENDHAL, MAL DI BELLEZZA…

giugno 9, 2012

La “Sindrome di Stendhal” non è solo un film di Dario Argento; è qualcosa di ben più scientifico, manifesto e reale.
Eppure se ne parla pochissimo, e se non fosse stato per il celebre regista italiano, la si sarebbe conosciuta ancor meno: come mai ?!

Leggiamo da WIKIPEDIA :

“La sindrome di Stendhal, detta anche sindrome di Firenze, è il nome di una affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini, confusione e anche allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza, specialmente se sono compresse in spazi limitati.

Il nome della sindrome si deve allo scrittore francese Stendhal (nom de plume di Henri-Marie Beyle, Grenoble, 23 gennaio 1783 – Parigi, 23 marzo 1842). Egli, essendo stato personalmente colpito dal fenomeno durante il suo Grand tour del 1817, ne diede una prima descrizione che riportò nel libro “Napoli e Firenze: un viaggio da Milano a Reggio”:
« Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere. »

La sindrome fu diagnosticata per la prima volta nel 1982 e, secondo quanto riportato, più della metà delle sue vittime sono di matrice culturale europea non italiani, che ne sono immuni per affinità culturale, ed i giapponesi. Fra i più interessati vi sono individui di formazione classica o religiosa che spesso vivono da soli.”
(da wikipedia it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Stendhal)

Ecco una di quelle indirette testimonianze argomentative intorno alle differenze antropologiche fra gruppi di umani, che forniscono applicazione divulgativa ad una scienza, l’antropologìa, altrimenti silente come la vorrebbero definitivamente quanti non riescono a sottometterne ideologicamente gli esiti.

Ci siam forse dimenticati di cosa sia il naturale sentimento d’orgoglio per la propria bellezza a tal punto da sottacerne anche le invocazioni scientifiche? Suvvìa, passateci quella torcia che si chiama lucidità, carichiamola con batterie di coraggio e lasciamo che illumini là dove le tenebre dell’ignoranza sono calate, coadiuvate dal fiato pestilenziale della grande Idra mondialista, quella stessa che Ercole seppe battere dopo averne schiacciato il subdolo alleato chelato che usciva di nascosto dalle sabbie a pinzare gli ignari avventori per renderne ancor più precaria la libertà ambientale.

Una volta partito il fascio di luce, però, ognun faccia da sé: gli occhi d’ognuno sono indispensabili per vedere ciò che ci si para innanzi senza che qualcun altro debba venirci a raccontare cosa stiamo in realtà vedendo; noi proporremo solo qualche libera analisi su quanto letto più sopra che tenga conto dell’esperienza, degli studi, dei viaggi, della capacità d’osservazione e della libertà di elaborazione individuali.

– L’Italia, per inequivocabile percorso storico, è  prezioso e massivo crogiuolo di bellezza.

– Gli Italiani, soprattutto quelli di vecchia data, essendone congeniti spettatori consapevoli, sono oramai immuni alle virulente emozioni che tale bellezza desta nell’animo umano al momento della sua percezione, alla stregua di bambini nati e cresciuti in una magione stracolma di mobili e suppellettili preziosi, allo sfulgore dei quali essi sono irrimediabilmente assuefatti.

– I popoli attigui geograficamente (Europei) e spiritualmente (Giapponesi), sensibili a tali meraviglie, ma non assuefatti ad esse, possono essere vittime di tale sindrome.

– Tutti gli altri popoli della Terra ne sarebbero invece suscettibili per evidente scarsa abitudine alla bellezza.

Quest’ultimo punto è solo una deduzione logica, e, ahinoi, suscettibile di veto, soprattutto in epoca di dittatura materialista ove tutto ciò che non è monetizzabile (ipotesi, deduzioni, sogni, suggestioni, spirito, libere convinzioni), va gettato al macero assieme al concetto stesso di “parteggiare”, spaesato retaggio di competizioni sportive ch‘erano volte a misurare e classificare “i migliori“ in un’ottica nella quale ogni “parte” faceva di tutto perché fossero i propri.
Paradossalmente “la classifica” torna di moda in ambito pubblicitario, ove la “monetizzazione” conduce da tempo la nave mediatica, e gli spot su vacanze presso insignificanti paesi esotici vengono “parteggiati” e preferiti a quelli invitanti ad approfondimenti culturali domestici, nel momento in cui il mercato globalizzato ci indica come “invitante” e preferibile ciò che “conviene” e non più ciò che “appartiene” (provate a contare la quantità di spot esterofili che girano rispetto a quelli che invitino l’italiano medio a visitare Siracusa, Amalfi, la Lunigiana o i luoghi risorgimentali).

Valorizziamo dunque l’inoppugnabile assetto logico-deduttivo che lo studio wikipediano sulla Sindrome di Stendhal (come qualsiasi altro) suggerisce in chi ama ragionare.

Approfondiamo e restiamo liberi. E belli.

HELMUT LEFTBUSTER

 

MARCO D’AVIANO,”ULTIMA LUCE D’EUROPA” di Iris Germanica Coronata

dicembre 7, 2010

Una concezione ciclica della storia implica che nessuna epoca sia poi così distante, o tantomeno differente da quelle che la precedono e la seguono, ragion per cui possiamo non paradossalmente affermare che neppure il XVII secolo si discosti così nettamente da quello in cui attualmente viviamo.
Perchè proprio il XVII secolo? Per una semplice, seppur importante ragione, visto che è proprio questo il contesto storico in cui si staglia una delle figure più ingiustamente penalizzate da quella storiografia ortodossa, o meglio dall’oscurantismo storiografico attuale che, in nome di una selezione dei fatti “politicamente corretta”, ha relegato nel dimenticatoio figure che con il loro operato hanno cambiato l’esito della storia, quali quella di Marco d’Aviano.
Fu appunto questo frate cappuccino che, con la propria fede inossidabile, pari solo all’amore per la propria terra, nonchè per tutti i popoli che vi abitavano, salvò noi, l’Europa tutta.

Al secolo Carlo Domenico Cristofori, nato ad Aviano il 17 novembre 1631 da una famiglia della ricca borghesia locale, Marco d’Aviano votò la propria vita ad una missione, o meglio ad una battaglia, una lunga e tenace battaglia contro l’Islam in difesa della Croce. Araldo della cristianità, deve essere ricordato oggi più che mai proprio per la resistenza eroica e visionaria che dimostrò dinanzi all’espansione dell’Impero Turco-Ottomano che ormai da secoli imperversava in Europa e che si sentiva investito della missione divina di aprire le terre degli infedeli alla vera religione. E certo, non è proprio un caso che a tutt’oggi nei detti popolari riecheggi ancora quel famoso “Mamma li turchi”, turchi che un tempo tanto spaventavano le nostre genti non solo per la foga guerresca, quanto anche per una diversità etnica a dir poco lapalissiana.
Tempi quelli assai insidiosi e all’insegna del pericolo, ma non per questo “bui”, tempi in cui si aveva ancora il coraggio di battersi e resistere non in nome di un chissà quale probabile o improbabile futuro o “progresso”, ma in nome di un passato, un sacro passato, di un passato che era presente e che doveva assolutamente rimanere e costituire anche il futuro.

Bene, Marco d’Aviano riuscì in un’ impresa a dir poco impossibile, procurando, per molti inaspettatamente, alla testa di un esercito assai esiguo, composito (i soldati provenivano da varie parti d’Europa) e spronato dalla straordianaria vis oratoria del frate, la sconfitta dei turchi che, nel 1683, premevano alle porte di Vienna, nonchè la sicura, successiva ed inevitabile islamizzazione dell’Europa. Vienna, ma non solo, visto che quella stessa Alleanza, la Lega Santa che il cappuccino creò su incarico di papa Innocenzo XI, immancabilmente sostenuta dal conforto spirituale e dalla determinazione dello stesso,costantemente al seguito delle truppe,come alla loro testa in battaglia,riportò altre vittorie sempre contro gli Ottomani,giungendo a liberare,poco successivamente,addirittura i Balcani (in primis Belgrado),restituendoli così di nuovo all’Occidente. E questo, nonostante gli “etnomasochisti” dell’epoca, Francesi e Veneziani (genti già allora destinate a servire l’inculturazione anti-europea), remassero contro la causa dell’Alleanza, pur di mantenere equilibri geopolitici in chiave anti-austriaca.

Beh,a questo punto non appare poi così strano il fatto che Marco d’Aviano si sia guadagnato l’ammirazione di molte delle corti europee,nonchè il fatto che godette di una certa fama.Basti pensare che,all’avvento della sua morte,avvenuta il 13 agosto 1699,fu necessario procrastinare il giorno delle esequie,onde consentire alle numerose genti provenienti da ogni parte d’Europa di tributare a quest’uomo eccezionale l’ultimo saluto,l’onore e il ringraziamento inesprimibile. Basti sapere che l’Imperatore in persona e sua moglie Eleonora hanno accudito i suoi ultimi istanti di vita terrena, ed ora riposa nella Cripta Imperiale di Vienna.

“Ultima luce d’Europa”,dicevamo. Non sarebbero a questo punto necessarie delucidazioni,i fatti sono illuminanti,parlano da soli.Dopo di lui,infatti,dopo un oratore e un combattente indomito di tal sorta,l’Europa non conobbe più una comune identità belligerante,piegandosi,solo dopo una manciata di anni,alle prime torme illuministe ,così fameliche di ricacciare un passato,o meglio “il passato”,nell’oscurità e nella più completa dimenticanza.
Ricacciare il nostro stesso spirito,questo hanno voluto,ricacciare quello spirito combattente che coincide con la fiamma religiosa,ossia con la fiamma dell’identità.
Oggi,dunque,possiamo essere concordi nel ritenere assolutamente scandaloso il fatto che un personaggio così nobile,nonchè di immane portata simbolica,sia così trascurato.Più che di scandalo,direi,dovremmo parlare di triste constatazione,constatazione di un’epoca nichilista e vuota,alimentata innanzitutto dal fronte dei sostenitori di quella Sinistra pervasa da ipocriti sentimenti filantropici e che paradossalmente si fa portavoce di un ritorno a quei “valori” che in realtà non ha fatto altro che distruggere miserevolmente con tanta passione.
Nonostante questo panorama memoriale a dir poco desolante,non è difficile riconoscere che a tutt’oggi siamo invasi silenziosamente da un’immigrazione,in particolare islamica,come mai prima era accaduto.Tutto ciò non può che essere ritenuto,oltre che ovviamente nefasto per tutta quanta la nostra società,come un vero e proprio insulto alla memoria del grande frate. Purtroppo dobbiamo renderci conto che con questi nemici sinistroidi interni non potevamo,nè possiamo aspettarci diversamente,dal momento che sono proprio loro i veri assassini storicamente accertati della cultura,nonchè nemici di tutto ciò che sia fermo,ancorato,divinamente e armoniosamente scolpito nel tempo,quale era il nostro mondo di una volta.
Dunque,adesso il male è doppio.Invasori e collaborazionisti uniti,gioiosi di accrescere il livello dell’attuale nostro genocidio etno-culturale,lento, ma non meno sinuoso e pervasivo.Proprio con questi ultimi,con i sinistroidi,è d’uopo ricordarselo,è impensabile instaurare un fattivo “dialogo”,dal momento che tutto ciò che auspicano e a cui agognano,ne siano consapevoli o meno,non è che la disgregazione della società,e soprattutto della religione,vero e proprio coagulante dei popoli.
Senza radici non può nascere niente,se non qualcosa di artefatto,artificiosamente costruito e che si regge su basi che non esistono.
E’ la memoria la suprema arma identitaria di un popolo.

IRIS GERMANICA CORONATA – Viandante Dvracrvxiana –

FEDERICO “COMPAGNO”? No, solo re!

novembre 4, 2009

Premessa necessaria: un’ideologia, al pari di una legge, non è (o meglio non dovrebbe essere) retroattiva. Iniziando a proiettare ed interpretare porzioni storiche, epoche ed addirittura protagonisti di esse alla luce di un pensiero immensamente lontano nel tempo e traslato verso il futuro, si rischia seriamente di lesionare il tessuto dell’oggettività storica. Alla base del mestiere infatti trovano posto i dati, le fonti, e non ideologie o pensierucci frutto di diktat di sedicenti illuminati che millantano di conoscere ciò che altri ignorano. Fisiologico invece sarà il ragionamento contrario, ovvero il pensare che l’epoca in cui s’impiantano certe idee sia frutto di una dialettica partita dal momento storico preso in considerazione. La presunzione di questo secondo modus cogitandi sicuramente risulta inferiore.
Esempio lampante e non distante dal tema che tratterò: l’uomo medievale. Questi non era conscio di vivere nel medioevo. Medioevo è una categoria storica, inteso come età buia, affibbiata dai posteri dell’uomo de quo. Il rinascimento, volendo essere appunto palingenesi della civiltà, interpreta ingiustamente il periodo passato come periodo morto. Non mi dilungo sui sedicenti lumi dell’illuminismo, e su quanto abbiano danneggiato la storiografia affibbiando strane etichette a vari e complessi periodi.
Una delle principali caratteristiche di una certa storiografia e storia delle idee, di chiara ispirazione marxista, è avvezza a questi tipi di interpretazioni, tentando sempre di vedere secoli e personaggi come figure di quella famigerata, discutibile rivoluzione proletaria che, tramite la dittatura del proletariato e la fase del comunismo rozzo, porterebbe alla distruzione d’ogni sovrastruttura…
Sollecito subito una riflessione sulla prima ironia. I pensatori comunisti usano pratiche molto simili a certo cristianesimo ottuso dogmatico e semplicistico basso medievale, quello che cercava di affibbiare ingenuamente caratteri cristiani ad autori classici (non parlo ovviamente dei grandi padri, ma ahimè ogni corrente ha i suoi mediocri). I dogmatici compagni dunque hanno un modus operandi estremamente simile alla loro odiata religione.
Tutte premesse necessarie per arrivare al nostro Puer Apuliae. Figlio di Enrico VI (nipote del Barbarossa quindi) e di Costanza d’Altavilla, si trova ad avere in potenza, ancora infante, tra le mani la possibilità di ripristinare l’impero, date le terre che avrebbe ottenuto. Siamo in un secolo che vede il papato e l’impero in lotta TEMPORALE. Dunque tutto ciò che vien fatto, detto, proclamato, combattuto riguarda temi politici, e non spirituali o religioni. E’ un tempo in cui la scomunica ha un significato politico, non mistico. Essere scomunicato significava la rottura dei vincoli tra signore e vassallo. Mi spiego: il vassallo non era più tenuto a rispattare i vincoli con il signore, e quindi la scomunica è il preludio di un collasso politico tramite una fase di anarchia signorile.
E tutto ciò Federico ben lo sapeva, poiché influente nella sua vita fu la figura di un grande successore di Pietro, Innocenzo III. Questi tutela il giovane Federico, ma a caro prezzo. Nel 1213, con la Bolla d’Oro, deve promettere che terrà separati politicamente i possedimenti imperiali da quelli del sud italia. In più, promette anche una crociata.
Alla luce di quanto detto prima, Federico diverrà sostanzialmente “laico” per opposizioni POLITCHE, non religiose con la Chiesa di Roma. Innocenzo si sente politicamente stretto in una morsa, e teme che il patrimonium petri non possa sopravvivere! La crociata è l’ennesimo simbolo di sevitù: parafrasando sottolinea che l’imperatore è un umile vassallo del papa, figura in terra di Cristo. Dunque, tutte le dicerie inerenti a Federico mangiapreti, non hanno ragion d’essere. Lo stupor mundi non odiava la chiesa, ma si difendeva dalla Chiesa, come istituzione temporale! Vedere tutto ciò come “Federico intuisce che la religione schiavizza i popoli, e il medioevo papalino è oscuro ed ignorante ed egli tenta di riscattarlo” è una grandissima falsità! A questo punto, chiunque si sia scagliato contro la Chiesa corrotta diventa compagno, anche i domenicani!
Innocenzo però non era anche una sorta di precettore per Federico Mai questi avrebbe dichiaratamente disobbedito. Eppure le cose cambiano con i papi successivi, Onorio III, e il famigerato Gregorio IX.
Onorio è sempre preoccupato per la situazione geopolitica, che vede il patrimonium compresso da forze mondane. Resta dell’idea che tramite una crociata Federico avrebbe potuto dimostrare il proprio vassallaggio alla figura del pontefice. Per far sì che non dilazioni oltre, fa in modo di proclamarlo imperatore. Eppure il problema della Sicilia, ereditata per parte di madre, resta. E Federico non ha alcuna intenzione di lasciarla, anche se non unifica politicamente i regni in apparenza.
Con Gregorio IX l’ultimatum decisivo: non partire per la crociata significava essere scomunicato all’istante. La scomunica aveva già, come si accennava, valore politico. In più sotto Onorio, Federico nolente, aveva ottenuto uno status di reato ancora più grave. Lo Stupor mundi tentò di partire, ma fu fermato da un’epidemia di peste.
A questo punto era scomunicato. Ma parte lo stesso, l’anno dopo, per la mancata crociata, NONOSTANTE LA SCOMUNICA.
Dunque si possono trarre delle conclusioni: Federico non ripudia le crociate in quanto tali, ma rifuta di far omaggio ad un papato corrotto e inconcludente, incapace di prendere le redini di UN MOVIMENTO PANEUROPEISTA. L’idea di occidente papalino (la c.d. Cristianità) non ha le basi per essere un concetto transnazionale. L’idea d’impero di Federico parte invece da solidi presupposti politici e giuridici, che troveranno posto tra le costituzioni di Melfi.
Chiarito il rapporto federico-crociate, passerei a trattare di un altro punto caldo: il rapporto oriente-occidente. Oggi, in epoca in cui le porte forzatamente spalancate vanno di moda (anzi, guai a non apprezzare il kebab, altrimenti si è accusati di xenofobia!), va altrettanto di moda pensare che un Federico maturo intrattenesse rapporti con i vari parenti del Saladino, o con altri dignitari musulmani del tempo. Del resto conosceva lingue, usi costumi. Ciò non è che lo rendeva un estimatore dell’oriente, ma certamente faceva di lui un gran politico. Ed è questo che egli in primo posto fu: un abile politico!
A Federico interessava il benessere economico dei suoi territori, la stabilità politica e un floruit sociale. Gran parte dei contatti sono semplicemente economici. E quello che non è economico, è politico, ovvero serve ad ingraziarsi futuri rapporti economici. Federico culturalmente aveva ben altri modelli per la testa. Ciò di può vedere dalla sua corte.
Per comprendere al meglio un uomo, bisogna vedere di quali persone si circonda. Il concetto di Cenacolo, tanto caro e nobile quanto raro di questi tempi, trova qui il suo fondamento. Due nomi, per sintetizzare: Pier delle Vigne, ed il Notaro Giacomo (o Iacopo) da Lentini.
Sulla scuola siciliana vorrei fare una premessa, alla luce delle più recenti scoperte filologiche, che sembrano anticiparla nel tempo di qualche decennio. E’ indifferente, almeno secondo questa analisi,la presenza di precedenti correnti. E’ grazie a Federico che la scuola diventa degna di tale nome. C’era infatti una necessita storico-letteraria di CORTE.
I modelli? Certamente riflettevano il gusto del sovrano e della corte. Erano per lo più tematiche franco-provenzali, amorose latine antiche e tardoantiche, e comunque EUROPEE, checchè ne dica certa critica.
Oltre che stimatore di letteratura “cortese”, Federico era anche un ottimo autore. Quasi riprendendo la dicotomia latina negotium-otium, usava riposarsi in modo liberale, così come si addiceva ad un gentiluomo dell’epoca. La caccia era per l’imperatore un grande passatempo, tanto che egli scrisse un trattato il “de arte venandi cum avibus”, sul modo di cacciare con il falco. Federico era anche assai attratto da dispicline scientifiche (ovviamente, tenendo presente che in campo medievale, anche le scienze erano ritenute completamento umano dell’uomo di lettere): astronomia, algebra, ecc.
Non solo Federico si comportava, in pubblico e in privato, in ozio o in negozio come ci si sarebbe potuto aspettare dal più nobile tra i signori medievali, ma contribuisca a CANONIZZARE questo “mos” come uso dei futuri uomini d’alto rango.
Lo Stupor mundi, essendo profondo estimatore delle humanae litterae, è anche gran mecenate ed ottimo antiquario. Ma, nel suo secolo, è antiquario sui generis. Mentre andava ancora di moda un simbolismo trascendentale in ambito artistico, oppure riprese da modelli tardoantichi costantiniani, Federico è il primo che guarda all’età augustea. Vede nell’arte imperiale romana uno splendido linguaggio per ornare esteticamente il suo progetto politico. In campo numismatico, rispolvera l’antico ritratto romano. La porta di Capua è il simbolo di tale rinascita e di tale magnificenza. Posta al confine dei possessi federiciani, la Porta avrebbe ricordato, a chiunque giungesse dal patrimonium petri al regno federiciano che stava entrando in uno dei più grandi progetti storici. Progetto che coronava i sogni e le speranze dei suoi predecessori, volto a ripristinare IN FORMA ARRICCHITA L’IMPERO ROMANO (il tempo infatti non passa inutilmente).
Per quanto i sullodati studiosi sinistrorsi vogliano detenere il monopolio della parola arte, io non credo che possano mettere le loro mani su tali opere. Il loro materialismo magarì le vedrà come propaganda. Il gusto estetico, che trascende a un certo punto ogni politica, e l’alone etico che certe opere emanano non possono né potranno mai essere colti da una fredda dialettica che vede ogni momento storico come misero frutto del rapporto antropologia-economia. Dimenticano che esistono i cosiddetti “padri”, uomini che si ergono distaccandosi dalla storia, modificandone tratti a propria immagine, ad emblema di volenterosi posteri.
Oggi, infatti, materialmente, cosa abbiamo della storia? Cosa possiamo toccare con mano? Una immagine di propaganda statalista, oppure un emblema che sintetizza una passata civiltà COMPLETA e non isolata al semplice istinto?
La risposta mi pare ovvia.
Federico come tutti, avrà i suoi problemi. Come tutti i grandi, avrà più problemi dei mediocri. Se si volesse sapere, con un certo margine di errore, la propria grandezza storica, basta sapere che è direttamente proporzionale ai problemi che si è in grado di risolvere, ed indirettamente a quelli che si ignorano.
In tre misere pagine è impossibile sintetizzare un uomo, tanto più un Padre. Ho volutamente tralasciato aspetti che avrebbero fatto uscire fuori tema il discorso.
Ma se a questo punto ci si chiedesse il fine ultimo di quest’articolo, rispondo semplicemente che questo vuol essere l’ennesimo tentativo di scrostare da ruggini storiche ma soprattutto ideologiche la vita di chi ha proiettato il concetto politico, artistico, culturale di europa cristana sulle soglie di un mondo pronto per affrontare la modernità, con i suoi pro e contro.
Agli studiosi marxisti, che di certo non apprezzeranno (e temo non rispetteranno) queste povere parole, replico che talvolta, invece di tentare di togliere dubbi bavagli o aggiungere vani discorsi sull’ingiustizia storico-politica-dialettica-sovrastrutturale (sic!), sarebbe d’uopo aprire un libro. E parlo di libri veri, non libretti squallidi scambiati per bibbia. Allora, magia! In quelle pagine ci sono persone, personaggi, e non solo compagni.
Spero di non avervi annoiati.

Antonello “Doctor Luminis” – ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA –castello di Melfi