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appendice al Decalogo ANTI_INCULTURAZIONE: come scegliere LO ZUCCHERO

luglio 9, 2011

Una delle maggiori truffe della globalizzazione avviene tramite i prodotti alimentari: ci avvelenano e contestualmente ci depauperano, arricchendosi sulla nostra salute e sul nostro impoverimento: ecco il caso emblematico del “trucco” dello ZUCCHERO.

Sui pacchi che troverete nei negozi e nei supermercati di ogni marca e tipologia abbondano oramai “bandierine italiane” d’ogni sorta, specchietto per le allodole finalizzato ad invogliare l’acquisto con l’illusione che si tratti di prodotto nazionale (segno che, contrariamente a quanto affermano i luridi mondialisti, l’essere umano è antropologicamente portato a scegliere “il proprio” a meno che non lo si truffi…).

In realtà quello che dovete leggere attentamente sono le diciture:

– se vedete scritto PRODOTTO E CONFEZIONATO in Italia, il prodotto è italiano D.O.C. , e la vostra azione identitaria l’avrete perfezionata acquistandolo e togliendo così ossigeno a produttori stranieri e accattoni varii  ingrassati dalla globalizzazione.

– Ma se leggete PRODOTTO CONFEZIONATO (senza la congiunzione “E” in mezzo), il “confezionato” diverrà aggettivo del sostantivo “prodotto”; in tal caso, quello zucchero sarà stato sì confezionato in Italia, ma PRODOTTO chissà dove…e voi sarete stati CIULATI ! Una piccola differenza diciturale che fa LA DIFFERENZA.

Occhio, dunque!

– ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA –

 

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DVRACRVXIANO PROCLAMA “MONASTERICVS” (AD GHIBELLINAM SALVATIONEM !)

dicembre 26, 2010

“Le pietre godono di una fortezza identitaria tale da renderle garanti di quella imperitura memoria di cui i ben più transeunti umani sono sprovvisti; e che se anche possedessero, comunque, non saprebbero mai tutelare altrettanto duramente e durevolmente. Tributiamo dunque alle pietre l’onore che meritano, e lasciamo ad esse l’imperitura pronunzia d’ogni verbo testimoniale”. G.dX.

Il sentimento imperiale che vive in ogni figlio dell’Aquila, rebus sic stantibus, non può attualmente fruire d’una vestizione politica classicamente intesa; pertanto la sua condizione ontologica ed esistenziale deve sopravvivere in chiave sostanzialmente ideale e, inquanto tale, giuridicamente tutelabile dall’ordinamento liberal-democratico cui versiamo le tasse ed a cui tributiamo impegno individuale votato al mantenimento d’una rotta politica sensata, e alla cui maturazione spirituale contribuiamo come liberi cittadini pensanti e “credenti” nel senso più idealistico, lato e puro del termine.

I luoghi, le opere e le architetture tramandateci dal coraggio e dalla combattività di chi in passato ha saputo proteggerne la composizione atomica dagli attacchi disgregatori di nemici ideologici e fisici, restan pertanto gli unici templi consacrati al culto d’una memoria diretta che testimonii la gloria del passato da un lato, e dall’altro costituisca indefesso baluardo spirituale e testimoniale di cosa fù quel maestoso passato che ci partorì. Le pietre, come già detto, sono ben più forti degli uomini: non invecchiano, non si lasciano corrompere, non dimenticano.

Certo Roma, da cui tutto parte e tutto prosegue ben oltre l’austerità di statue, la maestosità di anfiteatri e templi diroccati sparsi per il mondo e oramai rottamati dalla prevalente (in)coscienza umana come “reperti archeologici” a perdere.
A seguire, il II Impero ci lascia fortilizi e castelli ghibellini, le cui vestigia son troppo spesso ridotte dall’attuale civiltà decadente a meri musei senz’alcun amore per le gloriose gesta che un tempo vi si perpetrarono fra le salnitriche mura, ora troppo spesso infangate da becere mostre figurative negatrici di bellezza e verità, restan certamente anch’essi “loci” e “lvci” che per imperial genesi c’appartengono e c’apparterranno sempre.

Tuttavia la precaria incolumità fisica dei tesori metafisici che son contenuti nei templi della memoria sin qui descritti, troppo dipendente dalle evoluzioni demografiche illogiche ed arbitrariamente relativistiche tipiche di tempi mercimoniosi come questi, potrebbe un giorno comprometterne definitivamente senso, forma ed habitat nel lungo periodo: basti soffermarsi sulla gestione di un Colosseo o di una Ara Pacis rispetto al più miserevole reperto archeologico d’età romana presente in Germania o in Svizzera, per renderci conto della caducità delle Opere rispetto alle Idee, soprattutto quando gli umani guardiani delle strutture concrete deficitano del più elementare senso di responsabilità ed amore per “il proprio“.
Pertanto, un giorno, in assenza di opere granitiche valide a rammentarcene l’Idea originatrice, i nostri pronipoti potrebbero perder contezza persino dell’Idea stessa, a dispetto della sua immortalità spirituale.
Dunque resta indispensabile mantenere indissolubile la “materia” che ne conserva l’Animus, la Sacra Teca pugnatrice dei sensi umani che sola può tener vitale ogni memoria; di qui il Dvracrvxiano Progetto “Clessidra Stagnata” – peraltro già avviato, imbastito ed operativo – di cui tratteremo in altra sede.

Tornando invece al “come resistere” al tempo e alla mediocrità che talvolta lo serve a tavola, è indispensabile analizzare la realtà e farvi fronte con la concretezza di metternichiana memoria, con una “real politik” che non perda tempo a cincischiare su fiaschi e fallimenti propri dell‘Umana Natura, ma ci faccia andare oltre restando coerenti al percorso di sacralità che è stato chiaramente segnato, e a riprova dell’efficienza del quale siam tuttora qui a scriverne e divulgarne: eccolo un vero “dato effettuale“!

A questo punto della trattazione chiameremo ad aiutarCi il più grande cantore dell’Impero, il più grande mediatore ideologico e spirituale fra Impero Romano e sue evoluzioni successive, evoluzioni i cui riverberi sono giunti sino a Noi attraverso un sentiero luminosissimo, seppur disseminato di depistanti mine falso-storiografiche. Un sentiero che non intendiamo certo abbandonare, ma che, anzi, contribuiremo a preservare in secula seculorum sino a passarne il testimone, indenne e splendente, ai nostri posteri.

Dante Alighieri, che, dato il suo periodo di esistenza terrena, può considerarsi a metà strada fra Noi e la Roma antica, nel suo “De Monarchia” ci introduce così la propria preziosa ricetta preservatrice di memoria: “come gli uomini si arricchiscono del patrimonio degli antichi, così devono lavorare essi stessi per i posteri”.
Prova dell’indole terroristica – già nel ‘300 – delle parole di Dante (il “ghibellin fuggiasco” lo definì Foscolo, intendendo acutamente la vera natura del suo guelfismo bianco), espresse soprattutto nella sua opera più politica, il De Monarchia appunto, siano le parole di Antonio Gramsci – sinistro individuo che non ci sperticheremo a presentare – circa tale opera: “bisogna liberare la dottrina politica di Dante da tutte le superstrutture posteriori, riducendola alla sua precisa significazione storica”. Ecco una prova inconfutabile di quanto, soltanto il secolo scorso, la Memoria facesse già paura ai detrattori dello Spirito, ai saponificatori dell’Idea, agli smerdatori del Mito, ai detestabili materialisti mondialisti e comunisti cogl’ occhialetti tondi perennemente inforcati a confonderne la totale vacanza dell’anima.

“La memoria non è altro che ciò che l’Uomo decide di rammentare“ sostiene certa corrente di pensiero di stampo liberale: sì, ma quale uomo? L’Uomo? O gli uomini?! Ebbene, in un’epoca nella quale gli uomini rischiano di contare più dell’Uomo, tocca rimboccarsi le maniche, lucidare i moschettoni culturali e far suonare quanti più campanili è possibile: “omne regnum in se divisum desolabitur”.

Ed ecco che, proprio restando in tema di campanili, siam giunti all’argomento principe di codesta trattazione dvracrvxiana: Roma, il Sacro Romano Impero, e, attualmente, ciò che resta di cotanta nobile genesi politica e spirituale.
Prendiamo con Dante le mosse dal principio di ogni imperialità (De Monarchia libro II): “ …il popolo romano si è attribuito di diritto, non usurpandolo, il ruolo di Monarca sugli uomini detto “Impero”. E questo si dimostra così: al più nobile dei popoli spetta l’egemonia su tutti gli altri; il popolo romano è stato il più nobile dei popoli: dunque gli spetta l’egemonia su tutti gli altri.”
E l’Alighieri prosegue più innanzi citando i mitici antefatti che portarono a detta gloria: “C’è un paese, Esperia i Greci lo chiamano, terra antica, potente per armi e per fertili zolle. Gli Enotri l’abitarono; ora è fama che i loro nipoti l’hanno chiamata Italia dal nome del loro condottiero: questa è per noi la nostra propria dimora, di là Dardano discese.”. E ancora, poco oltre: “Ma che il popolo romano abbia mirato al bene dello stato, sottomettendo a sé il mondo intero, lo dimostrano le sue imprese, nelle quali, rimossa ogni cupidigia che sempre è di ostacolo al bene dello stato, e amando la pace universale e la libertà, quel popolo santo, pio e glorioso sembra aver trascurato l’utile proprio, mirando a quello comune per la salvezza del genere umano”.
Ebbene, queste poche righe argomentano la parte del Nostro Scritto che meno necessitava di opera di convincimento, trattandosi di mera analisi storica traducibile direttamente dal latino dei contemporanei di quegli eventi.

Di qui, continueremo a non trattare di fede, ma di pura consecutio storica, la medesima che occorre ai giorni nostri per individuare, qualora non lo avvertissimo nell’animo, almeno con il ragionamento, quali siano i templi della Tradizione che legano i Cesari agli Ottoni, e questi ultimi ai loro successori: (dal Libro II – IX): “..Se Cristo non avesse sofferto sotto un giudice legittimo, questa sofferenza non sarebbe stata un castigo. E giudice legittimo non poteva essere se non chi ha giurisdizione sull’intero genere umano, dal momento che l’intera umanità veniva castigata nella carne stessa di Cristo… Cessino pertanto di condannare l’Impero Romano quanti si fingono figli della Chiesa, vedendo che il suo sposo Cristo lo ha approvato all’inizio e alla fine della sua milizia. E così ritengo sia chiaro a sufficienza che il popolo romano si è attribuito di diritto l’Impero del mondo” (ovvio che Dante non potesse che riferirsi al mondo civilizzato sino a quel tempo conosciuto).

Dante dunque, uomo di Fede, paradossalmente risolve con un freddo sillogismo una vexata quaestio che più tardi, soprattutto in epoca post-illuminista, ed ora post-sessantottina (perdonate il languore di stomaco), semina dubbi sull’ortodossia della consecutio Roma-Christianitas latina-Sacro Romano Impero-Cattolicesimo Occidentale Tradizionalista. Come potrebbe Cristo, infatti, essere stato anti-romano se proprio di Roma s’è servito per i suoi santi scopi?!

Occorre dunque riflettere con assoluta lucidità su cosa sia ancora vitale, praticabile e coltivabile dell’antico retaggio imperiale transitato per duemila anni di storia, considerando indispensabile rilevare, a tal proposito, che eremi e monasteri, preziosi scrigni di occidentale Christianitas, restano gli unici “viventi” baluardi di salvezza per scomodi discepoli di una fede testimoniale altrimenti a rischio di epurazione fisica, politica e ideologica.
Ragioniamoci fatti alla mano: nessun invasore cristiano ha fatto crollare l’Impero Romano; arabi, vandali e slavi, piuttosto. Ad un princeps (o imperator) cristiano – e germanico – fù il privilegio di “rinnovarlo” e consacrarne la memoria e l’autorità politica sino ai nostri giorni attraverso un percorso geopolitico fulgido nella sua leggibilità: i territori e le vestigia del Sacro Romano Impero istoriate nei borghi toscani, marchigiani, lucani, trentini, bavaresi, elvetici, austriaci, son lì a far risplendere le verità di un percorso storico comune quanto irremovibile.

Così non fosse stato…chissà! Difficile far la Storia coi “se”, ma le grandi battaglie a difesa dell’Occidente..Poitier, Lepanto, Vienna..sono istoriate indelebilmente a raccontarci come siano davvero andate le cose, e chi davvero siano stati e siano tuttora i nostri reali nemici, al di là di vuote chiacchiere anticlericali ed irredentismi pseudo-pagani che nulla hanno a che vedere con quella realtà e politica del reale che possano garantirci ulteriore sopravvivenza.
La maturità filosofica e spirituale a cui siamo finalmente approdati attraverso un libero culto della memoria, attraverso un sano studio documentale scevro da strumentalizzazioni ideologiche, insomma, attraverso 1000 anni di preservazione romano-occidentale, ci consentono, anzi, ci intimano, di considerare monasteri, eremi, chiesette, canoniche e campanili, i castelli e le roccaforti di quella inviolabile “Renovatio Imperii” inaugurata da Carlo Magno e ricomposta dai suoi successori germanici al grido di “Sieg und Heil!”:

– Sieg und Heil, salute e vittoria, viene pronunciato da Ottone il Grande ad Aquisgrana nel 936 d.C. in occasione della sua incoronazione a Sacro Romano Imperatore, presieduta dal vescovo Heriger di Magonza come rappresentante della Chiesa e partecipata dai quattro duchi rappresentanti delle quattro principali componenti germaniche, Lotaringia, Franconia, Svevia, e Baviera. (fonte: Windukind di Corvey)
Ottone il Grande, fondatore ufficiale del Heiliges Romisches Reich Deutscher Nation, il Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca, nato il 23 novembre 912, I imperatore dei Romani dopo Romolo Augustolo e fautore del Privilegium Othonis, subordinazione giuridica e politica dell’elezione papale al consenso dell’Imperatore, egemonia filosofica sostanziale del “guelfismo bianco” di Dante.
Ottone determina la conciliazione delle tre principali promanazioni politiche e religiose della romanità: l’Impero romano, del quale assume il titolo imperiale con solenne incoronazione in Roma, unitamente a quello di Re dei Romani; la benedizione politica del papato con Giovanni XIII, e la conciliazione con l’Impero bizantino attraverso le nozze celebrate a Roma dallo stesso papa con Teofano, la nipote dell’Imperatore Romano d’Oriente Giovanni Zimisce. (fonte: Friedrich Heer) –

“Una Renovatio Imperii, dunque, riconfermata e potenziata nella sostanza e nella forma da Ottone III, imperial crocevia etnico fra latinitas, mondo ellenico e germanico, il precursore di quella II epopea imperiale che ci ha consentito per la seconda volta di nascere belli come siamo.
Così Ottone parlò in quel fatidico giorno: – Noi affermiamo che Roma è la capitale del mondo e testimoniamo che la Chiesa di Roma è la madre di tutte le Chiese. –
Ottone altresì, non riconoscendo la Donazione di Costantino, né tantomeno la concessione di Carlo il Calvo, entrambe vigliaccamente invocate dai papi a giustificazione della loro occupazione temporale del suolo romano, segnò indelebilmente quel percorso ideale che vedeva nel cattolicesimo occidentale nulla più che una “fons traditionis”. E tuttora i tedeschi sono i più affidabili protettori dell’Europa, riconoscenti in eterno per la loro fondazione latina ai tempi di Treviri ed Augusta” (fonte: F.Heer).

Non a caso, prendendo ad esame il mero suolo italico, regioni come il Lazio, la Toscana (con annesse Marche e Umbria), la federiciana Lucania ed il Trentino-Friuli non lasciano inculturare il proprio tessuto in quei termini nei quali humus più laicisti e scevri da tradizione schiettamente ghibellina fanno (Piemonte, Liguria, Campania, Emilia). Per non parlare dello scempio che sta sfigurando il resto d’Europa: la laicista Francia, che sembra ormai il bronx; la protestante Inghilterra, che sta togliendo la sua amata sovrana (nonché massima autorità religiosa) anche dai francobolli; la “libera ed emancipata” Olanda che è ostaggio della violenza musulmana a tal punto da vedersi ammazzare i propri politici non perché di destra, ma perché omosessuali, sono paesi invasi, bolliti, stravolti etnicamente e culturalmente. Per non menzionare la Spagna, ove insegnanti che declamano ai loro alunni le tradizioni gastronomiche basate sulla carne suina vengono condannati per vilipendio della fede islamica: ebbene, provate a interdire prosciutti, salsicce e vinello ad un buon parroco di campagna di quelli un pò vecchio stampo, e vedrete volare pernacchie come colombe all’indirizzo degli uffici competenti.
Non è dunque casuale quali siano i paesi “resistenti”: Italia, Austria, Germania, Svizzera, Lichtenstein, Andorra, (lo stesso ambiguissimo Vaticano, volendo), null‘altro insomma che quel Sacro Romano Impero che da Carlo Magno è arrivato intonso sino a Carlo I d‘Asburgo, nostro contemporaneo; in tali territorii la Tradizione, pur sotto attacco, non molla l’osso !
E allungando il guardo oltre Europa, stesso ruolo resistente sta riguardando la Russia, che non a caso fù membro della Santa Alleanza, co-artefice della Restaurazione, grande ereditiera della cristiana Costantinopoli, ed unica vera abiuratrice – oramai immunizzata – d’un comunismo che vi ha perpetrato l’apoteosi del suo stesso fallimento storico e politico; del resto come avrebbero potuto pochi decenni di ideologica perversione cancellare secoli di cammino socio-antropologico naturale d’un popolo?!
E, volendo proprio strafare con la gittata osservatrice, che dire del Giappone, unica roccaforte identitaria d’un’intera Asia dai trascorsi gloriosi quanto quelli europei, ma per il resto prostituitasi al peggior americanismo globalizzatore per quattro occhialacci da sole quadrangolari che offuscano occhi a mandorla un tempo orgoglio della nobile ritrattistica imperiale Ming. E così, in Giappone, grazie al tradizionale culto shintoista, l’imperatore è sopravvissuto persino alle vessatorie condizioni di pace post-bellica, mentre in Cina l’ateismo comunista è stato il virus capace di uccidere la Tradizione imperiale, senza saper poi resistere all’inculturazione capitalista, alla quale, anzi, ha steso tappeti “rossi”.

Ma torniamo a Noi: territori ghibellini inespugnabili roccheforti d’Occidente, dunque, che si tratti dei laziali Monti della Duchessa o delle germaniche montagne bavaresi: un campanile non sarà mai, ipso facto, un minareto; nessun’Opera d’Arte sarà mai violata finché si troverà in sante mani e non in quelle sporche e laide di assessori sinistri e perversi a tal punto da farla sparire. Mai opere architettoniche di pregio sacrale saranno gettate in pasto al muschio finché tale religione continuerà a permanere di Stato, per quanto annacquata e temperata. In una chiesa, tanto per capirci, non si predicherà mai il comunismo, morbo laicista ed ateo per definizione e asfissìa d’ogni intelligenza! E se qualche pretastro dalla barbetta sfatta dovesse provarci, sarà lo stesso DNA cultuale, culturale e liturgico della Tradizione a sfatarne le immonde intenzioni e a sventarne la perfida azione. L’importante è “preservare” e guadagnare tempo, semplicisticamente, riuscire ad essere “i campioni” del tempo.

Che sia chiaro una volta per tutte: qui nessuno sta imponendo di credere a chi non crede, non credendo Egli stesso per primo; qui si propone di guardare a 1000 anni di preservazione storica, culturale, artistica e filosofica come ad un dato di fatto inoppugnabile a cui rifarsi per andare avanti col medesimo bagaglio di valori nello zaino; valori che puntellino la piattaforma di partenza per iniziare a (ri)scalare l’Olimpo di classica memoria e raggiungerne la vetta a ripiantarci sopra lo stendardo con l’Aquila, prima che i nuovi barbari ed i loro alleati etnonichilisti nostrani riescano a farlo crollare.

E quando parliamo di “cattolicesimo” o di “cristianesimo” non ci riferiamo certo a quei pretini rossi coi maglioncini blu infiltrati da comunismo e globalizzazione come ogni cancro può infestare qualsiasi organismo sano; non parliamo d’una Chiesa che predica barzellette egalitariste ed ecumeniche per far passare concetti inesistenti nel Vangelo o nel Diritto Canonico, scritti che altro non sono se non sostanziali traslazioni filosofiche e giuridiche delle omologhe migliori preesistenze codificate partorite in seno alla romanità. Né ci riferiamo tantomeno a “Chiese spurie” che hanno attecchito altrove rispetto al naturale alveo geografico-culturale proprio del Cattolicesimo Occidentale, e che valgono quanto una pasta all’Amatriciana cucinata a New York col ketchup.
Non parliamo di una Chiesa che sperpera energie attraverso petulanti missionarii a spasso in zone del mondo che non la riguardano, o che istiga sionisticamente alla vittimizzazione del corpo, del sesso e della bellezza, che umilia la virilità, che vieta di fare fotografie nei suoi templi per coltivare una simonia indegna del generoso spirito occidentale improntato all’esaltazione dello scultoreo, all’adorazione di polpacci e quadricipiti da legionari in marcia che mai potrebbero temere Dio, essendone la migliore espressione e la più degna realizzazione. Non parliamo di quel culto anti-imperiale ammorbato di pauperismo e gusto del malaticcio che stramaledetti cattocomunisti ante e post-litteram hanno provato in tutti i modi ad interpolare fra le righe del Nuovo Testamento, ma che la sola logica basta a disarcionare: se infatti Cristo fosse stato un comunista e un pauperista come sostenevano i fraticelli dolciniani, come potrebbe aver mai riconosciuto al Cesare romano la piena giurisdizione temporale, considerando quanto Egli ben sapesse il Diritto Romano grondare di giusprivatismo e persino di schiavismo?! Quante incaute menzogne ideologiche oltre il limite della ragionevolezza!
E la controprova di quanto asseriamo è insita in ogni fotogramma di storia politologica contemporanea: il cattolicesimo e qualsiasi suo rivolo confessionale sono e sono stati costantemente avversati dalle sinistre etnomasochiste europee ed italiane in particolare, mentre vengono da sempre abbracciati (seppur con appositi concordati che ne tengano a bada le insane ed egoistiche pretese temporaliste di papi ingordi e parassitari), dalle grandi avanguardie identitarie, fascismo in testa. Come mai?! Come mai i maggiori paesi cattolici sono stati alleati durante le ultime due guerre?!

Quanto al perché la grandiosità della fiamma della Chiesa ghibellina si sia ridotta nei secoli al lumicino per far spazio ai neon giallognoli del mediocre parrocchialismo post-conciliare non è dato sapersi e non è affar nostro; peggio per chi non ha saputo resistere alle tetazioni delle comodità moderniste, la viltà non paga mai, e l’accidia atrofizza. Ciò che a Noi occorre sono i suoi solchi, i suoi torrioni, le sue cattedrali, i suoi dogmi imperiali. Dante stesso non ha dubbi su tale punto (De Monarchia libro III – XII): “…che l’autorità della Chiesa non determini quella dell’Impero si dimostra così: quando una cosa non esiste o non esercita la propria virtù, e un’altra possiede intera la propria virtù, la virtù della prima non determina la virtù della seconda; ma, quando la Chiesa non esisteva o non esercitava la propria virtù, l’Impero possedeva già intera la propria virtù: dunque la Chiesa non determina la virtù dell’Impero e di conseguenza neppure l’autorità, essendo virtù e autorità dell’Impero la medesima cosa”. In queste righe il Sommo Poeta non solo tesse una totale equiparazione di “virtus” fra Impero Romano e Sacro Romano Impero (l’Impero che esisteva da prima della Chiesa era evidentemente quello classico, mentre quello coevo all’epoca della stesura del De Monarchia è quello di Arrigo VII di Lussemburgo), ma nega ogni ipotesi di supremazia temporale del Vangelo sul Diritto Romano. Un’ode antitemporalista, insomma, che deve essere più che sufficiente a tappare la bocca a quanti intignano nel voler vedere in questi scritti una qualsivoglia sudditanza del mondo dei guerrieri rispetto a quello dei preti…(De Monarchia libro III, XIII):”..ogni legge di Dio è infatti contenuta in seno all’Antico e al Nuovo Testamento; e in entrambi mi è impossibile trovare che la responsabilità o la cura delle cose temporali sia stata affidata agli antichi o ai nuovi sacerdoti”.

E ciò vale per l’intero messaggio evangelico, teologicamente efficace per chi crede, ma giuridicamente subordinato in tutto e per tutto alla legge di Roma.
Forse che la legge della Roma protoimperiale prevedeva all’interno dei suoi codici il concetto d'”uguaglianza”, o di “fratellanza” che non fosse quello sanguinalmente o civicamente inteso? E allora come poteva esso essere ragionevolmente insito in una teologia subordinata al diritto all’insegna del “redde Caesari quod est Caesaris” ? Sarebbe illogico e antistorico anche solo supporlo.

Così come stolto sarebbe ragionare dell’annacquamento di un cattolicesimo globalizzato come un qualcosa di ormai coincidente con quello tradizionale; sarebbe come dire che la lingua inglese è la lingua degli afroamericani: certo che la parlano anche loro (come può parlarla un analfabeta, peraltro), ma, nella sua accezione filologica e glottologica originaria e preminente, tale conio linguistico resta il frutto di una occupazione romana della britannia durata abbastanza da essere determinante culturalmente, e di una generale influenza culturale e giuridica in tutto il nord-europa degli etimi greco-latini prevalenti nel 75% dei vocaboli e nella costruzione della frase che in lingue come il tedesco superano la similarità col latino rispetto a lingue romanze smaccatamente neolatine come lo spagnolo; e questa non è fede religiosa, ma asettici dati empirici. Dunque, come la lingua inglese è il più diffuso avamposto culturale di latinitas nel mondo, la Chiesa tradizionalista lo è sotto il profilo estetico, letterario e spirituale.

Testimonianze dirette del nesso di causalità fra territorio, onomastica e percorso storico si trovano ovunque in Italia ed in Europa: il passo del San Gottardo prende il nome dal vescovo imperiale tutore e consigliere di Ottone III, il Cesare tedesco autore della Renovatio Imperii (firmata di 24 marzo, giorno di San Gabriele Arcangelo) che ha amato Roma e l’Italia più di tanti italiani, sino al punto d’avervi voluto morire nel cuore del lazio etrusco, a Castel Paterno. E quanti imperatori muratori d’Europa come Enrico II sono stati santificati a cementare così in un’unica aura sacral-imperiale la loro duplice indole di politici e crociati. Centinaia di borghi e comuni italiani vedono istoriata nella propria araldica l’Aquila bicipite, simbolo dell’Impero.
Finanche regioni di tradizione più portuale e di conseguenza fisiologicamente meno identitarie per la loro natura geografica esposta ai venti come la Sardegna o la Liguria sono costellate di campanili sonanti che spadroneggiano oltre ogni guardo: nella prima, Eleonora d’Arborea, fra le più grandi legislatrici d’Occidente, era vassalla del S.R.I., e nella seconda meraviglie come l’abbazia di San Fruttuoso, voluta da Adelaide, moglie di Ottone I, o il santuario della Madonna della Guardia che campeggia su Genova, o il monastero cistercense di Valle Christi, son lì a vegliare che gli eccessi dovuti alla natura doganale di tali zone non trascendano l’accettabile.

Ebbene, alla luce di codeste righe pregne di coscienza dvracrvxiana, proclamiamo che nell’epoca attuale, pur inglobati nel sistema liberal-democratico italiano moderno vigente 2010 anni dopo Cristo sulla zolla di crosta terrestre che appartenne a Roma, e a cui tributiamo il rispetto delle leggi, verso il quale abbiamo il diritto-dovere di cittadinanza ed al cui perfezionamento contribuiamo pagando i relativi tributi, abbiamo la possibilità, il privilegio, la volontà di far rivivere l’ideale dantesco all’interno delle nostre magioni, del nostro vivere, della nostra personale filosofia esistenziale.

L’appartenenza politica non è un dato meramente giuridico; se così fosse, ogni uomo sarebbe schiavo della sua mera epoca e non esisterebbero quegli ideali universalistici che invece, gioco-forza, esistono eccome. Essa è piuttosto un fattore antropologico di stretta pertinenza individuale fatto di filosofia di vita, condotta personale, estetica, fede: tutti anfratti spirituali incoercibili, grazie ai quali ogni uomo è proprietario di se stesso, e, nel ragionevole rispetto delle leggi civili dell’epoca e del contesto socio-giuridico in cui vive, egli ha il diritto di farlo come crede. E di far vivere il proprio “credo” all’interno del proprio spazio vitale la cui proprietà privata ed integrità sono garantite dalle leggi medesime, leggi alla stesura delle quali Egli, il “cittadino individuo”, ateniesemente, contribuisce.

Ogni uomo è propria Chiesa e sacrestano di essa al contempo. Occorre dunque esser “sacrestani” d’una Chiesa Imperiale come molti grandi uomini son stati.

E a tal proposito vi sono due modi distinti affinché l’individuo stabilisca tale relazione spirituale e identitaria con un determinato luogo e spazialità: considerando che l’impero ghibellino estende idealmente, spiritualmente e culturalmente i suoi confini dalla Grecia alla Germania, nell’ambito di tale spazio consacrato dalla storia e dalla preesistenza dei nostri avi in loco, l'”imperiale errante” può trarre “animus” da un determinato luogo sacro (Lvcvs) o imprimere tale sacralità attraverso il suo diritto di proprietà (Magione) su quel luogo.

In ognuno di Noi, ordunque, vive l’Impero, quell’Impero che per definizione è una composizione di monadi ontologiche rivolte verso la luce dell’ideale alato e crociato fondato a Roma, da Roma su Roma, e che, oltre il tempo, rivive nello spazio che occupano i suoi sudditi ovunque essi si trovino.
Anche nell’Ade, poiché ciò che è venuto anche per un solo istante alla luce vi resta per sempre.

Noi, in questi anfratti di bosco, di gola naturale trentina, reatina, toscana o lucana, siamo la prova vivente che l’Impero esiste e che può esistere ovunque respiri e ne canti le lodi un suo suddito imbarcato su un sacro legno recante il suo proprio vessillo. Impero è essere ciò che si vuole essere e vivere come si vuole essere.

Poi, in seguito, una volta imbracciato lo Stige, attirata dal fragore della cascata avvicinarsi, la dirompente eco del nostro esser stati si spingerà verso quell’acqua sino a far coincidere, nell’imperial tutt’uno, “l’essere” con “l’essere eterni”. Da quel momento in poi, i nostri vessilli mondani brilleranno come stelle sottomarine da sotto le acque ogni qualvolta qualcun di Noi li penserà come tali, mentre solo a Dio sarà dato pensarli costantemente, facendoli esistere in eterno come eterno Egli è.

“Termino tale magnifica fatica compilativa, la cui stesura è durata circa un anno, la sera di Natale, dopo la rituale visita alla cara chiesina “Refugium Peccatorum”, fatta non in ossequio ad una fede che non posseggo e che considero un ambito spirituale dell’esistenza umana strettamente individuale e scevro da qualsiasi implicazione pubblica, ma fatta per bearmi di una piena contestualizzazione d’appartenenza estetica e culturale fondamentale per la preservazione di ciò che sono e di ciò che, inevitabilmente, amo e partecipo come “homo publicus”: la Chiesa Ghibellina figlia dell’Aquila Romana.”

G.dX, Altipiani di Arcinazzo (Lvcvs Simbruinvs), 25 dicembre MMX d.C.

Tale trattazione dvracrvxiana è stata redatta presso vari luoghi di ghibellina sacralità, e principalmente:
Eremo dei Cappuccini di Montepulciano (Lvcvs di Buonconvento), Aquileia (Lvcvs), Lago di Levico, Termeno e San Romedio (Lvcvs Trentino), Gole del Salto (Aq), Fortezza Dvracrvxiana apud Romam, Altipiani di Arcinazzo (Lvcvs Simbruino).

Un ringraziamento ad Helmut Leftbuster per la collaborazione nella stesura.

G.dX – Magister Cenacvli di DVRA CRVX CENACVLI dX – Aristocrazia Dvracrvxiana –

PROCLAMA statutario “SCOTTADITO”

luglio 18, 2010

m$e – S/DCC

PROCLAMA DVRACRVXIANO STATUTARIO “SCOTTADITO” (I X MMIX d.C)
(così intitolato poiché esteso innanzi ad un buon piatto d’abbacchio fumante) – Statuto Dvracrvxiano steso l’8 XI 2010 d.C. e aggiornato al 30 XII 2012 d.C.

– Se il Proclama Ceresio consacrava il momento “rifondativo” dell’originario progetto artistico DVRA CRVX (sorto nel ’95 d.C. , riesumato in DVRA CRVX CENACVLI dX nel 2008 d.C. e che ora, nella sua veste esternatrice e divulgativa, prende il nome di ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA), il presente Proclama Scottadito ne sancisce importanti sviluppi organizzativo-programmatici che, ad oltre un anno da tale risorgivo evento, si rendono indispensabili al fine di determinare un organigramma di punti fermi filosofici, estetici, semantici, sistematici.
Fù così per i grandi e liberi movimenti di pensiero del ‘900, Futurismo in testa, non vediamo perché non dovrebbe esserlo anche per Noi, dignitosa ed aristocratica “coterie” gastronomico-intellettuale costituita solo da “homines optimi”.

Anzitutto, è giunto il momento di chiarire perché “DVRA CRVX”:
la “croce”, nello stilema classico e cosiddetto “greco” (due linee incrociate a bracci uguali), costituisce da sempre nel mondo occidentale un simbolo archetipo di “attivismo” umano, di volontà di creare, disegnare, indicare, sino al tingere di ieraticità tale “identità” graficamente esprimibile e rappresentabile. Insomma, la “croce” individua l’archetipo dell’Estro umano volto ad andare oltre le più elementari esigenze fisiologiche proprie della struttura organico-biologica primordiale dell’Essere umano.
Naturalmente a tale embrionale accezione ne sono seguite di successive ben più significanti, sempre concernenti la cosiddetta “croce”, ma fondamentale è il punto di partenza qui rilevato poiché dimostra e spiega la presenza di tale simbolo (nelle sue varianti più disparate ad iniziare da quella “uncinata”, la cui interpretazione ideologica preponderante è in realtà molto recente rispetto a stesure ben più antiche) istoriato in luoghi, epoche e circostanze cronologicamente di gran lunga anteriori rispetto alla sua formulazione cristiana. Citiamo per tutte le molteplici decorazioni di suppellettili, stemmi forgiati su elmi di guerrieri e simboli crociformi scolpiti in grotte rupestri o ritrovati in siti archeologici compresi all’interno di zone di millenaria e forte tradizione identitaria come la Lucania, e risalenti a ben prima della colonizzazione greca ivi iniziata nel VII secolo a.C., per dimostrare quanto indietro si possa andare nel tempo per trovare già una “croce” in territorio europeo, ed italico in particolare. Gli stessi archeologi non sanno il più delle volte spiegarsi la presenza di tali incisioni così vetuste, faticando a prescindere da un loro inquadramento religioso e cultuale.
Ebbene bisognerà attendere parecchio tempo ed assistere a molteplici evoluzioni “crociate” prima di veder comparire come oggetto di culto vero e proprio la cosiddetta “croce latina” (ove la distanza dei bracci si asimmetrizza fra quello latitudinale e quello longitutinale), divenuta tale dopo la crocifissione di Cristo ad opera dei Romani, che già da tempo riservavano tale forma di supplizio ai condannati per crimini contro lo Stato (suggerendoci così un ulteriore spunto semantico circa l’interpretazione di una “dvrezza crociata”, forse il primo in termini cronologici,,,)
E sarà proprio a questo punto della sua evoluzione che il simbolo crociato cesserà definitivamente di possedere un’eziologia principalmente estetica per assumerne una decisamente simbolica, che tale resterà sino ai giorni nostri, passando però fra le mille varianti che movimenti, ordini cavallereschi, case regnanti e stemmi araldici, comunque inneggianti all’universalismo imperiale-cristiano inaugurato da Costantino e dal suo Impero cristiano prima, e confermato solennemente poi da Carlo Magno col Sacro Romano Impero e ancora successivamente da Ottone III col Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca, apporteranno ai propri vessilli. Citiamo per tutti i Crociati, i Templari, ma soprattutto i Cavalieri Teutonici, la cui croce, tornata “greca” nella sua geometria di base, rimarrà la più prestigiosa decorazione di quell’Impero Universale Occidentale reduce delle evoluzioni politiche altomedievali, somma struttura politica europea ed erede diretto di quello “pagano” cristianizzato romano.
“Croce” dunque come sorta di summa cultural-politica pagano/cristiana di quell’Impero “Europeo” cantato da Dante, che da Roma ha condotto l’Occidente fedele a se stesso ed ai suoi secolari stilemi sino a Francesco Giuseppe d’Asburgo, il quale mantiene in tutti i documenti ufficiali il titolo di Santa Maestà Apostolica, prerogativa di quei “Cesari” (Kaiser) di quel Sacro Romano Impero che, oltre ogni ragionevole dubbio storico, non muore affatto sotto i colpi del laicista e giacobino Napoleone, ma prosegue la sua “sacra” e “santa” missione ben oltre…
Ebbene, greca o latina, pagana o cristiana, teutonica o costantiniana, la Croce (archetipo geometrico), insieme all’Aquila (archetipo simbolico), resta il più alto emblema di regalità estetico-politica del mondo occidentale.
Ora, facendo Noi nostro in toto il pensiero politico di Dante, le cui tracce risuonano ineluttabili e granitiche nella maestosità di opere come il De monarchia o come nel Canto VI del Paradiso, solo per citarne i riferimenti più fulgidi, non resta molto da chiarire intorno alla componente “CRVX” del nome. Spostiamoci dunque sull’eziologia del termine “DVRA”: a questo riguardo le determinazioni sono più d’una: quella immediata consiste nel diretto riferimento che l’aggettivo esprime; ma proprio a questo riguardo va chiarito subito un punto che non può più restare oggetto di subdoli fraintendimenti, ed è quello relativo alla presunta indole fideistica e confessionale della nostra compagine: nulla di più sfuocato! Proclamandoci figli di Roma e aderendo totalmente alla filosofia politica di Dante Alighieri non potremmo mai determinare juris et de jure un imperativo religioso all’animo umano, che nasce fedele solo a sè stesso, forgia la propria coscienza alla fiamma della sua affettività familiar-culturale, lasciando il più intimo credo religioso personale appannaggio delle singole identità individuali. Ciò premesso, non possiamo negare alla tradizione giuscanonistica, che – lo ricordiamo – ha come fulcro di forza storico l’incoronazione di Carlo Magno da parte del papa a Roma la notte di natale dell’800 d.C., quella dignità storica, simbolica e spirituale che la rende l’unico tramite ufficiale col mondo classico che l’ha preceduta, da essa preservato e tramandato attraverso la grande tradizione di quel cattolicesimo occidentale, monachesimo incluso, erede dell’adorata Roma Imperiale. Quindi, depauperiamo sostanzialmente di ogni contenuto evangelico-fideistico (eccezion fatta per quel “a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” che per l’appunto conferma tale interpretazione “mondana” della nostra concezione) il valore e l’onore che rendiamo alla “croce cristiana”, preservandone solo la scorza, la forma – “dvra”, appunto – questione codesta che ci lascia amabilmente prescindere da ogni compromissione epocale con la “Chiesa” cattolica e col cristianesimo inteso come religione, se non per attribuirle il merito di grande preservatrice e traghettatrice del nostro glorioso passato, rendendoci fieri partecipi d’un battesimo vissuto in mera accezione “storico-occidentalista”.
A tal proposito va sottolineato che intendiamo riconoscere come “degna” di tale considerazione solo la Chiesa scissionista di Mons Lefebvre, l’unica fra le chiese cristiane ad incarnare tale ideale di purezza e grandiosità estetica e filosofica, ideale preservatore della tradizione imperiale occidentale e della difesa dei valori latini.
Ora, tornando all’eziologia semantica dell’aggettivo DVRA, affermiamo che solo in codesta circostanza tale accezione si biforca anche in quella dal significato relativo ad una “durezza” spirituale e d’azione che intende sfuggire alle lusinghe d’una modernità vana, molliccia e inculturazionista nella quale non solo non ci riconosciamo, ma che intendiamo rivendicare come aliena ed anzi ostile alla nostra natura e cultura. A tal riguardo potremmo paradossalmente chiosare che considereremo sempre infinitamente più “cattolico” un satanista amante del “pathos” liturgico tradizionale, fatto di drappi sontuosi e candele lucenti, rispetto ad un laido laicista, o ad uno di quei preti “rossi” col maglioncino azzurro e colletto sbottonato che preferisce musicare le proprie messe con chitarrine acustiche tanto ecumeniche nell’indole quanto “hippie” nella loro pochezza, in luogo di organi tanto magnificenti nell’aspetto quanto possenti nel suono.

Per concludere, i campanili delle chiese di campagna, i profumi dell’incenso, le tetre atmosfere gotiche delle cripte delle cattedrali saranno sempre e per sempre i nostri alvei estetici e culturali alla stregua dei sacri altari marmorei di Roma.
Quanto sin qui argomentato riguarda la parte della “Dvra Croce” che brilla, oltre che al collo di G.dX e – medesima – sull’emblema della compagine associativa denominata “Cenacolo dei Xacrestani”, libero assembramento ideale, affettivo e organizzativo di libere, elevate anime che si raccoglie attorno alla figura del “Magister Cenacvli” G.dX, ideatore e cofondatore originario del progetto Dvra Crvx la cui direzione fu poi affidata a Don Alexio Bavmord, organista dei Deviate Damaen, il progetto musicale capitanato dal medesimo G.dX le cui opere artistiche e poetiche sono tutte edite sotto l’egida di Dvra Crvx medesima.

– Ora, terminata l’indispensabile disquisizione sull’origine nominale del nostro Cenacolo di liberi pensatori, filosofi e artisti, passiamo alla trattazione della parte organizzativa che ne concerne la territorialità:

FORTEZZA DVRACRVXIANA: sede del Cenacolo dei Xacrestani ubicata nella Sacrestia I-bis SeIRGXI “Dente Monadico SeIRGXI” (apud Romam); quivi è conservato l’emblema dvracrvxiano in originale autografato da G.dX.

MAGIONI DVRACRVXIANE: pertinenze di Membri e Viandanti (consorziati e consorziandi). Ogni Magione è ove vive un Dvracrvxiano, con la sua spilla al bavero ed il suo cuore partecipativo.

LVCI e LOCI DVRACRVXIANI:
i “LVCI” sono i “boschi sacri” alla Tradizione Dvracrvxiana; città, paesi, laghi, sorgenti, alpeggi, grotte permeati di quell’aura imperialis che trasuda dalle pietre e dall’acqua attraverso la storia. O, ancora, anfratti utilizzati come ambientazione per i Nostri Eventi perché attigui ad una Magione o ad assi d’incontro fra le varie Magioni ove il Cenacolo in trasferta si riunisce periodicamente per celebrare i propri baccanali intellettual-gastronomici.
I “LOCI” sono luoghi e borghi cari allo spirito dvracrvxiano in forza di eventi e trascorsi storici, o di richiami letterari e poetici che li videro ambientazione e teatro naturale nel passato, o, ancora, in forza di presenze insigni nei loro cimiteri.
In ogni caso, “l’Universo geografico spirituale e civile” riconosciuto attualmente da Dvra Crvx Cenacvli dX è quello dei territori compresi all’interno di ciò che fù il Sacro Romano Impero, includendovi anche le greche terre di Morea e del Monte Olimpo. Ed in Italia, in particolare, le quattro regioni ghibelline per eccellenza, il Trentino AltoAdige, la Toscana, il Lazio e la Lucania.
E sarà nostra cura inoltrare all’interno di tali territori una nostra “Clessidra Stagnata” (TDCS-PDCS) che di Noi ivi rappresenti l’essenza e l’emblema attestabili ad imperitura memoria.

– Riguardo le esternazioni, gli scritti, le emanazioni letterarie, filosofiche, culturali e multimediali di ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA esse, come per ogni avanguardia artistico-letteraria che si rispetti, prendono la forma di:
PROCLAMI: principali stesure scritte, di cui la presente dal valore statutario, con le quali DCCdX certifica le proprie determinazioni ontologiche, filosofiche e semantiche, interamente esposte e descritte alla luce del sole come tutto ciò che riguarda il progetto e come le leggi sul libero associazionismo disciplinano.
ARTICOLI, SKEGGE ed altre formule esternative descritte nei vari supporti divulgativi: riflessioni ed “editoriali” relativi ad eventi e circostanze specifici.
AUDIO-VIDEO PERLE documenti audio-video di produzione dvracrvxiana con i quali A.D. esterna, attraverso la satira, la denuncia o la proposizione artistica, il proprio “focus” relativo a questioni socio-politico-civili.
MONOGRAFIE: ricerche e documentazioni storiche attraverso le quali Dvra Crvx Cenacvli dX suffraga i propri presupposti filosofici e/o storiografici di partenza.

Il calendario dei principali eventi, ricorrenze e appuntamenti annuali relativi alla “liturgia” di Dvra Crvx Cenacvli dX prende il nome di ALMANACCO DVRACRVXIANO, e alla stregua dei principali link utili alla consultazione dell’intero repertorio scritto, audio e video di DCC-A.D. è pubblicato sulla pagina madre, attualmente dvracrvxcenacvli/myspace.com

– In conclusione: il nostro obiettivo consorziale, la nostra “ragione sociale”, la “mission” dei nostri intenti creativi consistono nel preservare l’inviolabile diritto umano di riservarci “aristocraticamente” (la nobiltà fù messa fuori legge con l’avvento della Repubblica, nongià il concetto astratto e filosofico di “aristocrazia”, ovvero il libero accompagnarsi fra singoli sceltisi) una genuinità ambientale di vita e di pensiero che, nell’ambito ed in pieno rispetto e sintonia con le norme che regolano l’ordinamento statuale di cui orgogliosamente facciamo parte come cittadini ed a cui contribuiamo attraverso la tassazione, il rispetto delle leggi, ed il voto politico di orientamento indefessamente liberale, sia consona a gusti, idee, estetica e fede da noi coltivati e fra noi condivisi: ciò che si chiama ARTE e “stile di vita”, insomma.

“Aristocrazia Dvracrvxiana” non è, in soldoni, che l’aristocratico ed autarchico modo di chiamare l’Amicizia fra Dvracrvxiani. (ILLE DOCTOR LUMINIS).

G.dX e DVRA CRVX CENACVLI dX.

NOTA: essendo sostanzialmente l’intero progetto concentrato, raccolto e costituito da un “BLOG telematico” (myspace.com/dvracrvxcenacvli) e dalle relative diramazioni “web” in esso raccolte e descritte, è come tale regolamentato, e vanno considerati attendibili unicamente quei contenuti a firma di componenti del progetto o di sigle originali appartenenti al progetto stesso originati da esso e da null’altro, secondo le leggi telematiche vigenti in materia.

MEMBRI E VIANDANTI DVRACRVXIANI (effettivi e onorarii, non fa molta differenza):
G.dX, Luca Herrdoktor, Pyttrix Sandra, Helmut Leftbuster, i Deviate Damaen (band), l’Oreste Dvracrvxiano, Ille Doctor Luminis, Fedrig Beli, Edmond Major Dantès, Ortolano Furioso, Lady Richarda MonyA’, D. Van Dearomantik, Giamo G. Laerte.

LOCI et LVCI DVRACRVXIANI:
Urbs Caput Mundi e foce del Tevere (Fortezza Dvracrvxiana), Campione d’Italia (Proclama Ceresio e TDCS), Lago di Vico (TDCS), Predappio (Lvcvs), Ulm -Germania – (campanile più alto del mondo), Sigmaringen e castello di Hohenzollern – Germania – (vestigia imperiali), Latina (città fondativa e manifesto urbanistico di razionalismo), Banzi (Lvcvs e TDCS), Buonconvento, Montepulciano e Val D’Orcia (Lvcvs in memoria di Arrigo VII di Lussemburgo che vi morì, Lvci danteschi e testimonianze architettoniche ghibelline), Kehlstein – Germania – (TDCS), Aquileia (Lvcvs), Grava di Vesalo (TDCS), Grotta di Palinuro (Locvs celebrativo della mitologia fondazionista di Roma), Castel Madama e Monti della Dvchessa (luoghi sacri alla causa ghibellina), Aachen/Aquisgrana – Germania – (capitale fondativa del Sacro Romano Impero), Castel Sant’Elia (Magione), Gorizia (Magione), Santa Valpurga (TDCS), Prealpe Biellese (Magione), Lago del Salto (TDCS), Uscio (Lvcvs di incontro), Valle dell’Empiglione (Lvcvs ritratto ed amato dal pittore romantico Roesler Franz e TDCS), Vallepietra (Lvcvs e Zona Irghiana Simbruina), Castel Tirolo, San Romedio di Cles e Gole di Santa Giustina (Lvcvs trentino-TDCS), Castell’Azzara e Santa Fiora (Loci di dantesca memoria), Artena (Lvcvs e mèta gastronomica), Settefrati (Lvcvs Ciociaro), Lambach-Stadl Paura (Lvcvs Austriaco), Lago di Massaciuccoli e luoghi circostanti la ghibellina Pisa (ove è tumulato Arrigo VII di Lussemburgo – TDCS), Montalbano di Zocca (Locvs gastronomico e vestigia ghibelline, cerimonia dei Presepi), Orsomarso, Spilinga e Capo Vaticano (Loci Calabresi, gastronomia identitaria, natura e tradizioni locali dvracrvxiane), Neive, Cn, (Locvs gastronomicvs, vinicvlvs, Magione, e vestigia ghibelline della Torre del Monastero, la chiesa di Santa Maria del Piano citata la prima volta in un documento recante il sigillo dell’imperatore Enrico II),  Maccarese Fregene  (Lvcvs “apud orem Tiberis”Maccarese-Fregene, Lvcvs di memorie architettoniche razionaliste, opere agricole ed ingegneristiche del Ventennio, Magione e TDCS.), Lappago (Locvs Altoatesino, luogo di meditazione ghibellina, TDCS, tomba di personalità illustri), Fiumaretta d’Ameglia (Locvs Dantesco-Ghibellino), Amatrice (Locvs gastronomicvs dedicato al Suino e Lago di Scandarello (TDCS).

PROGETTI ATTIVI :
– progetto editoriale “Dvra Crvx”
– progetto musical-poetico-artistico “DEVIATE DAMAEN”
– progetto “CLESSIDRA STAGNATA” (T.D.C.S.)
– progetto “FOGLIE DI MENTE”

APPENDICE LAPPAGHESE allo “SCOTTADITO”

Ciò che segue e introduce, postumemente, quanto scritto tempo fa’ con le dita unte di sugo d’abbacchio nel Proclama Dvracrvxiano Fondativo, lo “Scottadito”, appunto, ne integra qualche lacuna e ne aggiorna ruolo e veste, inglobandovi quelle premesse già decantate nel fu Proclama Ceresio e nella descrizione preliminare dell’originario progetto artistico denominato “Dvra Crvx” nato nel 1995 d.C. ad opera di Don Alexio Bavmord, organista della band romana dei Deviate Damaen (all’epoca Deviate Ladies), e del fondatore di entrambi i progetti, il Sottoscritto.

“Magne, magna Pyttrix!” sarà il nuovo brocardo inneggiante a colei, la Pittrice Sandra (“Pyttrix”), che sin dagli esordi fu gran cerimoniera totale, strabordante patrona degli inizi radiofonici dell’omonimo programma (presso le antenne della “fu” Radio Antenna Romana), della fanzine cartacea, e poi coordinatrice del “risorgimento” dvracrvxiano ceresio del 2008 d.C.,  perfezionatosi nella deposizione della prima Clessidra Stagnata dvracrvxiana presso i fondali dell’omonimo Lvcvs, imperterrita giostraia dell’attuale percorso filosofico, spirituale e letterario del progetto attualmente denominato DVRA CRVX CENACVLI dX / ARISTOCRAZIA DVRACRVXIANA, oramai conclamato ed acclamato come tale non da ora.

Lvci saranno i luoghi sacri alla più nobile e significativa Dvracrvxianitas, Loci quelli dvracrvxianamente citabili in virtù di locali memorie e/o presenze ascrivibili alla nostra compagine familiare, culturale e spirituale. Viandanti saranno tutte le anime dotate di corpo (e che corpi!) e di spilla dvracrvxiana che, contribuendo operativamente all’arricchimento del progetto, lo condurranno a perpetrare la sua missione: sodalizzare identità dvracrvxiane così ben descritte nel Proclama Monastericvs, sino al pronunciamento e all’affermazione d’una nostrana “Renovatio” dell’Ideale Dantesco. Magioni le officine dvracrvxiane sparse per l’Italia, “apud orem Tiberim” la principale, come altrimenti non potrebb’essere. Campione d’Italia, che vide i nostri re-esordi in occasione della fatidica canoata dvracrvxiana sul lago Ceresio e della fortunata giocata della Pyttrix al casinò locale che inaugurò l’autarchica partenza delle nostre risorse, tornerà ad esserne bosco sacro ad imperitura testimonianza terrena fra le, oramai, molteplici.

Ma come non menzionare in questo aggiornamento, steso gustando rosticciata tirolese e canederli dolci ai semi di papavero, il magnifico – di nome e di fatto – apporto all’originario sodalizio donatoci da Ille Doctor Luminis (anche lui già nei Deviate Damaen come suonatore di spazzolone del cesso), il luminare scorreggione terrore dei “tradizzziunali  veramente” che molto disfa e tutto crea all’insegna di un identitarismo patriottico neo-futurista che renderà ogni dogma culturale un qualcosa di dispensabile agli occhi della sua siderale e sederale conoscenza e lucidità?! Magne, Magni!

Andiamo avanti, dunque: e nell’intanto brindiamo a ciò che siamo stati per glorificare ciò che fummo, e per tramandarlo in ciò che splendidamente saremo tornandolo ad essere.

Magne, magna Pyttrix!

G\Ab dei XACRESTANI, Villa Ottone, Locvs altoatesino di Lappago, mag 2012 d.C.